Mago Merlino consiglia:
Leggi Massimo Carlotto.
Ascolta i Cure e gli Stones
Tira coriandoli.
Bevi caffè.

giovedì, 28 febbraio 2008

Nota di servizio per l'Osservatore Silenzioso

Questa è una nota di servizio privata, per una persona specifica, fatta su suolo pubblico (anche se virtuale).

Caro Osservatore Silenzioso (tu sai chi sei),
non so se ultimamente Lei abbia più letto questa mia paginetta, non so quanto frequentemente vi capiti nelle Sue regate veliche nella rete, ma lascio qui una breve missiva telematica per Lei.

O.S., Lei sa che il Suo passaggio mi onora molto, ma invero non ne ho testimonianza alcuna. Molto poche sono le persone della mia vita reale cui accordo la fiducia che permette loro di trovare questo mio castello segreto. In primis le amiche più care, a seguire alcuni amici fraterni, poi un esiguo numero di persone che stimo. Gli altri lettori sono i miei vicini di casa nei giardini splinderiani, alcuni graditi e amati, altri collaterali. Se chi passa vuole lasciare una traccia, io ne sono felice, e lo sarei davvero molto se lo facesse proprio Lei, che mi ha donato per primo i preziosi consigli che mi hanno spinta a cambiare e a rendere più vivo questo mio castello. I fasti odierni sono anche merito Suo.

Gentile O.S., Lei che passa lieve e discreto per queste stanze, lasci, se Le fa piacere, una postilla. Perda un bottone del Suo giacchino, lasci cadere il Suo fazzoletto di stoffa. Così io saprò che Lei è passato di qui, e ne sarò onorata. Lei conosce la strada per arrivare al castello, e sa che, anche se io non ci sarò, troverà ad attenderLa una tazza fumante di tè, e biscotti fragranti.

Lei sa come si deve firmare perché io la possa riconoscere. Con quella sigla che Lei già usa, da appassionato di Huysmans quale è.

I miei omaggi.
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mercoledì, 27 febbraio 2008

7 novembre 2003: ovvero di come una data di scadenza e una Vera Matta mi hanno cambiato la vita

Nel mese di luglio del 2003 avevo 17 anni e mezzo e il cuore spezzato. Volavo verso un'isola greca con mio papà, che la settimana precedente mi aveva detto: "Lunedì partiamo per la Grecia, prepara la valigia", senza darmi il tempo di ribattere che, no grazie, preferivo rimanere a casa a struggermi e bere Estatè.
Volavo, dicevo, verso la Grecia, quando si fece ora di pranzo. Si sa che il cibo in aereo fa schifo, e quel vassoio mesto non faceva eccezione. Un'insalatina di pasta ghiacciata, un panino raggrinzito e un mini panetto di burro, o forse un formaggino. Il caso mi spinse a girare il mini panetto di burro che forse era un formaggino, e a leggere la data di scadenza, che campeggiava cangiante nel bel mezzo della carta lucida. 7 novembre 2003. Io, chissà perché, pensai tra me e me: "Sento che questa data significa qualcosa. Sento che mi cambierà la vita". Non sono il tipo che fa sogni premonitori o dà troppo credito agli oroscopi. Eppure quella data aveva un fascino bizzarro, mi diceva qualcosa, senza che ne capissi il  motivo.

A settembre iniziavo l'ultimo anno di liceo, e di quell'episodio mi ero ormai dimenticata.
Ad ottobre però, partii per la gita scolastica in Tunisia, e la  data in questione tornò prepotentemente a farsi viva. Si dà il caso che il 7 novembre, in Tunisia, sia una specie di festa nazionale: dovunque andassi vedevo vie, avenue e piazze che si chiamavano, appunto, 7 novembre.
Arrivata a casa presi la mia fida Smemoranda e, in data 7 novembre, scrissi "D-DAY. Oggi succederà qualcosa".

Arrivò novembre, e mi colse trepidante.
Arrivò anche il giorno 7, e non successe un bel niente. O meglio, non successe nulla di rilevante: di mattina a scuola tutto come sempre. Di pomeriggio, al laboratorio teatrale del liceo, ci assegnarono le parti. Nulla di strano. Tornata a casa un po' delusa, presi la solita Smemoranda e aggiunsi una postilla rassegnata sotto alla scritta "D-DAY".

Sono passati quattro anni e alcuni mesi, da quel giorno. Nel frattempo sono successe molte cose. Ho iniziato l'università e ho continuato a fare teatro, un po' qui e un po' là. In un giorno di gennaio del 2006, mi è arrivato un sms della mia amica Giocagiò, che aveva da poco fondato una compagnia teatrale: "Ci sarebbe un posto per te nella compagnia. Che ne dici, ti va di entrare?" Sono entrata nella compagnia. Nel giugno di quell'anno, recitavo in uno spettacolo su Mozart scritto e prodotto da noi. Quella sera fui folgorata sulla via di Damasco. Dentro di me una voce diceva: "Tu vuoi recitare. Tu vuoi fare di questa cosa la tua vita". Per la prima volta ebbi la consapevolezza, chiara e certa, che il teatro non era un passatempo, ma la vita che volevo. Io, che facevo teatro dalla quarta ginnasio, mi ero finalmente accorta che i miei studi in storia facevano per me, ma non abbastanza. Il teatro, sì. E poi il cinema, santo cielo. Dall'ultimo anno di liceo vivevo con un film in testa, pensando ai dialoghi, alla musica, a tutto. Io non penso in modo normale: trasferisco automaticamente su pellicola ogni cosa che vedo. A luglio ho tentato l'esame d'ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Non è andata bene, ma qui non ci abbattiamo facilmente. Una delle poche depositarie di questo segreto, era ed è la mia amica Giocagiò.

Ora Giocagiò, che scrive da Dio, ha un blog qui su Splinder. Nel fare un po' di giusta propaganda, colgo l'occasione per ringraziarla, per molte cose. Per il moquette party a base di cipster e coca cola che abbiamo fatto nella stanza d'albergo di Reggio Emilia, durante il festival del Teatro delle Polveri, in quarta ginnasio. Per le risate fatte negli anni del liceo, anche se non ci conoscevamo ancora bene. Per il festival teatrale in Puglia, i giorni splendidi, le sue imitazioni di Anna Marchesini. Perché lei era la stella del nostro teatro, ma è sempre stata umile, anche se avrebbe potuto tirarsela, per quanto era (ed è) brava. Per la nostra amicizia che è andata crescendo sempre più in questi anni di università, per le cene passate a ridere, per il cous cous istantaneo, per il mio sacco a pelo che dal novembre del 2006 campeggia in pianta stabile in un armadio di casa sua, perché così ho una scusa in più per fermarmi a dormire.

C'è una cosa, però, più importante di tutte le altre.
Io non gliel'ho mai detto, ma da tanto tempo so benissimo che cos'è successo il 7 novembre del 2003. Quello che sembrava normale, normale non era. Ci hanno assegnato le parti a teatro, lei è diventata Giocasta e io Amorgos, la sua spalla. Abbiamo avuto la nostra scena insieme, rimasta negli annali della storia del liceo. Da quel giorno non siamo più Francesca e Sara, ma Amorgos e Giocasta. E, soprattutto, siamo diventate grandi amiche. Grazie a lei sono entrata nella "Compagnia dell'Assenzio" e ho recitato in quello spettacolo su Mozart, nel giugno del 2006. Quella sera, come ho già detto, sono stata fulminata sulla via di Damasco e ho capito che cosa volevo farne della mia vita.

Se non fosse stato per il mini panetto di burro che forse era un formaggino, e per il 7 novembre 2003, nulla di tutto ciò sarebbe successo.

Se non fosse stato per LEI, nulla sarebbe successo.
In occasione della nascita del suo blog, pensavo fosse giunto il momento di dirglielo.
Grazie, Giocagiò alias Vera Matta.

Leggete il su' blogghe, che l'è brava la signorina.
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Ninja Rocks

Ieri sera, con il palinsesto che offriva Sanremo da una parte e Scamarcio dall'altra, la sottoscritta meditava di organizzare un suicidio di massa. Idea accantonata perché si sono trovate cose più interessanti da fare: per esempio rileggere una recensione pubblicata sul sito dei Subsonica, che la qui presente ha scritto a 19 anni. Il calamaio era decisamente acerbo, ma ho riso molto, rileggendomi. Mi ha fatto anche un po' tenerezza, quella me dell'estate 2005. Bei momenti. Mi firmavo "La Strega", e portavo con me un grande cartellone giallo con una scritta nera (ispirato da una canzone di De Andrè) inneggiante a Ninja, batterista del gruppo, ingegnere informatico e webmaster.

Per chi avesse tempo da perdere, la recensione è QUI.

Per chi fosse solo curioso, qui sotto c'è una foto del cartellone scattata dal palco, da Ninja in persona:




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martedì, 26 febbraio 2008

Nottetempo

Da piccola, quando non riuscivo a dormire, pensavo a Paperopoli. Mi figuravo uno scenario notturno e la classica frase d'apertura dei fumetti del Topolino, tipo "Paperopoli è avvolta nel sonno" o "La notte regna su Paperopoli". Delle notti di Topolinia, invece, non mi è mai interessato un granché. Mi rincuorava pensare che tante persone dormissero nello stesso momento, nella stessa notte, contemporaneamente. E, un po' alla volta, prendevo sonno anch'io, cullata da tutti quei paperi inconsapevoli.

Da tanto tempo ormai non penso più a Paperopoli, prima di dormire.
Ci sono notti come questa, in cui penso che devo dare troppi esami e non ce la farò mai. Notti in cui invidio il Manzoni perché lui, almeno, aveva la bellezza di ventisette lettori, mentre io non faccio altro che buttare parole al vento, o quasi (e ringrazio moltissimo chi fa parte di quel quasi). Notti in cui penso di aver causato un po' di dispiacere alla mia blogger preferita, e ci sto un po' male. Notti in cui penso che, se non è andata bene al Centro Sperimentale di Cinematografia, io non so proprio che ne sarà di queste vecchie ossa. Notti in cui penso che, se mi è toccato in sorte un padre distratto, avrò anche uno Shrek distratto, dei figli distratti, dei sogni distratti, una vita distratta. Notti in cui penso che, santa merda, anche domattina mi sveglierò con le occhiaie a bandiera.
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lunedì, 25 febbraio 2008

Santi Numi

Io ho un genitore ufficiale (mia madre) e un genitore da operetta (mio padre), credibile nè più nè meno di un Grimaldi come sovrano.

Sono reduce da un weekend col caro papà, piacevole e rilassante come una sparachiodi piantata nel cranio. Premettendo che io adoro mio padre, e che ho ereditato da lui faccia, mani, piedi e modo di camminare, non si può certo dire che il soggetto in questione abbia un carattere accomodante, o per lo meno decente (sarebbe già qualcosa). E' vero che ci vediamo poco, un po' perché da quando faccio l'università vivo in un'altra città, un po' perché i miei sono separati e quindi, se torno a casa per il weekend, torno a casa di mia mamma, ma questo finesettimana è stato una tragicommedia allucinante.
Lo stesso uomo che, di buon umore, sa essere simpaticissimo e fenomenale, si trasforma altrettanto facilmente in un attaccabrighe tignoso e insopportabile.

1) Innanzitutto mio padre parla sempre di lavoro. Sempre. Ne sia prova il fatto che dall'età di quattro anni circa so esattamente che cosa si intende per CONVENTION, PREVISITA, RIUNIONE PLENARIA, B.I.T. DI MILANO e JOINT VENTURE, e anche il fatto che alle elementari non sapevo i nomi dei sette nani, ma in compenso potevo recitare a memoria quelli di tutti i suoi colleghi.
Mia madre giura che, anche in viaggio di nozze, chiamava l'ufficio tre volte al giorno.
2) Mio padre non ascolta. E' geneticamente programmato per distrarsi al secondo minuto di conversazione (un po' come la sottoscritta al corso di storia economica). Ho pensato più volte di tentare con frasi come "Sai papà, sono una tossica" oppure "Sai papà, sono incinta di un dissidente basco", per vedere che reazione potrebbe avere. Nessuna, naturalmente, perché non sentirebbe nulla.
3) Capisco  che sia stressato, ma ogni tanto mi chiama FEDE. Il bello è che Fede (Federico) è LUI, non io.

Tornata finalmente a casa mia (da mia mamma), bevendo una magnifica tazza di Lavazza fatto con la moka da due (lui non beve caffè, come se non bastasse) mi sono lanciata in un paio di considerazioni:
- chissà perché, da quando faccio l'università, se torno a casa per il weekend non vedo l'ora che sia lunedì.
- La mamma è sempre la mamma. La mia poi, anche se un po' rompipalle, è comunque impagabile.
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venerdì, 22 febbraio 2008

GRAZIE Nina

Forse qualcuno noterà che il blog ha cambiato, in un sol colpo, look e taglio di capelli. E' sempre fuxia, ma molto, molto più bello. Il template che c'era prima, fuxia e verde, era opera mia, e si vedeva. Sarò sempre affezionata a quella grafica sgangherata, ma ora ho un template coi fiocchi. E' tutta opera di Nina, che merita infiniti ringraziamenti. Disponibilissima, gentilissima, bravissima. Per lei, solo superlativi!
L'umore saltella di felicità per questo template nuovo fiammante: è solo vita virtuale, percarità, ma sono pur sempre soddisfazioni.
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giovedì, 21 febbraio 2008

Scriverà sulle tovaglie dei Navigli

Quando, ieri sera molto tardi, sono rincasata dal viaggetto a Milano con la mia amica Martina (abitiamo insieme a Torino), ho acceso il pc e letto in ritardo una mail di Carlo, che diceva: "Abbi cura delle onde di Milano. Possono risucchiare".

Anche se il consiglio non è arrivato in tempo, ho avuto cura delle onde di Milano. Perché so comunque che Milano è un posto da avvicinare e trattare con cura e rispetto.
E' molto bella. Anche se non sembra, da fuori, o a un primo sguardo. E' che bisogna vederla nella chiave giusta, e dipende poi sempre da quel che si cerca. Io cercavo il teatro, principalmente. E la voce di Gaber sottintesa nei luoghi. Le atmosfere Lellacostiane di "Malsottile" e "Coincidenze". Una cena sull'alzaia del Naviglio Grande e la vecchia Milano fatta di poesia lucente. Ho trovato tutto questo e ne sono molto felice. Ieri, mentre facevo merenda sotto le colonne di San Lorenzo con una sacherina minuscola presa da Delicatessen (dopo averne letto cose fantastiche sul blog di B. Stevens), e ridevo e parlavo di molte cose con Martina, pensavo che Milano devi scoprirla, e che ti sa voler bene. Quando meno te lo aspetti senti un leggero tocco sulla spalla, un abbraccio morbido fatto un po' di vento e un po' di atmosfere, e sai che in quel momento la città ti sta dicendo "Io sono con te, tu sei con me. Ti accolgo".

Ci sono posti a cui voglio bene come fossero persone, e forse anche di più. Ieri io e Milano abbiamo iniziato a provare affetto l'una per l'altra. Porta Ticinese all'imbrunire, non chiedo altro. Ho avuto molto, in queste poche ore di ricerca della bellezza ovunque.
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venerdì, 08 febbraio 2008

Gianduiotti a Nanni

Ieri il mondo era dalla mia parte. Per tutto il giorno, in ogni momento, mi sono sentita coccolata dal caso.

Prima di tutto ho finalmente passato il pidocchioso esame di cui ho già scritto.
Nonostante la sera prima meditassi d'impiccarmi col filo interdentale, ieri mattina sono coraggiosamente entrata in aula. E ho fatto bene, perché mi ha interrogata l'assistente, notoriamente più umano del professore, vecchio acido e sputasentenze.
Alla prima domanda ho fatto scena muta.
Mi chiede: "Signorina posso farle un'altra domanda?"
Retropensiero: oddio grazie, lei è un santo, posso baciarla in fronte?
Rispondo: "Certo, la ringrazio"
La seconda domanda è esattamente ciò che ho studiato la sera prima, con tanto di schema a matita fatto a piè di pagina: avrei risposto cantando, ma mi sono limitata a snocciolare con garbo i punti chiave.
Centro.
"Bene signorina, molto bene! Mi parli ora dei poteri legittimi secondo Max Weber".
Altra parte ripassata con brio prima di andare a dormire. Medito di offrire la mia mano all'assistente, e intanto rispondo beata.
"Benissimo davvero. Le faccio un'altra domanda, ma mi deve rispondere con UNA SOLA PAROLA".
E qui casca l'asino. Perché l'argomento lo so. Ma.
"Io le rispondo, ma non ce la faccio con una sola parola, temo".
Infatti non ce la faccio.
"Signorina va bene, ma un po' per la fine e un po' per l'inizio... Con grande rammarico... (Oddio mi dà 18, oddio mi dà 18!) Le propongo un VENTICINQUE. Mi dispiace, perché LEI SA (sì sì, non SO una mazza, quest'esame è il mio spettro da una vita e non ne potevo più, accetterò qualunque cosa, ma facciamo che ha ragione lei). Allora venticinque. Accetta?"
Io: "Cavoli! Certo!"
Mentre mi chiedo se sia sconveniente dire "Cavoli" all'assistente del professore, parlandogli come se si stesse al Bar Sport a giocare a biliardo anziché in sede d'esame, tiro fuori il libretto e osservo con occhi famelici la scrittura del voto. Non m'importa se mi rovinerà la media, non m'importa più niente, ho passato quest'esame e mi sento finalmente libera. Max Weber e teorie del cazzo, addio.

Esco saltando dalla facoltà.  Sono diretta al negozio delle scarpe di Mary Poppins (vedi post "Esame in vista"). Cammino a un metro da terra e non mi bastano le orecchie per fermare il sorriso.
Arrivata al negozio, entro baldanzosa e con voce baritonale dico: "Vorrei provare quelle scarpe color carta da zucchero che ha in vetrina. 41."
La proprietaria, con un'occhiata che dice "Oggi ho lo scazzo addosso e vi odio, clienti di merda, odio voi, i saldi, Mastella e questa società che ci opprime" , mi risponde in finto gentilese: "Mi dispiace, il 41 in quel colore è finito. E' rimasto nel marrone e nel rosa".
Ora: sarò anche bizzarra, vorrò un paio di scarpe che potrebbero mettere solo Mary Poppins, mia nonna se avesse avuto cinquant'anni negli anni trenta e la Befana. Ma marroni fanno schifo e rosa...
Decido di provarle. Rosa. Mi piacciono.
Vorrei tornare nel pomeriggio con un'amica, ma Madama Merda chiude alle due. Vorrei scattare una foto con il telefono, farla vedere a un'amica e tornare l'indomani, ma Lady Fanculo sentenzia: "Non posso assolutamente lasciare che lei scatti una foto qui dentro. Gli articoli non si fotografano!"
Immagino:
1) che la moquette la inghiotta
2) me con le scarpe rosa
Decido che VOGLIO quelle scarpe, che il rosa non è rosa vomito, ma ROSA DI GENOVA (è una tonalità particolare, ma probabilmente chi non ha mai fatto un giro tra i palazzi antichi di Genova Nervi non sa di che parlo e mi sta dando della scema)
"Va bene, le prendo".

Esco, sempre saltando, e torno in zona università per pranzare con la mia amica Martina, che ha un esame e passerà nel pomeriggio. Le racconto dell'assistente a cui avrei offerto la mia mano, della stronza e delle scarpe, le anticipo che ho una sorpresina nella borsa, e dopo due minuti siamo sedute ad un tavolino nel dehors dell'Antonelli, in Piazza Vittorio. Fa caldo, la primavera fa capolino a febbraio, ho il sole negli occhi e l'umore esulta. Pranziamo ciarliere e allegre, la sorpresina è un mini croissantino al cioccolato che ho preso in un bar vicino al negozio delle scarpe di Mary Poppins, il caffè è un buon caffè-come-si-deve.

All'improvviso Martina, rivolta verso i portici, esclama: "Oddio c'è Nanni Moretti! Girati, c'è Nanni Moretti!"
Mi giro, con un infarto in corso.
Martina: "No no, non è Nanni Moretti. O sì?"
Le orecchie sono quelle. Il naso più brutto del mondo anche. I capelli, la camminata, la verve.
Io: "MioddiomioddioèveramenteNANNIMORETTI!"
Martina: "Inseguilo! Vai Franci vai!"
Io: "Nonono. Nonono".
L'emozione mi blocca. Io amo e odio Nanni Moretti. Un giorno lo disconosco, il giorno dopo vorrei spararmi il dvd di "Ecce Bombo" e  subito dopo a ruota "Palombella Rossa". Ho un neo sulla caviglia che ho chiamato Nannimoretti in suo onore.
Non lo seguo, non ce la faccio. L'attimo è passato.
Naturalmente me ne pento subito.

Poco dopo, al momento di pagare, alla cassa vedrò una scatola piena di gianduiotti, e ne comprerò uno.
Penserò: sicuramente, se ha svoltato da quella parte, sarà a pranzo al Caffè Elena. Se lo vedo lo abbraccio e gli regalo il gianduiotto.
Ma l'Elena, santa miseria, il mercoledì è chiuso.
Ci saranno chiacchiere, ci sarà una passeggiata in Borgopò.
Ci sistemeremo su una panchina in Piazza Vittorio (tentando di non fissare gli atti osceni in luogo pubblico di un tizio e una tizia che si stanno letteralmente MANGIANDO la faccia) e parleremo ancora un po' cercando di non pensare all'esame di Martina e sperando sopratutto di avvistare Nanni Moretti.

Ma Nanni Moretti non passerà.
E, siccome fa molto caldo, quando tirerò fuori dalla tasca il gianduiotto per mangiarmelo io, scoprirò che si è sciolto.



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lunedì, 04 febbraio 2008

Due cuori e Trenitalia

Sì, lo so, dovrei essere in ritiro pre-esame. Ma è successo che. O meglio, è successo di nuovo. Perché succede sempre così: che m'innamori in treno. Grazie a Trenitalia ho preso delle gran cotte. Innamoramenti che si esauriscono nel tempo di un viaggio, certo, ma pur sempre momenti degni di nota. Per esempio due anni fa feci un viaggio fissando adorante un tizio splendido con gli occhiali, e una volta arrivata a Torino, varcata la soglia, mi precipitai in camera dalla mia amica Ciaki e dissi con aria persa: "Ciaki, posso parlarti? Stamattina mi sono innamorata". Più recentemente, andando in Germania, io e le mie amiche abbiamo quasi cacciato un ragazzo che aveva il posto prenotato nel nostro scompartimento e gli amici in quello accanto. Senza pietà, abbiamo sentenziato: "Qui siamo pieni di bagagli". Salvo poi pentircene amaramente, e trovare scuse qualsiasi per alzarci e poterlo vedere. A Monaco ci siamo separati: lui su un treno diretto chissà dove, noi su quello diretto a Jena. I giorni successivi sono stati un profluvio di considerazioni su quello che è poi stato soprannominato "Il Manzillo del treno".

E infine stamattina. Me ne stavo beata col mio valigione sotto i piedi e l'aria assorta. Mentre leggiucchiavo il capitolo del mio testo d'esame dedicato al matrimonio, si siede accanto a me una delicata meraviglia. Bello, castano, riccetto ma non troppo, un bel naso importante da uomo e, cosa notevole, mani bellissime, come piacciono a me: grandi ma di classe, con unghia grande a pianta larga. Fingevo interesse per quel che succedeva al di là del corridoietto solo per poter osservare indisturbata cotanto profilo. A destinazione quasi raggiunta, il colpo di grazia: ha tirato fuori una busta di tabacco e le cartine, chicca per estimatrici, in stile "Sono un cowboy civilizzato". Sembrava bassino, ma non lo era, o almeno non troppo, come ho constatato gongolante quando si è alzato per mettersi la giacca. Perché, come dice la mia amica Ciaki "Un uomo deve essere più alto di te quel tanto da permetterti, quando vuoi, di mettere i tacchi. Altrimenti poi te ne devi stare paperinata a vita e ti viene anche il mal di schiena".

Poi... Beh, è sceso.
Arrivederci, delicata meraviglia.
Grazie, Trenitalia.

Innamorarsi è sicuramente il modo migliore per iniziare la giornata. Anche se solo per un'ora.


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venerdì, 01 febbraio 2008

Esame in vista

Sono a comunicare ai miei ventisette lettori (ma chi ne ha così tanti?) che da oggi, fino a martedì, sarò in modalità eclissi. Il motivo è presto detto: pidocchioso esame (di sociologia) in vista. Starò quindi a capo chino sul trattato del mio professore, il MixerCulturiano Arnaldo Bagnasco. Non che ultimamente abbia fatto molto altro: se esco è solo per fare la spesa, non ho tempo per nulla e non vedo nemmeno più il telegiornale (ho saputo della caduta del governo perché mi ha telefonato mia madre). Speriamo che, almeno, la mia verve nel sottolineare libri mi sia d'aiuto: per ogni paragrafo un colore diverso, qualcosa a matita e i concetti più importanti marchiati a fuoco con una doppia linea di colore-più-matita. Il bello è che non sono io a scegliere i colori: sono i colori a chiamare me. Il paragrafo parla di omicidi? Nero, senza pietà. Criminalità organizzata? Rosso, et voilà. Le teorie di Max Weber? Un bel verde brillante e tutto prende un'altra piega. Per le sottolineature a matita, poi, è fondamentale temperare molto, perché la linea sia sempre sottile e precisa. In questo mi avvalgo del mio super temperino: un affare lilla a forma di mini-siluro, che reca tutt'intorno alla circonferenza la scritta "Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofìa", dono di mia madre di ritorno da un viaggio a Madrid.

A dire la verità, se non mi abbatto è solo perché penso già a come potrò premiarmi dopo l'esame. Prima di tutto una Sacherina del "Roma già Talmone", il caffè torinese di Piazza Carlo Felice, ubicato giust'accanto all'albergo in cui tirò le cuoia Pavese (bacio le mani). Poi avrei visto un fantastico paio di scarpe in saldo... Con un po' di tacco (ma non da ammazzarcisi) e in stile Mary Poppins: magnifiche.

A risentirci presto sulle nostre frequenze. E speriamo che l'esame vada bene.
Tutt'al più muoio (direbbe Filippo Timi). 



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