Mago Merlino consiglia:
Leggi Massimo Carlotto.
Ascolta i Cure e gli Stones
Tira coriandoli.
Bevi caffè.

mercoledì, 30 gennaio 2008

Milano chiama e noi risponderemo

E' da due anni che io e la mia amica Martina vogliamo andare un giorno a Milano. Saltare su un treno la mattina presto, lasciare Augusta Taurinorum e trascorrere la giornata nella metropoli fashion.
Non ci siamo ancora riuscite, chissà perché.
Nel frattempo sono sbarcata a Milano due volte. La prima la ricordo piuttosto confusamente: era notte e vagavo in piena periferia con Ciaki, dopo un concerto, cercando Piazza Stuparich, per prendere un bus e tornare in Stazione Centrale. La seconda volta sono andata a vedere uno spettacolo teatrale, con l'amica Giocagiò. In scena c'era la compagnia torinese con cui studiavo l'anno scorso. Recitavano il "Giorni Felici" di Beckett, completamente nudi, eccezion fatta per una cuffia in testa. Almeno ci scappò una mattinata in centro, e devo dire che, con Giocagiò innamorata di Milano e delle sue architetture, fu un vero piacere.

Resta però il fatto che io e Martina non siamo ancora riuscite a tradurre la teoria in fatti. In origine c'era uno scopo preciso: andare a trovare X, da noi chiamato più semplicemente "X di Milano", l'amico bello di Marti, quello che somiglia a un attore e pure a un cantante. Una volta arrivate a Milano, Marti avrebbe chiamato X (X di Milano) dicendogli di essere venuta alla laurea di un'amica, studentessa alla Statale. Ecco, io dovevo interpretare l'amica laureanda in nonsisabenecosa alla Statale di Milano.

Adesso però l'andare a Milano, X o non X, è ormai una questione di principio: vogliamo farlo e lo faremo. Ma siccome tra il dire e il fare c'è di mezzo la Stazione Centrale, era necessario trovare una molla che non ci permettesse di rimandare all'infinito. La molla, nella fattispecie, è questa: Marti doveva partire con noi per Jena (Turingia, Deutschland), alla fine dell'anno, e poi è rimasta a casa con 39 di febbre.
Ora: è riuscita a farsi rimborsare il biglietto Milano-Monaco, ma ha conservato il biglietto Torino-Milano, che scadrà alla fine di febbraio. Benebenebene. Prima della scadenza vedremo di saltare su un treno e sbarcare nella città più città che ci sia.

Non so perché, ma non ho mai amato Milano. Non che la conoscessi, beninteso. Passavo, da piccola, solo per andare a Malpensa con i miei genitori. L'unica cosa che vedevo di Milano erano i cartelloni pubblicitari in periferia. Sono sempre stata prevenuta: immaginavo una città fredda, grigia, triste, una sorta di Glasgow spostata qualche migliaio di chilometri più in giù (ho avuto la sfortuna di capitare a Glasgow con mio papà, durante un road trip in Scozia, e so di che parlo). Ad Anna e Gigi, i miei compagni di liceo iscritti rispettivamente alla Statale e alla Bocconi, ripetevo: "Non so come farete, ad andare a vivere in quella città di merda". Dalla maturità in poi, quindi passati i 18 anni, sono capitata più volte alla Stazione Centrale, amando molto quell'enorme tettoia (o come diavolo si chiama) in ferro, talmente bella che la Gare de Lyon je fa 'na pippa. Ma continuavo a immaginare, là fuori, la "città orrenda" per antonomasia. Anche nel mio sbarco in compagnia di Giocagiò, mi aggiravo lanciando occhiate superiori a strade, persone e cose, pensando che la città della moda e del velinismo non potesse avere un'anima. Il tempo era brutto, e Milano mi sembrava bruttissima.

Poi, col tempo, qualcosa è cambiato.
Non so spiegare come, non so spiegare perché, ma la percezione che ho di Milano, ora, è diversa. Sarà stato Gaber. Sarà stato l'immaginare i Navigli. Sarà merito di Lella Costa e della "Daga nel loden". Sarà che il teatro vero lo fai e lo vedi solo a Milano. Sarà che la mia Margaret in "Maledetto il giorno che t'ho incontrato", abita davanti alle Colonne di San Lorenzo. O forse sarà che ci sono i lampioni più belli del mondo, a Milano.

L'altro giorno mi sono avviata di buon passo in una delle mille Feltrinelli di Torino (crescono a grappoli, come i negozi Sephora), e ho scambiato un libro (dono di Natale) che già avevo, con una guidina di Milano, una di quelle fantastiche Cartoville del Touring Club. Io amo collezionare guidine. Sono un'adepta delle Lonely Planet, ma amo anche le Cartoville (ne ho persino una di Torino). Quando punto un posto o una città, per prima cosa compro la Lonely Planet (e la Cartoville a ruota), mi butto a pesce nella lettura, e ne riemergo solo dopo alcuni giorni. Io e Milano, o meglio, io e la Cartoville di Milano, siamo inseparabili, ultimamente. Febbraio è vicinissimo. Anzi, è già domani.

A febbraio finalmente io e Martina andremo a Milano. Sogno già i lampioni, i tram, le vie intricate e così diverse da quelle  di Torino, che ha la pianta a scacchiera. Sogno una nebbiolina lucente e la voce di Gaber che canta "Quando  sarò capace di amare". Sogno la città dell'avanspettacolo, dei Navigli, del teatro fumoso e autentico, della creatività più vera, dell'intelletto e della cultura non urlata. Sogno Milano, la Milano che adesso vedo sotto una luce nuova e diversa, e spero che possa perdonarmi.

Ora ho capito che sei bella, sai?





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lunedì, 28 gennaio 2008

Cadute

Venerdì ricevo questo messaggio da Ciaki, la mia più cara amica:

"Ti ricordo che esattamente un anno fa hai rischiato di ammazzarti su un paracarro in Piazza Vittorio, dopo il concerto dei Motel! Che ridere!"

Delucidazioni: i Motel sono i Motel Connection, band parallela del cantante e dell'ex bassista dei Subsonica.
E... Sì, effettivamente cado spesso, in un modo che fa abbastanza ridere. Ma, in realtà, non sono io a cadere: è la terra che mi risucchia e mi mette in posa. Se non fossi ridicola, potrei essere un'opera di Maurizio Cattelan.

Tutto inizia in seconda liceo (classico, quindi quarta superiore per i commoners), durante la gita in Grecia. Siamo a Delfi, patria della Pizia e dei suoi vaticini fumosi (in tutti i sensi, come qualcuno saprà). Scendendo una scala in pietra, improvvisamente, cado. Irrimediabilmente, senza reazione alcuna né, invero, possibilità di reagire, cado. In ginocchio e a mani giunte. Cado così, come una devota della Pizia, scatenando le risa dei compagni e diventando un aneddoto.

La seconda volta sono già a Torino, è il primo anno di università. Per festeggiare il compleanno di Ciaki, si decide di passare la notte fuori, alternando il nostro bighellonare tra i Murazzi e una più vaga peregrinatio contemplativa per la città in notturna. Passeggiando per il Quadrilatero Romano, zona fascinosa ma irta di sampietrini, metto il piede in fallo. Cado in una posa che verrà poi definita "del ragno a pancia in sù", non prima di essermi aggrappata alla maglietta nuova della mia amica Meri, che si vedrà trascinata nell'oscuro gorgo sampietrinesco insieme alla sottoscritta.

Terza volta, sempre Torino. In via Po, all'angolo con via Sant'Ottavio (sede delle facoltà umanistiche) c'è una chiesa sconsacrata. Mentre avanzo con passo sicuro, intenta a chiedermi se la mia sciarpa sia BLU o TROPPO BLU (tra le due nuances vi è una notevole differenza), cado lì davanti. Naturalmente non in modo normale. Atterro coricata come chi dorme su un fianco, con una mano sotto la testa.

E infine l'ultima, ma non meno importante: nel post concerto dei Motel Connection, allontanandomi dalla piazza con la fidata Ciaki accanto a me, rischio un ginocchio andando a finire su un enorme trapezio di cemento. Come se non bastasse, la tizia davanti a me si gira e urla, con gli occhi iniettati di sangue: "Checazzofai? Spingi?"
Sì, imbecille, spingo.
Il livido è stato poi sfoggiato a lungo a mo' di trofeo.

La teoria di mia madre è che io cada per far divertire le mie amiche.
Certo, mamma, come no. Mi proporrò come stunt-woman.
E sul curriculum, alla voce hobby, metterò: LE CADUTE.
Ma non quelle di governo.

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venerdì, 25 gennaio 2008

Si cambia rotta

L'Osservatore silenzioso dice che scrivo di cose tristi.
B dice che dovrei scrivere di più.
Le mie amiche dicono che è bello leggermi, e che scrivo troppo poco.
Sergio si astiene dall'avere un parere in proposito.

Io dico che forse questa mia creatura fuxia è troppo autoriferita e che la visione d'insieme è ombelicale, come il cinema di Nanni Diocenescampi Moretti.

E allora dico che proverò a cambiare rotta. A scrivere di getto, a papparmi la mia scrittura analitica e a sfoderare un po' di creatività selvaggia, senza aspettare ogni volta di avere una chiamata divina prima di buttar giù due righe. Sono un po' emozionata, santo cielo. Ma è qui, che i duri iniziano a giocare.

Per esempio, potrei dire che l'anno è appena iniziato e due dei miei buoni propositi sono già andati a farsi benedire.
La mostra su Oriana Fallaci a Roma e la mostra su Vivienne Westwood a Milano.
Finite, chiuse, brasate, perdute.
Piccoli sensi di colpa avanzano. Non riuscire a fare neanche le cose più semplici. La coerenza non è di casa nemmeno quando si tratta di scegliere che cosa spalmare sulle fette biscottate. Un giorno la marmellata mi sembra la soluzione universale al problema colazione e il giorno dopo mi accorgo che le marmellatine della Zuegg sanno di piede. Decido di darmi alla Nutella e poi schifo il retrogusto di nocciole. Non si può mai star tranquilli.

Intanto, a chi veleggia sulle mie rotte, dico che da oggi la rotta si cambia.
Buone letture.
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giovedì, 24 gennaio 2008

A Heathcliff

Heathcliff era il vero nome di Heath Ledger.
Heathcliff è morto martedì, a Nuova York.

Quando è uscito "Dieci cose che odio di te", io ero ancora alle medie, o forse in quarta ginnasio.
Non riesco a credere che quel biondo spavaldo con i pantaloni di pelle, che cantava "I love you baby" a Julia Stiles dalle gradinate del campo di football, sia morto. Con quella faccia un po' così, un po' da "me ne frego di tutto", ma con quel nome da uggiosa campagna inglese.

Non so bene perché, ma sono molto scossa.
Lui, poi, ha fatto molte altre cose, film ben più degni di nota, è stato nominato all'Oscar.
Ma io lo ricordo soprattutto per quel film.
"Dieci cose che odio di te", uscito nel '99, quando avevo 14 anni, è stato uno dei film cult della mia adolescenza, visto e rivisto con le amiche storiche del liceo.
E' strano pensare che lui non ci sia più.
E che adesso, su quelle gradinate, non canti più nessuno.



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mercoledì, 23 gennaio 2008

Senza parole

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giovedì, 10 gennaio 2008

Allora

Propositi per l'anno nuovo.
O cose che vorrei, in quest'anno nuovo.

- Un taccuino per annotare certi pensieri volanti.
- Comprare un'agenda e usarla, soprattutto. Anche se per la Smemoranda sono troppo vecchia e la Moleskine mi fa un po' tristezza, sinceramente. Ma poi dove li attacchi i biglietti del cinema?
- Vedere la mostra su Oriana Fallaci, che ho perso nel periodo milanese.
- Leggere "Un uomo" di Oriana Fallaci.
- Imparare di nuovo a memoria la mia poesia preferita ai tempi del liceo.
- Riscoprire Fellini.
- Darmi una mossa con l'università e smettere di fare la sfaticata evanescente. (Tu sai che per fare questo, tesoro, devi smettere di sognare Roma e l'Accademia).
- Non smettere di sognare Roma e il bene che le voglio, e l'Accademia.
- Concretizzare.
- Dimenticare serenamente.
- Continuare a fare pulizia davanti al mio portone (vedi Gramellini e quel proverbio svedese che cita ad ogni piè sospinto).
- Tornare a Milano con Marti.
- Passare più tempo nella casa al mare.
- Andare finalmente a Lucca con la Famigliotta (Sergio, Monica, Daniele and his mythic almost wife).
- Scrivere sempre.
- Risparmiare.
- Guidare molto e cantare durante.
- Riuscissi ad avere di nuovo le mani belle dei miei diciott'anni, e non queste, che sembrano appartenere ad una sguattera rivombrosiana (ché, da quando te ne andasti, di tormentar unghie, invero, non ho smesso più).
- Per suonare non è ancora tempo, ma un giorno lo farò.
- Tornare a Roma presto, perché è da luglio che non cammino per le tue vie, Sogno dei miei sogni.
- Smettere di provare una fitta e di voler piangere quando sento nominare la parola "Cinema".
- Concretizzare la mia storia partitica.
- Smettere, smettere, smettere di fare l'evanescente.
- I libri non ti abbandonano mai e io da un po' leggo sempre troppo poco.
- Vedere la mostra su Vivienne Westwood.
- Fare per tre giorni le turiste a Torino, con Ciapa, Ljuba e Maranà.
- Portare Ciapa a Genova e focacciadireccarci al Belvedere di Montaldo.
- Mettere lo smalto rosso quando sono felice.
- Godermi le amicizie splendide.
- Scattare più foto.
- Entrare nella Sinagoga di Torino. Io ti amo, Sinagoga di Torino.
- Sarebbe bello andare a Parigi.
- Proibirmi le paranoie ed evitare di star male per delle cazzate.
- Leggere finalmente la biografia della mia adorata, adorata Vladimir Luxuria.
- Abbandonare la mia grafia da scimmia decenne.
- Vedere fino alla fine un film francese senza desiderare una morte violenta e subitanea.
- Inquadrare la mia vita sui binari che merita.
- Smettere di battibeccare con la cara madre su futuro et similia (e magari su qualunque altra cosa).
- Trascorrere più tempo con il caro papà.
- Chiamare mia zia.
- Continuare così. E poi vedrete, altroché!
- Eliminare lati bui, o farne a meno.
- Sognare un po' meno.
- Non smettere di sognare.
- Mantenere i propositi per l'anno nuovo.

P.S. E chissà se aveva ragione, il Capitano.
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