Mago Merlino consiglia:
Leggi Massimo Carlotto.
Ascolta i Cure e gli Stones
Tira coriandoli.
Bevi caffè.

lunedì, 31 marzo 2008

Amanda fino ai titoli di coda

Nella primavera del 2003 avevo 17 anni e mezzo e il cuore spezzato (come già scrissi tempo addietro).
Passavo le ore di lezione, in quella fine di maggio, a scoppiare a piangere leggendo stralci di canzoni di Guccini.
I miei compagni di banco, che erano due ragazzi, tentavano di sedare la cosa come potevano: Nicolò mi passava sottobanco i fazzoletti e Alessandro mi faceva pat pat sulla spalla dicendo “Dai, sù”.
In tre, cercavamo di far passare la cosa inosservata. Poi però, un po’ perché non eravamo così bravi, e un po’ perché le compagne della fila davanti si giravano e prendevano parte alla pantomima consolatoria, se ne accorgeva la professoressa (e succedeva sempre durante le ore di filosofia, chissà perché) che, allarmata, mi chiedeva “Ma Francesca, che cosa succede? E’ la terza volta questa settimana…”
Alché, biascicando un timido “Scusi, è che sono preoccupata per la verifica di domani”, chiedevo di poter andare in bagno.
Non facevo più i compiti, nemmeno d’inglese, materia in cui avevo 10 in pagella sin dalla quarta ginnasio, e che quell’anno precipitò ad un 8.
 
Nell’estate del 2003 avevo 17 anni e mezzo e un tot, e il cuore sempre spezzato.
Passai quei mesi a scrivere e ricevere lettere con aloni di lacrime, a guardare una luna che si faceva sempre più arancione, ad ascoltare canzoni di un tizio che si chiamava Pacifico, ad andare in bicicletta con un drappello di amiche e a chiudermi in casa il più possibile, finché mio padre, a tradimento, mi portò in Grecia.
 
Nell’autunno del 2003 avevo 17 anni quasi 18, e il cuore che rompeva ancora un po’ i coglioni.
Mi commuovevo per ogni cosa: guardavo le repliche di Dawson’s Creek bevendo caffè e singhiozzando come un vitello. Guardavo anche Titanic in videocassetta.
 
La sera di Capodanno del 2003 avevo 18 anni un mese e qualche giorno, e al cuore, francamente, cercavo di pensarci il meno possibile, anche se quando ci pensavo non era il massimo.
Festeggiavo in una baita in montagna con i miei compagni di liceo e altra gente.
Ubriachi di un’ubriacatura allegrissima fino alla mezzanotte, dal primo minuto dell’anno nuovo fummo tutti presi in contropiede dalla temibile ciucca triste.
Un amico del fidanzato di una mia amica piangeva e fumava, fumava e piangeva, e intanto mi spiegava il perché dei suoi patimenti.
I miei compagni raccontano che gli presi di mano la sigaretta (una sigaretta? Io?) e feci un tiro con molta nonchalance, per poi sentenziare: “E’ solo una puttana”.
Non si è mai capito di chi stessi parlando.
 
In quell’infausto 2003 discussi più volte con un ragazzo, che chiamerò X (non è quello della sigaretta). X soffriva molto per una ragazza di nome V, e spesso diceva “Io mi ammazzo, adesso mi ammazzo, la faccio proprio finita. Mi faccio prendere sotto da un tram. Accendo il gas e poi sto lì a respirare”.
 
Ora. Per quanto io fossi malconcia (e lo ero, perché guardavo Titanic in videocassetta e singhiozzavo davanti a Dawson’s Creek), me ne uscivo da queste conversazioni sempre piuttosto basìta, e anche un po’ scioccata.
Facendo tesoro delle parole che il mio compagno delle medie Stefano D. usava quando sentiva la sirena di un’ambulanza, mi dicevo: “C’è sempre qualcuno che sta peggio di noi”.
 
Ma soprattutto mi chiedevo: COME SI FA?
A voler schiattare, intendo. Sotto un tram, accendo il gas, io mi ammazzo. Ma ti ammazzi de che?
Questo non significa che io, come la Chiesa, condanni il suicidio e lo consideri peccato, perché penso che la gente abbia il diritto di farsi i fattacci suoi, e se uno si vuole ammazzare, che s’ammazzi e non rompa le palle (come invece fa Alain Delon, che dichiara di volersi far fuori ad ogni cambio di stagione, ma intanto è ancora lì).
 
Ma la cosa ha un senso? Ti vuoi ammazzare.
Ma non vuoi sapere come va a finire? Come va a finire la tua vita, che ne sarà dei tuoi giorni? Non sei curioso di sapere quale sarà la prossima svolta su questo sentiero, e di vedere se anche per te c’è un tesoro in fondo al bosco?
 
Io preferisco avere fiducia. Pensare che la strada non è semplice, ma che si può sempre cambiare andatura o cambiare rotta. Preferisco credere che può non andare bene una volta, ma che la prossima andrà meglio. Preferisco stare a vedere se i miei sogni si realizzeranno, e quali, e quanti, e se saranno belli come li avevo sognati. Perché un giorno Gramellini ha detto che i sogni ti vengono a cercare anche quando tu hai smesso di sognarli, e io di lui mi fido ciecamente.
E poi Gianmaria Testa dice chiaro e tondo che non bisogna smettere di sperare, quando canta che “il vecchio venditore di sorrisi è partito da qualche giorno, non ha lasciato recapiti, non ha gridato Ritorno. Ed anche la neve, sciogliendosi, ha scoperto la strada più nera. Ma i miei occhi ti guardano e dicono: Domani tornerà primavera”.
E soprattutto c’è Amanda, personaggio di quel film bellissimo di Davide Ferrario che s’intitola Dopo mezzanotte, a cui la voce narrante dedica una frase che dice così: “Amanda teme che il suo orizzonte non si schioderà mai da lì. Ma dimentica che le storie non le scrivono i personaggi”.
 
Ecco, secondo me bisogna continuare a percorrere il sentiero nel bosco, se serve ogni tanto sedersi su un masso e consultare la cartina, sapendo però che c’è sempre un amico pronto ad arrivare con la sua bussola, quando la nostra non segna più il nord, e magari a portarci anche un Duplo. E poi bisogna proseguire, e farsi furbi, e pensare che la prossima svolta, cavoli, potrebbe anche essere quella giusta.
Perché le storie non le scrivono i personaggi.
E di leggere il finale ne vale sempre la pena.
 
 
Qualche giorno fa, da lontano, ho rivisto quel ragazzo che voleva finire sotto un tram.
In effetti, come Alain Delon, anche lui è ancora qui.
Lo guardavo camminare dall’altra parte della strada, senza riconoscermi, e intanto pensavo che io non potrei mai dire e credere, come diceva lui, che mi ammazzerò.
Io starò qui fino ai titoli di coda, perché voglio davvero sapere come va a finire.
Anche solo per curiosità, maledizione.
Editato da: Pellys. And the clock said 17:34 | link | commenti (10)
Segnalibri: ricordi, amicizia, masochisticamente, amore che vieni amore che vai
MAIL: pellys@splinder.com
giovedì, 27 marzo 2008

Pensoti sempre

Mio padre si dichiarò a mia madre con un telegramma.

Squattrinato, neolaureato, si era da poco trasferito in Piemonte da Genova, assunto dal tour operator X. Viveva in un appartamentino con il collega Nonmiricordoilnome, in via Ascanio Sobrero. Non avevano piatti nè posate, ma c'era una piccola tv. Lui tutti i weekend se ne tornava "giù", ovvero a Genova, perché la nuova città non gli piaceva, e aveva molta nostalgia di casa, e forse di lì a poco sarebbe stato assunto da Costa Crociere, e allora avrebbe abbandonato il tour operator X, l'appartamento di via Ascanio Sobrero senza piatti nè posate e il Piemonte intero, per tornarsene felice nella sua città.

Mia madre aveva 23 anni e molte lentiggini, così tante che tutti i giovini sotto i trent'anni che lavoravano per il tour operator X -dice mio padre- "le facevano il filo, perché era bellissima", ma nessuno aveva successo, perché lei era "una ragazza perbene, molto timida e riservata".

Mio padre, dopo mesi passati a far finta di capitare per caso davanti alla sua scrivania, decise che era il caso di darsi una mossa. In uno dei suoi soliti finesettimana "giù" a Genova, prese coraggio e le scrisse un telegramma.

Da buon genovese, maestro in risparmio e sintesi, mandò alla sua futura moglie e alla mia futura madre, un telegramma che recitava così:

"PENSOTI SEMPRE".

Non "Ti penso", e nemmeno "Ti penso sempre", ma tre parole al prezzo di due, e quindi "Pensoti sempre".
Un genio. Mia madre, al contrario di me, non rise. E, dato che anche lei "pensavalo sempre", capitolò.

Editato da: Pellys. And the clock said 17:23 | link | commenti (18)
Segnalibri: ricordi, mamma, papà
MAIL: pellys@splinder.com
sabato, 22 marzo 2008

Il ritorno della Sfigatella

Eccomi a postare un pezzo scritto ieri in treno.
Al momento il mio pc versa in stato di mancata connessione internet, perciò scrivo e poi vengo in biblioteca munita di chiavetta usb.

Comunque, ecco a voi:

Seduta sul treno che sfreccia verso il mare, scopro di non aver voglia di ascoltare musica.
Scopro anche che, dei libri che ho con me (“Il Fuggiasco” di Massimo Carlotto e “Caro Michele” della mia amatissima Natalia Ginzburg), nessuno dei due, in questo momento, attira la mia attenzione tanto da farsi prendere e leggere.
Quindi ecco che il mio caro pc chiama a gran voce la scribacchina che c’è in me: ora sta sulle mie ginocchia, e io tento di scrivere tra un ballonzolìo e l’altro.

In treno, quando posso, cerco di viaggiare a sbafo in prima classe.
Nel caso in cui mi scoprissero, ho sempre pronta la solita recita della turista inglese spaurita: “Ouh, pàrdon, mi scuse, è prima volta chi viàgio su trenou in Italì, e io no sapevo che esserci claaasse! Mi toglio imediatomante!
…Oggi, invece, ho deciso che, per un piccolo sovrapprezzo, potevo anche prendere un biglietto di prima classe, e lasciare Amy Jane McEnroe in un cassetto, per una volta. Così ho fatto. Per poi scoprire che, su questo treno, la prima classe NON c’è. Io e Santa Sfiga viaggiamo appaiate, a quanto pare.

Non che sia una novità, intendiamoci.

Qualche tempo fa riflettevo, con la mia amica Martina, su quanto io sia imbranata.
Mi dico spesso che, dopo il matrimonio, avrei bisogno di una tata, come quella dei Vianello, per evitare disastri (i miei, non quelli di eventuali bambini).

Frase ricorrente a casa mia: “Franci che cos’è questo terribile odore di bruciato?
“…Ehm, veramente ho solo fatto il tè, mamma…
Frase ricorrente a casa di mio papà: “Franci, esco a comprare il giornale. Quanto tempo ho prima di tornare e trovare la casa in fiamme?

Ma, prima ancora della tata matrimoniale, ho bisogno dell’assistenza costante della bàlia amorosa.
La bàlia, nella fattispecie, è un’amica, o un amico, che si prende la briga di non farmi fare la solita figura da impiastro: io sono la perfetta sintesi tra la goffaggine di Paperoga, l’innocenza beata di Holly Hobby (la bambolina di pezza un po’ rincoglionita che vive in un boschetto), e la micragnosità dell’asinello di Winnie the Pooh.
La bàlia interviene in caso di pericolo, ma anche per la normale amministrazione.
Ecco alcuni esempi, frasi estrapolate a caso:
Non avrai intenzione di mandargli quel messaggio, vero?
La vuoi smettere di farti piste mentali?
Che cosa fai?
Gli hai mandato quel messaggio?!? Francesca!!!
Che cosa hai detto? Oddio
"Che cosa hai fatto? Oddio
"Tu e il tuo acidume non andrete lontano"
Sei veramente unica. E non lo dico in senso positivo
Ti rendi conto che a una persona normale non verrebbe mai in mente questo tuo retropensiero?

Dopotutto, perché semplificarsi la vita, quando si può soffrire?
Come diceva Kundera? Che, in fondo, noi amiamo star male, perché nella sofferenza c’è una tragica bellezza. Sarà. D’altra parte è così divertente sguazzare nel dubbio e nell’incertezza, rimanere arroccati sulle proprie vette di imbranataggine… Masochisti e felici, tra colate laviche di sfiga.
(Se tutto questo sembra esagerato, consiglio di andare a rispolverare un mio vecchio post, piuttosto illuminante sulla questione, intitolato, appunto “La Sfigatella”).

Visti alcuni trascorsi che mi premurerò di raccontare a breve (magari proprio domani, anniversario di una disfatta degna delle Olimpiadi del Tentennatore), ultimamente sono giunta alla conclusione che ciò che finora mi sembrava sensato, ovvero seguire la strategia da me chiamata “Quinta Massima” (perché segue l’esempio del generale romano Quinto Fabio Massimo, detto “Cunctàtor”, cioè “Temporeggiatore”), è invece una gran cazzata.

Smettiamola di nasconderci dietro a un dito.
Dico a voi, temporeggiatori sconosciuti che passate di qui.
Fare come gli struzzi e nascondere la testa sotto la sabbia, aspettando che Shrek si accorga di noi, è sbagliato. Anche la mia amica Erica dice: “Segui la Tetta”, che poi significa semplicemente “Prendi coraggio e fatti furba”.

Ho deciso che, la prossima volta che incontrerò uno Shrek per cui valga la pena di sacrificare una treccia e di scendere dalla torre, farò così, anzi, gli dirò così:

Caro Tu,
mi piaci un bel po’.
Il prossimo 23 maggio, al tramonto, fatti trovare davanti alla Chiesa X, in località Y.
Vestiti un po’ elegantino e porta, se puoi, delle margherite per me.
Così ci sposiamo e non se ne parla più.
Saremo noi due soli, perché io non voglio nessuno al mio matrimonio.
Credo che chiunque altro sarebbe un intruso, in un momento così.
Nessuno deve sentirsi escluso, né privilegiato, perciò nessuno sarà con noi.
I nostri testimoni saranno la perpetua e l’uomo delle offerte.
Poi, certo, ci sarà una festa bellissima, con le persone che ci sono più care, e si ballerà a piedi nudi sotto la luna di maggio.
Non ci conosciamo, dici? E allora, cocco?
Questa volta non voglio fare la parte del cunctàtor.
So che mi vai bene proprio tu, così come sei, e del resto chissenefrega.

Penso che se il mio futuro avesse la tua faccia, non mi dispiacerebbe affatto.
Penso che tu sia pazzo abbastanza da accettare che la nostra marcia nuziale sia una canzone dei Rolling Stones.
Penso che non mi sentirei svilita se ti dovessi stirare le camicie, ma anzi mi farebbe piacere.
Penso che sarebbe bello se i miei bambini ti somigliassero.


Arrivederci, allora, al 23.
Dei baci per te,
la tua Oca del Campidoglio.

P.S. Per le fedi non preoccuparti, ci ho già pensato io: ho preso degli anelli di lana cotta a forma di rana.

Bene, è deciso, la prossima volta farò così.



La prossima volta vedrò di non farmi trovare.

Editato da: Pellys. And the clock said 19:14 | link | commenti (6)
Segnalibri: mare, treno, masochisticamente
MAIL: pellys@splinder.com
venerdì, 21 marzo 2008

L'altra famiglia

Tra poche ore un treno mi porterà al mare.
Mare, per me, vuol dire Alassio, posto di felicità.
 
La mia famiglia ha una casa ad Alassio da più di quarant’anni.
Ci siamo andati in vacanza tutti: mia madre e mia zia fin da piccole, io e mio cugino Sputacchio con i nostri genitori e con gli amici di famiglia, poi io con i miei amici, e un giorno, sicuramente, anche Sputacchio con i suoi.
 
Amo far conoscere questo posto così importante alle persone che mi sono care, ma ad Alassio sto benissimo anche da sola.
Partire da sola, in ogni momento, e sapere che quello è il mio posto, e che potrò curare le mie étranges blessures, o anche solo, semplicemente, staccare la spina dal mondo. So che potrò dimenticare ogni cosa, pensando solo a guardare il mare, che mi appartiene da sempre, anche se le mie radici vere, quelle paterne, stanno un po’ più a levante, sotto la Lanterna.
 
Parto da sola, ma poi, di solito, sola non sono mai, perché laggiù ritrovo la Famigliotta.
La Famigliotta è l’altra famiglia, quella ideale, fatta di infanzia vissuta insieme, di ricordi, e di un’intesa saldissima.
La Famigliotta sono i miei amici del mare, anche se questa classificazione non rende giustizia a quello che sono realmente per me.
 
Ad Alassio, le spiagge, gli stabilimenti balneari, sono frequentati dalle stesse famiglie per generazioni. I nostri nonni, i nostri genitori, e poi noi. Noi che ogni estate, per una vita, ci siamo studiati reciprocamente, facendo castelli di sabbia, simulando annegamenti, sfrecciando in rollerblade sul lungo mare, trovandoci semplicemente nello stesso posto.
Poi siamo cresciuti, abbiamo capito che tra noi c’era un rapporto che andava al di là dei castelli di sabbia, ci siamo riconosciuti e scelti, una volta per tutte.
 
Ora che siamo grandi, ogni scusa è buona per vederci, stare insieme, ritrovarci in quella che è la casa vera della famiglia ideale: Alassio. D’estate, a fine settembre, per il ponte di Ognissanti e per Pasqua: quando non importa, basta esserci, lasciare che alle mail e al telefono si sostituiscano gli abbracci e le facce facciose, i discorsi eterni, ma anche il piacere di stare fianco a fianco in silenzio, godendoci ogni attimo della nostra quotidianità condivisa.
 
Alassio, dove ognuno di noi ha una casa: chi nel budello, come Monica e Bepu, chi appena dietro l’Aurelia, come Daniele e Alessandro, chi tra l’Aurelia e il precollina, come me e Luca, e chi direttamente sotto i piedi della collina, come Sergio.
Alassio che ci accoglie e ci vuole bene, ed è stata testimone, in tutti questi anni, della nostra trasformazione in famiglia.
 
Famiglia per me è un luogo dell’anima, dove sentirsi al sicuro, a casa, sempre.
Io ho la mia famiglia, senza la quale non potrei stare. Ma ho anche questa, che è quella che ho scelto, e che risiede idealmente in quel luogo fondamentale che è Alassio.
 
Abbiamo i nostri riti, i posti, le cose che si devono assolutamente fare, le parole che ritornano, un gergo antico e costruito in anni d’amicizia.
Chi, un giorno, si prenderà la sottoscritta, dovrà sapere che mai, per niente al mondo, mi separerò da questo posto e da queste persone, che per me valgono quanto la mia famiglia, anche se questa è più piccola e passa meno tempo insieme. Ma l’ho scelta io.
 
Ci sono io, c’è la mia famiglia, e c’è anche l’altra famiglia, che chiamo Famigliotta ed è fantastica, sgangherata, senza genitori e senza figli. Qui siamo amici, e fratelli, e a volte genitori, perché per esempio Sergio non sbuccia le mele e allora qualcuno deve farlo anche per lui. Questa famiglia fa le serate etiliche in spiaggia, a notte fonda.
In questa famiglia a volte nessuno fa la spesa (leggi: la sottoscritta) e allora, se si decide di dormire insieme in una casa sola, c’è Sergio che si sveglia la mattina e dice: “Per cortesia passiamo un attimo alla Standa, che almeno mi compro un Kinder Bueno”. Ma poi c’è anche Erica, la straordinaria fidanzata di Daniele, con le sue melanzane alla parmigiana, e Monica che si offre di lavare i piatti, e Bepu che vuol fare a metà di una pizza e sulla sua metà farci mettere il gorgonzola e allora io gli dico: “Ma manco pe’ ‘nu cazz”.
Ci sono le gitarelle a Cervo, le partite a tennis di Sergio, Daniele e Luca, che si svegliano all’alba per andare a giocare al campo inglese su in collina. Ci siamo io e Monica che ci raccontiamo storie di tanti anni fa, di quando lei mangiava ciliegie e io avevo i codini e un secchiello fuxia, e le dicevo: “A me non mi piacciono mica le ciliegie!”, e mia madre: “Non si dice a me mi”.
Ci siamo io, Monica ed Erica che parliamo beate, a spiaggia, per strada, a casa, in cucina, in macchina. E ci sono gli altri che ancora si portano dietro le carte Magic anche se hanno ventiquattro anni suonati. E Sergio che diventa “Sergino”, anche se è alto due metri tondi tondi.
C’è la farinata in quel posto lontano con i tavolacci in legno e un poster di Al Bano. Ci sono le mitiche, annuali serate “Signore degli Anelli”, anche se io ogni tanto dimentico gli occhiali e, quando si vede Gandalf vestito di bianco, chiedo: “Chi è che si sposa?”. C’è la focaccia del Fornetto, quello coi tre gradini, che sta davanti al negozio minuscolo dell’edicolante pazzo, e ci sono le serate al Victorian, e in quell’altro postaccio alla fine di Alassio che fa i super mega frappè.
 
C’è la meraviglia di stare di nuovo insieme, anche se per pochi giorni, e di sapere che quello che siamo non si può riassumere nella parola amicizia, che certo è importante, ma non è quella giusta.
Perché noi siamo una famiglia.
E Alassio è la gioia del ritorno.
 
 
P.S. Buona Pasqua.
 
P.P.S. Ad Alassio c’è una splendida biblioteca vista mare, che offre un essenziale servizio internet.
Vedrò di farci qualche capatina per sapere che combina la Regina quassù, da sola al Castello.
Editato da: Pellys. And the clock said 12:22 | link | commenti (8)
Segnalibri: mare, amicizia, famigliotta, amica monica, amico sergio, amico bepu
MAIL: pellys@splinder.com
giovedì, 20 marzo 2008

Amiche di salvataggio

"Amiche di salvataggio" è un libro di Alessandra Appiano, che non ho ancora letto, anche se mi riprometto sempre di farlo. Il titolo, però, mi sembra bellissimo. Forse perché ho amiche vere e preziose, e anche loro, come quelle del libro, mi "salvano" molto spesso.

Si dice che un'amica vera si veda nel momento del bisogno, ma io dissento: un'amica vera si vede sempre, perché sa confortarci, ma anche ridere insieme a noi. Un'amica è una finestra spalancata, e non uno specchio della nostra noia.

Molti credono che l'amicizia tra donne sia una chimera, intrisa d'invidia e chissà che altro. Io, invece, per le amiche che ho incontrato lungo la via, posso dire che non è vero, non è vero per niente. Non so che cosa succeda al resto del mondo, ma so quel che succede a me e alla parte di mondo che mi sta vicina, e dico che le amiche sono un regalo e una risorsa immensa. L'invidia femminile è una cosa che non mi appartiene, che non ho mai provato, e anche solo sentirne parlare mi lascia basìta. Esisterà, forse. Ma io sono stata fortunata, perché ho incontrato persone belle, nella mia vita. E penso che le donne possano essere una forza, una forza vera.
E' bello sentirsi parte di qualcosa, sentirsi al sicuro con persone che ci vogliono bene e di cui ci fidiamo. E' bello raccontarsi, e parlare per ore, sezionare eventi, affari di cuore, camminare a braccetto, ridere e bere tè nel frattempo. E' bello anche pensare, quando non si sta insieme, "Meno male che ci sono", e sapere di avere un porto sicuro, che sia per un consiglio, per una risata, o per la scelta di una giacchetta.

Nei miei ventidue anni di vita ho incontrato donne fenomenali, degne di stima, rispetto, fiducia e simpatia. Ho amiche vere a cui non posso rinunciare. Ho avuto grandi amiche che hanno fatto con me solo un pezzo di strada, ma mi rimangono ancora dentro. Alle amiche passate, presenti e future, ma soprattutto alle amiche che mi sono sempre accanto, che non sono una questione di tempo, ma una questione di vita, e che, per la vita, porterò sempre con me, io dico grazie.

Dò molto peso alle parole "amica" e "amico", e non le uso con facilità. Le persone che chiamo amiche, sono anche, allo stesso tempo, le mie più care amiche, perché per me le due cose vanno di pari passo. Le altre persone, a cui voglio bene, che stimo e che posso anche voler conoscere meglio, per poter arrivare un giorno a chiamarle amiche, rimangono "compagna di liceo", "collega", o anche, in alcuni casi, "cara compagna di liceo" e "cara collega".
Le parole per me hanno importanza, senza dubbio. Questo perché voglio dare il giusto valore alle cose, ai rapporti, alle persone.
Una volta che ti chiamo amico non torno indietro, ma per arrivare a tanto ci metto un po' di tempo. Il tempo che serve. So che l'amicizia non si compra, e non può essere costretta, nè forzata, perché l'amicizia SUCCEDE. E, il fatto che sia successa proprio con le amiche che ho lo ritengo un privilegio, perché sono davvero persone di cui andar fieri.

C'è Meri che, quatta quatta, sa essere provvidenziale, come la manna dal cielo. Insieme a me dal ginnasio, conserva ancora quell'ironia splendida che mi ha conquistata. La stessa ironia che ha trovato nel suo ometto ideale: mai furono viste al mondo due persone con lo stesso, spettacolare senso dell'umorismo.

C'è Ciaki, un altro regalo del ginnasio, che come Meri, ancora oggi, è parte fondamentale della mia vita. Amica del ridere e delle emozioni profonde, dei pensieri più recònditi, delle minuzie assolute. Sa quel che penso, quello che provo, e sente le stesse cose insieme a me.

C'è Ljuba, con cui so di poter dare sfogo all'umorismo più noir e malefico, perché lo capisce, e mi capisce, profondamente. E' un'amica che sa essere sempre presente, ed è una persona che stimo davvero. La nostra Ljuba, con cui ci si fanno gli addominali scolpiti a forza di ridere. E la nostra Ljuba che un giorno fuggirà a vedere il deserto insieme all'uomo dagli occhi di velluto, e sarà felice come merita.

C'è Martina, l'amica con cui si parla fino alle tre di notte senza fermarsi, l'amica che ascolta come nessuno, e sa consigliare. L'amica che fuma sul mio balcone, mentre io scrivo al computer, e intanto si continua a parlare. Lei che capisce come sto anche quando faccio finta di niente. Lei che mi rende forte, perché sento che crede in me, come io credo in lei.

C'è Monica, che riesce a farmi sentire al sicuro come nessun altro al mondo. Monica che si commuove e che sa ridere davvero. Monica che, anche da lontano, e anche con un semplice sms, sa capire sempre tutto, e aggiustare ogni piccola ferita. La ricordo a quattro anni, mentre mangiava ciliegie ed era già bellissima. Poi è cresciuta ed è diventata eccezionale.

C'è Giocagiò che condivide le mie stesse passioni, e mi sa sostenere e voler bene con discrezione. Io e questa signorina ci capiamo anche con un batter di ciglio. E i nostri sensi dell'umorismo, il mio e il suo, si sono incontrati e hanno deciso di andare sempre di pari passo, giurandosi eterna fratellanza. Siamo il duo magico, io e Giocagiò.

C'è Sürela, che per me è appunto come una sorella. Figlia della migliore amica di mia mamma, cresciuta insieme a me in anni di vacanze al mare, cene a base di pizza e videocassette di Mary Poppins. Compare di malefatte, di battibecchi e di risate matte. Non dimenticherò mai quel "Non farmi ridere Franci, che mi scappa la pipì". Aveva otto anni, io nove. E naturalmente è finita con una pipì addosso nel bel mezzo del reparto giocattoli di Miroglio. Sürela perché da piccole amavamo aggirarci per Alassio mangiando gelato e fingendo di essere sorelle. Due sorelle norvegesi che si chiamavano l'un l'altra, appunto, "sürela". In norvegese, naturalmente.

E c'è Erica, una sorpresa bella e inaspettata. Fidanzata del mio amico fraterno Daniele, è apparsa nella mia vita portando risate fantastiche e chiacchierate che non finiscono mai, e confidenze vere, perché di lei mi sono fidata subito, a pelle. Erica, bionda, soave e delicata, che poi se ne esce con frasi come "Qui bisogna tirar fuori un po' di coraggio eh! Tirar fuori un po' di tetta!"
"Ma in che senso tetta?"
"Tetta nel senso di coraggio, naturalmente. Nel senso di farsi un po' furbi!"

Eccole qui, le mie amiche. Le mie amiche più care. Capitolo a parte meriterebbero le mie compagne di liceo, le compagne d'università, le colleghe di lavoro. Perché sono stata fortunata, in questa mia vita. E, sempre e comunque, continuerò a ripetermi, e a ripetere, che le donne possono essere una forza. Perché sanno amare, e ridere, e vivere intensamente, e sono acute e intelligenti.

Alle "mie" donne auguro il meglio. Auguro la vita che tutte loro meritano, una vita di sogni realizzati, di ideali mantenuti, di felicità che arriva come una april sweet shower, e di serenità costante.
E mi auguro, per loro, grandi soddisfazioni, il coraggio di scegliere, il poter diventare l'adulto che sognano di essere, il concretizzarsi di quello che adesso speriamo solo a parole e nei nostri desideri.

Mi auguro anche di vederle realizzate in ogni campo. E che abbiano, un giorno, bambini che somiglino loro almeno un po', che abbiano il loro sorriso, o i loro occhi, o una sfumatura del loro carattere. 

Possano incontrare non solo principi azzurri, ma principi scintillanti in technicolor, pronti a capire di aver trovato quel tesoro leggendario che, come raccontano gli antichi, sta ai piedi dell'arcobaleno.

Editato da: Pellys. And the clock said 18:31 | link | commenti (7)
Segnalibri: amicizia, amica martina, amica ciaki, amica meri, amica ljuba, amica veramatta, amica monica, sürela
MAIL: pellys@splinder.com
domenica, 16 marzo 2008

Della Strega e del Ciliegio

Mi trovo nel Borgo Selvaggio (per citare LadyFlora), che non è la città in cui sono nata e nemmeno il posto in cui vivo stabilmente, però è il posto in cui sono cresciuta.
Il Borgo Selvaggio sta a metà strada tra il mare e la Francia, ai piedi della Montagna Incantata, poco distante dalla Fotezza delle Meraviglie.

Le mie radici, però, sono da un'altra parte, in seno alla Superba, Repubblica Marinara, città di Cristoforo il Grande.
Sono cresciuta nel Borgo Selvaggio sapendo che le mie origini, la storia scritta nel mio dna, e parte della mia famiglia appartenevano a Genova, al mare, alle navi e alle luci del porto. Sapendo che il mio bisnonno era ingegnere navale nell'epoca dei transatlantici e della Belle Epoque, e che mio nonno, classe 1922, a quattordici anni sfuggì a quello stesso destino, scappando alla volta del porto e chiedendo di essere imbarcato come mozzo. 

Diverrà marinaio sulla rotta del New England, stando via sei mesi l'anno, e io lo ricorderò invecchiato e fiero, con le braccia completamente tatuate. Conserverò le nostre letterine scritte con un alfabeto segreto, e quando sarò triste sognerò anch'io il porto di Boston, e i gabbiani, e le navi antiche e immense.

Ho amato Genova sapendo che il mio indirizzo era da un'altra parte, dove d'inverno nevica, dove la provincia si fa snobismo, dove c'è una sinagoga bellissima, le amicizie di una vita, il mio liceo e la maggior parte dei miei ricordi.

Oggi, in questa primavera che schianta per la sua meraviglia, nel Borgo Selvaggio gli alberi sono in fiore.
Fiorisce beato anche il mio ciliegio, piantato nel giardino di questa casa in occasione della mia nascita, dal mio nonno di Genova.
E proprio qui, proprio oggi, qualcuno ha sentenziato che il mio ciliegio va abbattuto.
La Strega in questione è la vicina di casa E., mia vecchia maestra delle elementari.
Strega: "Buongiorno!"
Madre: "Buongiorno"
Strega: "Quell'albero andrebbe tagliato, cara M."
Madre: "E perché mai?"
Srega: "Perché d'estate porta API."
Madre: "Ma è nel mio giardino!"
Strega: "Però i giardini sono vicini!"

Si dà il caso che io m'incazzi sul serio sporadicamente, ma quando capita non è bello.
Si dà il caso che io abbia un pazzo terrore di api, vespe et similia, perché ho paura di esser punta negli occhi, nelle orecchie, dovunque.
Nonostante tutto, io voglio il mio ciliegio, e lo voglio in piedi.

La Strega, che insegnava matematica e un'altra serie di amenità, in quarta elementare mi disse che ero molto cattiva e che non mi voleva più bene, per non so quale frase detta a una mia compagna, che si chiamava Sara ed era una grossa mucca ottusa, frignona, bugiarda e piantagrane.
In quinta elementare, quando i miei genitori si separarono, mi prese da parte un giorno per dirmi che mi era vicina, e che ero "una perla, tanto buona e cara".
Ero piccola, ma non stupida.
Inarcate le uniche due sopracciglia che avevo (ché, se ne avessi avute di più, le avrei inarcate senz'altro tutte), la trapassai con la mia cortese indifferenza.

Da allora, nelle persone apprezzo molto la coerenza.
In questo paese di nuove e grandi alleanze, di governi che sbroccano mentre qualcuno sviene e qualcun altro sputa, io bado al mio voto, che andrà, coerente, a chi stimo da sempre, a chi voto da sempre, anche se adesso stiamo sotto una cosa rossa ancora poco chiara, e non abbiamo più nemmeno il simbolo.

In tutto questo fervore, in un ieri che è lontano duemila e cinquantadue anni, un uomo che avrei voluto conoscere moriva nella Curia di Roma, sotto la statua di Pompeo, pugnalato ventitrè volte da una schiera di voltagabbana, figlio adottivo compreso.
Trent'anni fa invece, un altro uomo veniva rapito, la sua scorta ammazzata, proprio nel giorno in cui il suo partito avrebbe dovuto firmare un accordo con quello che, dalla sua evoluzione, ha generato il mio. Un uomo che rispetto, anche se la sua storia politica era lontana da quella a cui sento di appartenere, e un uomo che ricordo, anche se quei giorni non li ho vissuti.

Forse è vero che le Idi di Marzo portano con sè venti nefasti.
Forse è vero che un ciliegio non fa parte della storia di questo paese, e che in fondo ha poca importanza.
Però fa parte della mia storia.
E' stato il metro delle mie stagioni e del mio crescere.
E' l'idea e anche il ricordo di un nonno avventuroso e lontano.
Lontano ormai in tutti i sensi, perché naviga altrove, in mari che non so, e che forse stanno in cielo, forse no.

Strega, sappi che, per far abbattere quel ciliegio, dovrai passare sul mio cadavere.

Editato da: Pellys. And the clock said 17:31 | link | commenti (15)
Segnalibri: ricordi, famiglia, notizie, genova, mamma, nonni
MAIL: pellys@splinder.com
giovedì, 13 marzo 2008

Il martedì della brioche polverosa

Martedì sono andata a far visita alla mia cara amica Giocagiò (splinderianamente nota col nome di VeraMatta), che studia architettura e passa le sue giornate a saltare sui tram torinesi per spostarsi da un'aula all'altra. A volte è al Castello del Valentino, altre volte in un'ala distaccata del Politecnico. Martedì era appunto il turno della tetra e temibile ala sita in via Boggio, di cui l'amica parla usando pittoresche definizioni, come "E' un posto dove l'aria sa di calda brioche polverosa".
Io, che da tempo volevo andare a trovarla nel suo universo parallelo che sa di brioche, sono salita sul tram numero 15, alla volta della famigerata via Boggio. Naturalmente, siccome in zona Politecnico sono andata solo una volta per vedere due amici e mi sono pure presa una multa, dopo cinque minuti mi ero già persa.
Sms a Giocagiò, ore 12.15: "Gio, sono salita ora sul tram. Vieni alla fermata, che io non so dove devo scendere, mi raccomando"
...
Il tram passa in una via che -considero tra me e me- vista l'alta densità di esseri di sesso maschile muniti di occhiali, potrebbe essere quella del Politecnico.
Ma Giocagiò non è alla fermata.
Rimango sul tram, stoica.
Luoghi sconosciuterrimi appaiono e scompaiono fuori dal finestrino.
Sms a Giocagiò, ore 12.30: "Gio, il tram è in Piazza Sabotino"

Telefonata allarmata di Giocagiò, ore 12.31:
"Cosa vuol dire che il tram è in Piazza Sabotino?"
"Eh, che siamo in Piazza Sabotino..."
"Per la miseria! Scendi immediatamente!"
"Uh madre! Ho sbagliato fermata?"
"Sì, cavoli"
"Ah, ecco"
"Prendi qualsiasi cosa vada in direzione contraria"
"Va bene! Mi adopero in fretta e sono da te tra poco"
Sms a Giocagiò: "Ehm... Giò, la fermata?"
Sms di Giocagiò: "Ferrucci".
Dopo qualche minuto, finalmente, scendo alla fermata giusta, e trovo ad accogliermi la fida Giocagiò.
"Fra, scusa se non ero alla fermata, ma mi hai scritto che eri salita sul tram e subito dopo che eri in Piazza Sabotino!"
"Oh santo cielo, no no! Sono salita sul tram alle 12.15 e alle 12.30 ero in Piazza Sabotino"
...
In coro: "Oh, cielo!"

Senza più far caso ai ritardi del colosso Vodafone, entro nell'ala briocheosa del Politecnico, scortata dall'indigena Giocagiò.
Uomini ovunque. Altissimi.
C'è l'Uomo Trampolo.
Poi l'Uomo Gruccia.
Ma, attenzione, anche l'Uomo Comodino(!).
Mi viene in mente la frase della mia amica Erica, che fa il quinto anno di ingegneria e dice: "Al Poli non sono tutti uomini. Alcuni erano donne, ma hanno subìto una mutazione genetica al secondo anno". 
E' proprio vero, il Politecnico è un mondo a parte.
Soprattutto per me, che arrivo dalle facoltà umanistiche, dove la gente non va a lezione, ma campeggia davanti all'università, e dove a qualsiasi ora si sentono solo tre cose:
1) odore di fumo
2) qualcuno che suona i bonghi
2) qualcuno che urla: "Oh raga, merenda! Facciamo kebab per tutta la scalinata?"
...E si vedono solo tre cose:
1) gente al bar, che fuma
2) gente che suona i bonghi
3) gente che mangia kebab (di solito intere scalinate).
Che strano mondo, il Politecnico.
Nonostante l'innegabile interesse che suscita in me l'esplorare nuovi mondi e nuove culture, mi fa un po' paura pensare che la mia Giocagiò passi le sue giornate lì, tra Uomini Gruccia geneticamente modificati, gente che parla con i computer, sfilze di aule che sembrano cimiteri, a respirare aria che sa di "calda brioche polverosa".
Editato da: Pellys. And the clock said 17:56 | link | commenti (11)
Segnalibri: torino, giungla nord, amica veramatta
MAIL: pellys@splinder.com
mercoledì, 12 marzo 2008

Un prezioso Osservatore Silenzioso

L'Osservatore Silenzioso è il consulente perfetto di ogni scribacchino. Sa guardare con discrezione e consigliare con praticità.
Io, che modestamente ho scelto il migliore su piazza, so quel che dico.
Dev'essere una persona che abbia il giusto distacco (per questo un'amica non sarebbe l'ideale, e un consorte men che meno), che magari non ci conosca benissimo, ma che ci ispiri grande fiducia e, soprattutto, molta stima.
Il nostro O.S. deve saper giudicare equamente, darci una visione d'insieme, lodarci quando è il caso e, aihmé, anche assestarci una stoccata malefica (ma salvifica), se serve. Magari non ha molto tempo per svolgere questa mansione, ma, quando lo fa, porta sempre un buon consiglio.
Lo scribacchino deve in ogni caso tenere a mente che un Osservatore Silenzioso, se ascoltato come si deve, può essere un grande alleato, un grande aiuto, a volte una manna dal cielo.

Ecco alcuni scampoli di conversazione tra la sottoscritta e il suo personale Silent Observer:

PART ONE:
Osservatore Silenzioso: "Bello il nuovo blog"
Scribacchina Qui Scrivente: "Grazie!"
O.S: "Però, alla fine, a cosa serve un blog?"
S.Q.S: "..."

PART TWO:
S.Q.S: "Ma perché, secondo te a cosa serve un blog?"
O.S: "Io ho una mia teoria, ma vorrei sentire prima la tua"
S.Q.S: "Mah... Sai, io per esempio amo molto scrivere e, non avendo una casa editrice scalpitante alle calcagna, penso che il blog sia un buon modo per "pubblicare", se così si può dire, i propri scritti, per condividerli..."
O.S: "Ecco, secondo me invece dovresti valutare l'ipotesi di proporti seriamente a una casa editrice..." (Oddio, Osservatore Silenzioso, questo è un complimento meraviglioso!) "...Anche se non è che puoi scrivere sempre di TORTE CHE SANNO DI PIEDE" (Mi hai appena ammazzata, Osservatore Silenzioso!).

PART THREE:
S.Q.S: "Sono molto onorata che tu mi legga, Osservatore Silenzioso"
O.S: "Anche se non è che legga tutti i giorni eh. E nemmeno tutte le settimane!"
S.Q.S: "Certo, certo. Qual è l'ultimo post che hai letto?"
O.S: "..."
S.Q.S: "..."
O.S: "Quello su Milano. I Navigli, la mail del tuo amico sulle onde di Milano..."
S.Q.S: "Ah! Non era male quel post, vero?"
O.S: "Questo comunque non dovresti essere tu a dirlo"
S.Q.S: "..."

L'Osservatore Silenzioso sa come tirare di scherma.
Ma è anche vero che, quando fa un complimento, di solito è un complimento vero e bello.
L'Osservatore Silenzioso è una persona indaffarata, ma il fatto che trovi il tempo per prendere la strada che porta al Castello e leggere le mie ultime farneticazioni, anche se "non tutti i giorni e nemmeno tutte le settimane", mi onora molto.
L'Osservatore Silenzioso dice poche cose, ma sono tutte giuste.

Io e l'Osservatore Silenzioso non ci conosciamo molto, ma è raro che qualcuno abbia la mia stima, e lui ce l'ha, assolutamente.
L'Osservatore Silenzioso non appartiene a quest'epoca, ma ad un'altra, fatta di grandi passioni e grandi speranze, e di nobili ideali.
La cosa che preferisco in lui è che, quando ride, il suo volto s'illumina e cambia completamente, e questo significa che sa ridere davvero.
Io credo che sia difficile arrivare a conoscere bene l'Osservatore Silenzioso, ma so che un giorno ho visto una luce buona nei suoi occhi, e mi sono fidata.
Editato da: Pellys. And the clock said 22:59 | link | commenti (8)
Segnalibri: osservatore silenzioso
MAIL: pellys@splinder.com
lunedì, 10 marzo 2008

A presto, Beatrice

Qualche tempo fa, cenando con mio padre in una città che adoro, ho riconsiderato la mia posizione sulle figlie femmine. Anche se si tratta pur sempre di un futuro lontano, penso spesso che non vorrei una figlia, o perlomeno che, potendo scegliere, vorrei un figlio maschio. Questo perché, in buona sostanza, credo che le bambine siano leziosette e stronze, e che, per sopportarne una, ci voglia un esubero di pazienza, che io non ho. Pregiudizi. Sciocchi, forse.

Poi è successo che, durante la sopracitata cena nella città splendida, io abbia visto una bambina seduta al tavolo accanto al mio, e ne sia rimasta totalmente rapita. Ho pensato: "Se fosse così, la vorrei anch'io una figlia femmina".
Non so dire perché. Era bella, certo, ma non è questo il punto.
Otto anni circa, i capelli scuri raccolti in una coda, vestita di rosa e di jeans.
Non c'è niente di più bello che una bambina in rosa e jeans: io stessa , da piccola, ne andavo pazza.
Quella piccoletta, che chiamerò Beatrice perché è un nome che mi piace, era la quintessenza della grazia infantile. Ci sono bambine intabarrate in spolverini Burberry che fanno ridere i polli e rimangono goffe e brutte. E ce ne sono invece altre che, in rosa, jeans e coda di cavallo, sono dotate di una grazia e un'eleganza naturale e infinita, già ad otto anni.
Beatrice sedeva con i genitori e il fratellino. Colorava  un quadernetto con pazienza. Diceva: "Sai mamma?" e "Sai papà?".
Era semplice immaginare il carattere di quella bimba, prendendo spunto da alcuni cari e amatissimi libri:
- allegra e dolce come Pollyanna (ma non sfigata come lei)
- buona come la Beth di "Piccole Donne" (ma di salute più vigorosa)
- intelligente e furba come la Matilda di Roald Dahl (ma molto più amata dai genitori)
- timida come la Violetta di Giana Anguissola (ma leggermente più decisa).
Non potevo fare a meno di guardarla e di pensare che, per un esserino così, butterei al vento i miei pregiudizi stupidi, e sarei una madre orgogliosa.

Ogni tanto mi fa ridere pensare a un'ipotetica me con dei figli.
Ridere non per i figli, che vorrei assolutamente, ma per me e la mia  disorganizzazione congenita, perché vado a dormire tardi e mi sveglio tardissimo, perché non so cucinare nulla e mi viene bene solo il caffè (che però coi bambini sai che c'azzecca), perché rimando sempre al giorno dopo, perché inizio cento cose e ne concludo qualcuna. Ma anche perché in amore ho la fortuna delle sorellastre di Cenerentola, e si sa che, senza uno Shrek accanto, i bambini non piovono dagli alberi (sempre che PIOVA qualcosa, dagli alberi).

Poi succedono cose come questa: la mia amica Ciaki sogna un bambino, che nel sogno è mio figlio. Mi dice che è simpatico e molto sveglio, con gli occhialetti e i capelli a spazzola. E io sbarello. Non lo conosco, ma sono già fiera dei suoi occhialetti e capelli a spazzola, del fatto che sia sveglio e simpatico. Penso spesso a lui. Profumerà di borotalco, e magari avrà le lentiggini.

Ora, però, penso anche a Beatrice.
La mia, questa volta.
Alla sua grazia innata, al golfino rosa portato con i jeans, al quaderno che colorerà con metodo e cura.
Al carattere che sarà ogni giorno una scoperta.
A presto, piccola.
Editato da: Pellys. And the clock said 19:17 | link | commenti (10)
Segnalibri: famiglia, sogni, amica ciaki
MAIL: pellys@splinder.com
mercoledì, 05 marzo 2008

Smontate pure il sole

Poche ore fa, in Piazza Vittorio, a Torino, ho incontrato Pierfrancesco Favino, per caso, mentre bevevo un tè. E mentre ballo dentro mille cieli e sotto altrettante stelle, penso che tutto questo a me non serve più, perché se anche schiattassi ora, schiatterei comunque felice. Prendo spunto da una tristissima e meravigliosa poesia di Auden (che non c'entra nulla con quel che voglio dire e anzi parla di un funerale), che recita:

"Non servono più le stelle
spegnetele anche tutte
imballate la luna
smontate pure il sole
"

e dico che, se il mondo finisse oggi, non avrei nulla da ridire. Titubante mi sono avvicinata all'attore che più stimo, e gli ho detto, molto stupidamente: "Tu sei il mio mito. Scusami, so che a Torino uno pensa di non poter essere importunato, ma se vedo una volta nella vita Favèn, non posso non salutarlo. Tu sei il mio mito". E' stato eccezionale, mi ha stretto la mano per minuti immensi, e ha riso, e mi ha detto che gireranno qui fino ad aprile. Grazie, dèi dell'Olimpo. Grazie per questi secondi e questa fortuna. Che voglio fare il suo mestiere, quello non gliel'ho detto. Che ho la sua foto incorniciata sulla scrivania, nemmeno quello gliel'ho detto. Ma non importa. Non importa più niente. L'unica cosa che penso, dopo questo, è che, se schiattassi ora, non me ne importerebbe un baffo.



 
 
Editato da: Pellys. And the clock said 19:04 | link | commenti (16)
Segnalibri: sogni, torino, pierfrancesco favino
MAIL: pellys@splinder.com
martedì, 04 marzo 2008

Arcangelo dei miei stivali

Oggi Sputacchio compie 12 anni.
Sputacchio è mio cugino Gabriele, detto Lele e in amicizia Sputacchio, o Caccola, perché è piccolo e minuto come, appunto, uno sputacchio o una caccola.
Nonostante i rivoltanti soprannomi scelti dalla cattivissima cugina (che poi sarei io), Gabriele è sempre stato un bambino bellissimo. Ora cresce a vista d'occhio, e tra qualche anno dovrà chiudersi in casa, perché, ne sono sicura, farà strage di cuori.
E' nato il 4 marzo, come Lucio Dalla, in una sera che odorava di primavera, mentre sua nonna aveva la febbre e sua cugina tingeva i capelli alla Barbie con l'indelebile blu.
"E' nato, è un maschio!"
"Bene, almeno così lo chiamano Gabriele e non Michela".
Avevo 10 anni e mezzo, figlia unica, nipote unica, gelosa come una tempesta.
I miei nonni erano miei, mia zia era mia zia, mia mamma per fortuna rimaneva sempre mia mamma.
Non lo sopportavo, e occhieggiavo la sua culla torva come la strega Malefica della Bella Addormentata nel Bosco.
Pochi mesi dopo,  però, il pupattolo infernale conquistò anche me: di nascosto gli toglievo il ciuccio ogni due per tre, con l'intenzione di farlo piangere e disperare, mentre lui, ogni volta, rideva. Quel giorno decisi che, dopotutto, non era così male. Passati dodici anni, penso che mio cugino è mio cugino, e come lui non c'è nessuno. E' bellissimo, con quei suoi occhi e capelli nerissimi. E' sveglio e intelligente. Ha un'agenda più fitta d'impegni della sottoscritta: fa la prima media ed è un piccolo campioncino di tennis. Da quest'anno non scia più, perché ha deciso che soffre di vertigini e la seggiovia gli fa paura. Ama Harry Potter e non capisce che non è necessario che me lo spieghi, perché quando io leggevo "La pietra filosofale" lui ancora portava il ciuccio. Tifa Inter ma non gli interessano le partite. Come ogni maschio che si rispetti, in presenza di altri maschi diventa merdoso e distaccato, tenendo fede al mio primo teorema ("I maschi in gruppo diventano deficienti"). E, per confermare il sottotitolo al primo teorema, che recita "Per comporre un gruppo bastano due maschi", è sufficiente la presenza del suo amico Lorenzo, detto affettuosamente Bistecca (vista la mole e soprattutto il contrasto con Sputacchio), perché dagli abbracci e dal suo tipico correre incontro alla qui scrivente, si passi alla modalità "tignoso attaccabrighe stizzito".
Nonostante i suoi acerbi gusti musicali facessero prevedere scenari a tinte fosche (a quattro anni ascoltava gli Aqua e a otto Nek e gli Sugarfree), si è riscattato proprio quando ormai lo davo per spacciato, prendendo tutti in contropiede: a 11 anni e mezzo si è innamorato dei Pink Floyd, ascolta solo Pink Floyd, parla solo di Pink Floyd. Farà strada, il ragazzo.

Caro Sputacchio,
mi costa molto vederti crescere.
Pensare che un giorno quella miniatura che vedeva con me "S.O.S. Tata" sarà un adolescente fico e poi un tombeur de femmes, mi fa uno strano effetto.
Pensare che tra qualche anno quelle piccole mani che ora fanno i compiti d'inglese insieme a me saranno grandi e venose, mi fa sorridere.
Abbi pazienza, ma non riesco a vederti grande, perché già ora quando metti il gel ti rido in faccia.
Spero che tu riesca a realizzare i tuoi sogni, a diventare un ingegnere informatico, come vai farneticando da anni, anche se probabilmente non sai quello che dici.
Spero che un giorno tu possa trovare una Raperonzolo capace di amarti come meriti, e di capire che sei speciale e vai trattato con cura.
Spero che tu possa ricordarti di me, tua unica cugina, che nei tuoi 12 anni di vita non ha fatto altro che affibbiarti soprannomi, farti imparare a memoria la formazione dei Subsonica, prepararti spremute d'arancia e coccolarti sempre moltissimo.
Un giorno ci siamo ripromessi di visitare Roma insieme, quando tu avrai vent'anni e io trenta.
Chissà se te ne ricorderai. Io a Roma ci voglio vivere, anche se di questo non ti ho mai parlato.
Sappi però che, in casa mia, ci sarà sempre una brandina, o meglio, una poltrona letto dell'Ikea dal nome divertente e impronunciabile, pronta per te.
Quando vuoi, Caccola, basta un fischio.
Editato da: Pellys. And the clock said 17:30 | link | commenti (12)
Segnalibri: famiglia, cugino
MAIL: pellys@splinder.com
lunedì, 03 marzo 2008

The Cure and A Forest

Che i Cure fossero la cura ad ogni male del mondo, lo sospettavo da sempre. Da quando a quattordici anni cantavo "Friday I'm in love" aspettando un cavaliere sgangherato. Da quando, a venti, ho deciso che con "Why can't I be you" sarebbe iniziato il mio film d'esordio come regista. Da quando ho capito che, per estraniarmi dal mondo intorno a me, non serve un bosco vero, ma basta la loro "A Forest".

Ieri sono partita per Milano con la mia carissima collega I. Avevo pensieri nebulosi e increduli, il biglietto in tasca e scarpe viola ai piedi. Non so se è stato tutto un sogno, o se invece è successo veramente. Se davvero ho visto Robert Smith salire sul palco e cantare per tre ore e un quarto filate.

So solo tre cose:

- che due tizi sui quaranta, seduti davanti a me, vestiti di nero e più pazzi dei pazzi, tra nove mesi saranno genitori, che lo vogliano o no. E al bambino in questione, che chiameranno Lullaby come una canzone dei Cure, spiegheranno di averlo concepito davanti agli occhi attoniti di una discreta frangia di pubblico.

- Che Robert Smith è un genio e la sua voce è unica, e spacca, e io lo adoro, perché non puoi fare altro che amarlo, un tizio capace di teorizzare l'amore e insieme i giochi di prestigio, il circo e la follia, occhi giapponesi e suicidi, e annegamenti, e un colpo di fulmine che arriva sempre e solo di venerdì.

- Che "A Forest" è stata e sarà sempre la mia canzone. E nonostante il giornale musicale di Repubblica scriva: "A Forest è l'inno dark per eccellenza. E' il pezzo che i fan del gruppo durante i live cantano come un coro da stadio", io so che le cose non stanno affatto così.
Perché io non solo non sono dark, ma vado pure pazza per il fuxia.
Ma soprattutto perché ieri sera, quando Sir Robert ha cantato "A Forest", e la chitarra più lugubre della storia ha iniziato a suonare, il palazzetto si è fatto improvvisamente vuoto. Nessun coro da stadio. C'ero solo io, in bicicletta come in certe sere d'estate, persa in quel bosco e in quel silenzio malinconico e tremendamente verde, che è stato scritto e raccontato solo per me. Estraniata dal mondo, un'altra volta, finalmente.

I Cure sono A Forest.
La cura è A Forest.
La cura è un bosco, in biclicletta, e a me basta una canzone.


Editato da: Pellys. And the clock said 17:36 | link | commenti (7)
Segnalibri: milano, concerti, the cure
MAIL: pellys@splinder.com