Il discorso fatto con Marco, il ragazzino a cui dò ripetizioni di greco, mi ha fatto tornare in mente molte cose dei miei 15 anni.
Innanzitutto io, a differenza di lui, ero ancora nel mondo delle fate. E poi sognavo moltissimo, facevo dei gran voli pindarici un po' su tutto.
Ero legatissima ad un gruppetto di mie compagne di classe, alcune delle quali sono ancora oggi mie carissime amiche. Scrivevamo tutte e sette su un diario comune -ovvero un plico di quaderni- che avevamo intitolato "Gli anni del liceo".
Sparse un po' per tutta la classe, ci passavamo il diario sottobanco durante le ore di lezione, con la complicità di qualche compagno che, all'occorrenza, faceva da postino. Il più gettonato era Alessandro -mio storico vicino di banco, di cui ho già parlato- che aveva una serie di frasi cult, tra cui spiccava il rantolo canzonatorio che riservava al passaggio del nostro diario: "GLIAAANNI!". Così, semplicemente "Gli anni", tutto attaccato, un po' da fan di Vasco Rossi, un po' da enfisema polmonare in corso.
Ed è proprio quel plico di quaderni che sono andata a cercare: se ne stava nascosto in un armadio vicino al mio letto, in un piccolo baule. C'erano i quaderni di quarta e quinta ginnasio, e poi di prima e seconda liceo.
E lì, tra le pagine vecchie di anni del quaderno di quinta ginnasio (anno scolastico 2000/2001) ho trovato sette fogli volanti, ognuno dei quali iniziava così: "DESCRIZIONE DEL MIO RAGAZZO IDEALE".
Ebbene sì, non so per quale motivo, ma, nel maggio di quel 2001, avevamo questo pallino delle descrizioni del ragazzo ideale. Sette amiche e sette fogli.
Ho riletto tutto, ridendo in alcuni casi fino alle lacrime. Molta tenerezza e un po' di sgomento, nel ritrovare le parole scritte da quella me di sette anni fa, piccola, un po' sciocca, ma con le idee chiare.
Riporto qui sotto tre descrizioni: la mia e quelle di Ciaki e Meri, ancora oggi mie grandissime amiche.
Prometto solennemente di non omettere nulla, e di copiare in toto quel che c'è scritto sui fogli in questione, particolari imbarazzanti inclusi.
In viola ciò che fu scritto in quel 2001. In nero i miei commenti, scritti oggi, sette anni dopo.
FRANCI (sono io)
NOME: Elia / Marco (faccio notare che Elia è il nome del mio grande amore del ginnasio, del tutto unilaterale. La risposta non è pertanto da considerarsi valida, in quanto chiaramente influenzata dalle contingenze. Quanto al nome Marco, ho cambiato idea).
VISO: lineamenti fini, ma virili. NO couperose. Bel sorriso, bel naso, occhi scuri. Qualche neo carino (Bah).
CAPELLI: castano chiaro, ma anche rossi mi attirano (ora un po' meno).
COLLO: ben delineato. Assolutamente NON taurino.
FISICO: spalle possenti. Fisico assolutamente NON palestrato, ma tonico e non secco. Belle gambe. Bella cosciata (Oddio, che vergogna!).
MANI: grandi, belle, unghie a pianta larga pulite e corte.
PIEDI: puliti. NO al calzino bianco (questo tassativamente). Scarpe da skateboarder (Oddio, percarità, ora non più!).
ABBIGLIAMENTO: a me piace lo stile rapper (basta!!!), ma anche quello casual perbene. Nè alternativo nè, soprattutto, tamarro.
STILE: preferibilmente personale, soprattutto con passioni particolari, che lo caratterizzino. Deve saper suonare almeno uno strumento (anche oggi sottoscrivo. Così io -dei due- sarei la scimmia musicalmente ignorante, sob sigh).
CARATTERE: educato. Gentile. Un po' introverso. Da scoprire. Affidabile. Simpatico (ma senza esagerare, ché di giullare ne basta uno, e quello sono io), intelligente. Mi piacciono quelli un po' saputelli.
VOCE: sensuale e profonda (Santa Madre Terra!)
SPORT PRATICATI: snowboard (bah), football americano (ma perché?!?), windsurf (?).
MUSICA ASCOLTATA: NON la dance. Va bene il rock, e se gli piace anche la classica, meglio. Anche gruppi sconosciuti. Poi Linkin' Park (avevo 15 anni), Blink 182 (ripeto: avevo 15 anni. E comunque ora i Blink 182 si sono sciolti), Meganoidi. Deve conoscere "la mia" canzone degli Ska-P.
VARIE: non deve portare gli occhiali da sole quando fa brutto. Deve amare il buon cibo, le cose belle, la famiglia, i libri, il cinema, il Natale. Deve fare o il classico o lo scientifico e deve andare bene a scuola. Che ami stare in mia compagnia, ma che non sia appiccicoso o invadente. NON deve criticare le mie amiche. Deve scrivermi poesie o dedicarmi canzoni se suona (ripetere stile mantra "Aveva 15 anni"). Deve stupirmi, in bene. Deve amarmi, sempre e comunque.
CIAKI
CAPELLI: preferibilmente scuri, assolutamente non lunghi, puliti, poco gel, niente rasta e niente punte bionde. Non calvo (faccio notare che ora, invece, la condicio sine qua non perché qualcuno le piaccia è proprio la calvizie, o comunque il capello rasato a zero).
VISO: non paffuto, ma neanche troppo magro. Orecchie non a sventola, niente orecchini, pulite. Sopracciglia non troppo folte. Occhi: colore qualsiasi. Sguardo profondo e toccante. Naso: proporzionato. No caccole. Occhiali: se ha gli occhiali pazienza, basta che non sia strabico, e la montatura dev'essere un po' moderna. Ciglia normali. Labbra normali. Denti non gialli e non storti. Mento non sporgente. Niente fossetta. Barba ok, purché curata. No baffetti, che schifo. Carnagione: abbastanza scura. Qualche neo, soprattutto sulla schiena. Collo: normale, NON taurino. Una collanina ok, ma solo quando è abbronzato.
TORACE: non troppo peloso. Non deve farsi la ceretta, però.
PANCIA: come quella del rappresentante d'istituto (ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale). E' d'obbligo un neo vicino all'ombelico.
GAMBE: normali, dritte, non a stambecco.
MANI: unghie pulite, niente anelli al pollice, all'indice e al mignolo.
ALTRO: niente piercing e niente tatuaggi. Voce calda e appassionata. Deve avere un fratello simpatico. Deve essere sexy. Non deve mai puzzare. Non deve essere stonato. Non deve pizzicare la R o balbettare.
CARATTERE: buono, dolce e comprensivo. Deve sapermi consolare, deve farmi ridere.
MODO DI VESTIRE: normale, anche funzionale all'occasione, no tamarro, no alternativo.
REQUISITI FONDAMENTALI: deve sorridere volentieri. Non deve sporcarsi quando mangia il gelato. Non deve fumare. Non dev'essere un cellularomane. DEVE ODIARE Gigi D'Agostino, Berlusconi (già, era il 2001, secondo governo Berlusconi appena iniziato...), Paolo Limiti, il Preside, Amadeus, l'insalata di mare. DEVE AMARE Parigi, Harry Potter, il Natale, il Gladiatore, Ronan Keating, la torta alle nocciole. Deve saper suonare la chitarra. Deve tifare Toro e andare sempre in Curva Maratona. Deve andare bene a scuola. Non deve tenere calendari porno in camera.
MERI
NOME: qualsiasi ma normale.
VISO: occhi possibilmente verdi. Capelli corti, assolutamente NON a funghetto, NON a caschetto tipo bambino delle elementari, tantomeno stile paggio medievale (praticamente un caschetto un po' più lungo). No rasta. Naso dritto. Bel sorriso, deve sorridere volentieri. Labbra sottili (ma visibili comunque). Collo ovviamente NON taurino.
FISICO: bello, cioè spalle abbastanza possenti. Tonico, non obeso.
MANI: affusolate, unghie corte.
ABBIGLIAMENTO: sportivo, casual, tendente al fighetto.
CARATTERE: educato, non volgare, simpatico (deve farmi ridere ma non essere stupido), ironico.
VOCE: calda ma non cavernosa.
MUSICA: NON tamarra. Non canzoni con testi idioti. Se apprezza la musica classica un punto in più.
IN GENERALE: non deve essere Berlusconiano. Non deve sbavare esageratamente quando vede una ragazza carina. Non deve essere snob, non deve essere esaltato. Deve essere intelligente. Non deve parlare sempre delle stesse cose, tipo il calcio. Non deve essere uno sputa-sentenze. Deve amare la lettura. Dovrebbe, possibilmente, odiare Renato Zero, Luca Giurato, Paolo Limiti e Michele Zarrillo. Deve essere juventino, o almeno non milanista. Non deve essere un tappo. Non deve avere barba, baffi o pizzetto (a meno che non sia un cesso come il mio professore di solfeggio, che senza barba farebbe pietà). Non deve tingersi i capelli. No gel. Non calvo. Se lo sta diventando non si faccia frangette idiote (tipo il mio prof di piano che è orripilante!).
Nel rileggere le tre descrizioni, quel che salta agli occhi è (a parte il folle e diffusissimo timore che il nostro lui avesse il collo taurino) l'ingenuità spensierata di quegli anni, quando era facile credere che si potesse prenotare un amore su misura.
Quel che ho imparato nei sette anni che sono seguiti, è che l'amore accade, semplicemente.
E non importa come, cosa, quando. Quel che importa è riconoscersi l'un l'altro.
E poi, certo, che lui non abbia il collo taurino.
Nella nostra casa al mare c'è una libreria piena delle vecchie letture dei miei nonni.
Perciò, se a dodici anni avevo già letto tutto delle sorelle Brontë, e anche un bel po' di Jane Austen, è colpa di mia nonna.
Per le bambine della mia età Heathcliff era un suono che faceva pensare ad un treno a vapore? Per me, invece, Heathcliff era una persona in carne, ossa e brughiera.
Io poi a dieci, undici e dodici anni mi angustiavo in maniera indicibile: il marito di Jane Eyre che diventa cieco perché gli cade una trave sulla testa (che, delle tre Brontë, Charlotte fosse quella più stronza l'ho sempre pensato)... E Heathcliff che non si trova mai, tu lo chiami e non risponde... E quel sant'uomo del Signor Bennet, che deve sopportare una moglie che definire stracciapalle è poco, per non parlare della figlia lasciva che scappa con quell'ufficialino di cavalleria. Insomma, nelle estati tra la fine delle elementari e l'inizio delle medie avevo il mio bel da fare: scansavo il bagno in mare e le nuotate fino alla boa con i miei amici storici, per sprofondare nelle brume inglesi e nei patimenti generati da quelle arpie delle Brontë, e dalla cara Austen virgola Jane.
E proprio quest'ultima, con i suoi Elizabeth Bennet e Signor Darcy, ha sempre fatto agitare più del dovuto il lato inglese e nebbioso che c'è in me. Che succederà? Che faranno quei due? Io poi non ho mai capito di chi sia il pregiudizio e di chi sia l'orgoglio, o se appartengano a entrambi in parti uguali.
Ebbene lo ammetto: sono banale come tutte le donne che si appassionano alla vicenda Darcy-Bennet.
Darcy, comunque, rimane un esempio perfetto di uomo ideale: lo detesti, ma appena smetti di detestarlo ti accorgi che lo sposeresti domattina.
Anch'io, come tutte, nella mia vita ho incontrato un Signor Darcy, pallido abbozzo di amore folle, di quelli che vorresti anche se non hai il coraggio di saltare a piè pari per andartelo a prendere.
Il coraggio non c'è perché i Darcy sono troppo, o magari non è così, però tu credi che siano troppo per te. Per te, per la tua normalità nonostante tutto, per il tuo essere confusamente felice e poco stabile d'umore.
I Darcy non sono persone qualunque, uomini da tutti i giorni, banalmente belli e mediamente normali.
I Darcy passano forse una sola volta nella vita, e se tu non sei pronta ad aprire la finestra e scendere giù, poi non ti devi lamentare.
Ci sto pensando da stamattina, da quando ho letto una cosa molto bella, scritta su un blog intenso e delicato, che ho scoperto da poco.
La cosa bella parla di quelle persone a cui si vuol bene, e che occupano un posto dentro di noi. Ma l'autrice del blog in questione, anziché usare la parola posto, usa la parola luogo. Io non so se sia straniera, so che vive a Cracovia e questo mi basta. Forse ha usato una parola anziché un'altra perché, pur parlando splendidamente l'italiano, si è confusa. O forse invece è un effetto voluto. Comunque sia, io sono rimasta colpita:
Se qualcuno ha un luogo nella nostra vita molti sono i modi per entrare in contatto con lui. Una telefonata, una mail, una visita. Sapere che qualcuno di intimo ti fa partecipe del suo tempo, pensa a te, pensa a fare qualcosa per te, pensa a come dirti qualcosa, si muove in qualche luogo che tu neanche conosci pur portandoti con lui attraverso la leggerezza del pensiero di te.
Il fatto è che io ho sempre pensato che, non dico tutte le persone, ma perlomeno tutte quelle che riescono ad esprimersi secondo creatività, abbiano un mondo, dentro. Avevo letto che J.M. Barrie, l'autore di Peter Pan, dicesse di avere già dentro di sè l'Isola che non c'è, e che scriverne fosse semplicemente un modo per farla uscire, attingendo da quel mondo che viveva in una parte nascosta della sua persona.
Il primo giorno di quarta ginnasio, davanti alla professoressa d'italiano che ci chiedeva di presentarci dicendo che cosa volessimo fare da grandi, io avevo risposto "Mi chiamo Francesca, e da grande farò la scrittrice". E' passata molta vita in mezzo. Tra me e quel momento ci sono diversi anni e diversi accadimenti. Ma io continuo a pensare che quel mondo dentro di me esista ancora.
Il mondo dentro di me l'ho chiamato Cittadella, e spesso ci torno.
La Cittadella è un borgo antico, con i lampioni più belli del mondo. C'è la piazzetta del teatro e ci sono le taverne con i tavoli fuori, nei vicoli. E' quasi sempre sera, la luna in alto, già primavera.
C'è chi balla una canzone di De Gregori, e chi balla in silenzio sull'acciottolato.
Se devo attingere a qualcosa, attingo dalla Cittadella. Non che sia necessariamente il mondo di cui scrivo. Ma so che tutto ciò che scrivo vive dentro quel mondo.
Per questo, dire che una persona ha un luogo nella nostra vita, mi sembra la cosa più giusta. Penso che, nella mia città, ci sia una piazza per ogni persona a cui voglio bene, ma bene davvero. Le vie sono i collegamenti. Io sto nella piazzetta del teatro, e lì scrivo, e penso, e vado al cinema. Le persone che fanno parte della mia vita hanno una panchina in una delle piazze che ci sono nella città dentro di me. E se ne stanno lì sedute a rimirare la sera di già primavera. Penso questo, anche se può sembrare sciocco.
Caro mio personale Signor Darcy, tu probabilmente non sai di avere una piazza a te dedicata in quella città, e non sai nemmeno che lì c'è una panchina che ti aspetta.
Io non mi ricordo più come accade che ci si tuffi dentro gli occhi di qualcuno, ma so che può essere pericoloso, perché non si sa quando si tornerà indietro, o se si tornerà.
So che quel che diceva Catullo col suo Odi et Amo potrà essere banale, ma in fondo è verità.
Signor Darcy, io so che ti avrei sposato domattina, e ogni mattina di ogni giorno a venire della mia vita.
Tu meriti carezze, e baci sugli occhi, e una mano che passi fra i tuoi capelli con amorevole allegria. Meriti di essere abbracciato, e molto, e forte. Meriti qualcuno che all'occorrenza tolga quel capello che si sarà posato sulla tua giacca, e che sappia accorgersi che tu sai ridere come nessuno.
Sei una persona educata e antica, sensibile e intelligente in modo profondo, come solo le persone autentiche sanno essere.
Non so quanto tu sia consapevole di ciò che sei, perciò, Signor Darcy, se nella tua vita non te l'hanno detto abbastanza, te lo dico io: sei bellissimo.
Se in futuro non te lo diranno abbastanza, te lo dico io: sei bellissimo.
Se ancora non ne sei convinto, te lo ripeto io: sei bellissimo. In tutti i modi in cui una persona può essere bella. E, come tutte le persone belle, meriti di essere trattato con cura.
Chi ti avrà sarà una persona fortunata. Spero soltanto che sappia prendersi cura di te, e riesca a scorgere il mondo che le offrirai in ogni più piccolo gesto.
E' necessario che io molli il colpo, e mi ritragga. Il treno che passa sotto la mia finestra, forse, non è per me.
So, però, che la finestra la lascerò aperta, e che per un po' rimarrò ancora qui a guardare.
Se la tua panchina rimarrà vuota, sarà stato un onore ugualmente.
Torino, interno giorno, qualche ora fa.
Sono inchiodata alla scrivania da stamattina, nello stoico tentativo di scrivere 900 battute per un giornale, senza -in verità- avere la benché minima idea originale.
Dovrei iniziare a studiare un manuale di storia del cinema, talmente spesso che per ora ha rimediato solo un posto come fermaporta (scherzo, massimo rispetto per codesto manuale).
Dovrei mettere il becco fuori casa e andare a fare la spesa -ho finito anche il dentifricio-, invece me ne sto qui davanti al pc, a mangiar Nutella a cucchiaiate direttamente dal barattolo, un po' giù di morale.
Cerco di fare brainstorming, ma temo un mal di testa.
Basta: devo uscire. La spesa chiama. Il dentifricio mi salverà.
Esco agghindata secondo gli ultimi dettami della moda per spaventapasseri: pantajazz neri di vellutino e maglia con cerniera strozzacollo, giacchetta pied-de-poule bianca e nera che fa molto anni sessanta (e infatti, quando me lo fanno notare, copio una battuta della mia amica Meri e rispondo "E' perché dopo mi aspettano al Piper"). Ai piedi, le mie fidate e intramontabili Camper (anche dette "Fino a giugno solo Camper"), che però, visto il pantajazz lunghezza Mister Bean, sembrano quegli scarponcini rialzati da vecchietto-che-ha-avuto-la-polio-in-tenera-età.
Cammino per il quartiere (per i torinesi o torinesofili specifico che si tratta di San Salvario, ottimo posto per farsi sgozzare a qualunque ora del giorno) chiedendomi se sia più o meno sconveniente uscire di casa limitandosi a buttarsi addosso giacca e scarpe, perché "Tanto devo solo andare a fare la spesa", non tenendo in conto l'eventualità che possa incontrare: l'uomo della mia vita nel tragitto da qui al Dì per Dì / la mia vecchia compagna di liceo fashion che si aggira per la città come un falco nella chiara speranza di beccarmi in flagranza di reato, cioè struccata e spettinata / un intervistatore del Tg Regionale che mi chieda che cosa ne penso della vittoria di Berlusconi.
Decido di continuare per la mia strada, fregandomene.
Forte delle parole del padre di Giuseppe (uno dei miei migliori amici), mi ripeto: "Tu hai il profilo nobile, devi contar su quello", e cammino a testa alta, senza pensare al look da spaventapasseri.
Oltrepasso Porta Nuova, la stazione ricoperta di glassa rosa (come direbbe VeraMatta), infilo Via Roma e, anziché deviare subito verso il Dì per Dì Tristesse dietro Piazza Paleocapa, decido che ho bisogno del mio ricostituente naturale. Procedo a balzelli, canticchiando "I lost myself" (che poi sarebbe il ritornello di una canzone dei Fischerspooner) e mi dirigo spedita alla Feltrinelli. Si va a salutare i libri. E ad annusarli, e a sfogliarli anche un po'.
L'umore s'innalza e mi dice di andare a sbirciare il negozio delle scarpe di Mary Poppins, in via Gramsci. UAU, quante belle scarpine! Dimentica di avere ai piedi gli scarponcini poliomielitici, rimiro giuliva e beata un paio di ballerine verdi.
Poi, per completare l'opera "Tiriamoci su", decido di spingermi fino a via dei Mille, dove regna sovrano il negozio delle mie borse. C'è da dire che io adoro le borse e ne posseggo svariate decine, ma poi finisco sempre per usare la stessa. Ebbene, la mia evergreen bag è stata comprata proprio qui, in tre versioni: stoffa, velluto e pelle. Tutte e tre color verde bottiglia, e tutte e tre soprannominate con una variante dello stesso nome: Giulia, Giuliana e Giulietta.
Lì accanto c'è un favoloso negozio prémaman che metterebbe allegria anche a Re Erode, e riesce ad instillare un irrefrenabile desiderio di maternità in chiunque, persino uomo.
Dopo aver vagabondato per un po' con il naso all'insù, bado al dovere e vado a comprare il mio dentifricio (motivo, tra l'altro, della mia sortita).
Ma Torino ha già avuto il suo magico effetto: vedo i pedoni che si allargano sul marciapiede e non voglio più urlare "Stronzo levati e smettila di tagliarmi la strada, che sto pure ascoltando Marilyn Manson qui sull'mp3 e potrei farti molto male", ma anzi, cedo il passo con gioia, sorridendo alle vecchiette, ai passeggini, ai cani al guinzaglio. L'overdose di Nutella è solo un ricordo, e Torino ha compiuto la sua magia. In questa stagione farebbe saltare di gioia anche Lazzaro, quello dell'alzati e cammina. Da nessuna parte la primavera arriva come succede qui.

POST SCRIPTUM: a tal proposito, vorrei segnalare una vera perla. Trattasi del racconto che la mia amica VeraMatta ha scritto per il concorsino letterario di ViadellaViola. Ovviamente parla di Turin. Per leggerlo, basta fare un salto QUI.
Da qualche tempo dò ripetizioni di greco ad un ragazzetto molto simpatico, che si chiama Marco e fa la quinta ginnasio.
La sottoscritta non voleva dare lezioni di greco tanto quanto Marco non voleva prenderne, ma si dà il caso che sua madre, visti i problemi del figliuolo con l'aoristo e le versioni, sia andata a supplicare una collega di lavoro che risponde al nome di "MIA MADRE", e che questa collega abbia amabilmente convinto (leggi: costretto) sua figlia ad accettare, per gentilezza.
Così la figlia, per gentilezza, quando torna a casa dalla città in cui vive e frequenta l'università, e quando Marco ne ha bisogno, si arma del vocabolario Rocci (anche detto "l'infallibile Rocci") e va a casa del piccoletto per aiutarlo con i compiti.
Marco si è poi rivelato uno spasso, e insieme ce la ridiamo parecchio. Se avessi quindici anni, penso che lo troverei niente male, perché è occhialuto, bellino e timido, ma soprattutto fa il deejay: quando non è a scuola passa il tempo a metter dischi sulla sua consolle casalinga, e di notte ascolta una web radio inglese con cui si tiene aggiornato sulle ultime tendenze di nonhobencapitochegeneresuona.
Gli ultimi aggiornamenti dicono che Marco si è fidanzato, con una ragazzina del liceo che in gita gli ha dichiarato il suo amore folle. Lui, che è appunto timido, ci ha pensato su a lungo. Le ha parlato di dischi e della web radio inglese. Le ha parlato di molte cose, ed è stato ad ascoltarla. Poi ha parlato di lei con sua madre, con un tizio di venticinque anni che gli insegna tutto sul deejaying ed è il suo mito, e anche con me.
"Marco, ma che ne pensano i tuoi amici? Come mai non chiedi un consiglio a loro, che la conoscono e la vedono tutti i giorni a scuola?"
"No, loro non mi capiscono. Per queste cose devo parlare con gente matura".
"Ah, grazie per la fiducia, allora. Sono onorata"
"Ma va' va'. Senti, ma che ne pensi tu?"
Così, dopo giorni passati a macerarsi e a cercare di capire che cosa volesse dalla vita, chi fosse, dove andasse e cose così, Marco si è messo con la ragazzina dolce che in gita gli ha dichiarato il suo amore, perché ha capito che gli piace da pazzi.
E' contento e si vede, anche se, da buon maschio alfa, alla domanda "Allora, con questa fidanzata?" risponde con grugniti degni del Nano Gimli del Signore degli Anelli.
L'altro giorno s'era intenti a ripetere il paradigma del verbo "trèko" (trèko, dramoùmai, èdramon, dedràmeka), che vuol dire correre, quando lui è caduto, come al solito, sull'aoristo.
"Marco, insomma... Adesso prendi il quaderno e ripassiamo lo schema che abbiamo fatto l'altra volta".
"Va bene, è qui in cartella, lo prendo subito".
Fruga nella cartella, prende il quaderno.
DLOP.
Dalla cartella cade... Una scatola di preservativi.
"Oh, ehm, uh... "
"..."
Lui è bordeaux.
Io sono bordeaux.
"Sono... No niente, è solo un pacchetto che ho preso in società col mio amico... Sai Luca, no?"
"Marco ma non è che mi devi spiegare..."
"Ecco, no no, ma io ti voglio dire che... Ecco, l'abbiamo preso, sai per, ecco..."
Mi viene in mente che la madre, la settimana prima, ha trovato in camera sua un pacchetto di Malboro, e l'ha detto a mia madre, che l'ha detto a me, ma io lo sapevo già perché me l'aveva detto lui.
Penso alle sigarette. Penso ai preservativi. Penso che fa quinta ginnasio e ha quindici anni. E sento la mia voce dire: "Marco, non si starà un po' esagerando, qui?"
Mi sento immediatamente una vecchia carampana.
Ho appena detto la frase che mai avrei voluto dire.
Io sono quella che ha ventidue anni e lo fa ridere. Quella con cui beve coca cola a metà pomeriggio di nascosto da sua madre, che disapprova. Quella che, quando lui si annoia a tradurre versioni, lo distrae raccontandogli i miti greci. Quella a cui dice "Oh, ti ho fatto un super cd di acid house, così senti le ultime tendenze" e, al mio sguardo scioccato, aggiunge "Lo so che la discoteca ti fa cagare, ma guarda che questa non è roba tamarra".
"...Scusa, volevo dire che... Forse è un po' presto, no?"
"...Sì, infatti... E io non è che li ho presi per usarli, questi... Cioè, io e Luca li abbiamo presi in società per... Sai, no?"
"..."
"Per provarli"
"Provarli?"
"Eh, sì... Hai capito, no?"
Non ho capito. Per provarli? No, non ho capito. Poi, anche se sono una vecchia carampana, mi viene in mente una cosa. Mi vengono in mente i miei compagni di classe maschi, che erano quattro e si chiamavano Alessandro, Luigi, Martino e Nicolò.
Io e i miei compagni maschi eravamo molto amici, e stavamo spesso insieme a raccontarci cose e a ridere. Ricordo anche che una volta parlottavano tra loro con fare cospiratorio, e ai miei "Che c'è?", facevano orecchie da mercante. Poi, durante l'intervallo, mentre ripassavo la pallosissima storia di Aucassin et Nicolette in vista dell'interrogazione di francese, Nicolò mi si avvicinò e, dopo essersi guardato attorno con circospezione, mi disse: "Ehm... Abbiamo preso in società dei... Sai, dei... Preservativi"
E io zitta, con gli occhi sgranati.
"Ecco, sai, per provarli"
E io: "Ragazzi, io non vorrei dire... Ma con chi, dato che siete tutti single?"
"Oddio Francesca, non capisci proprio una mazza. Per provare la vestizione del Conte Max"
"Di chi?"
"Eh, del Conte Max"
"Oddio. Ho capito. Ho capito, grazie".
Ripenso con affetto a una scena vecchia di anni, a quei quattro e all'operazione segreta "Conte Max".
Poi gli anni del liceo sfumano, e davanti a me torna ad esserci Marco, rimasto sospeso al suo punto di domanda: "Hai capito, no?"
"Sì Marco, ho capito" e mi viene un po' da ridere.
"Perché sorridi? Perché pensi che sia già troppo grande per certe cose? Che sia in ritardo?"
"Oddio, no, no, al contrario!"
"Ma cosa pensi allora? Non sarai mica per il sesso dopo il matrimonio?"
"Oh santo cielo Marco, no! Ma percarità!"
"Ma cosa pensi, allora?!"
"Forse, se mi lasciassi finire una frase, capiresti cosa penso!"
"Scusa, hai ragione, dimmi"
Eh... Che cosa penso... Che cosa penso, Marco?
"Penso che, quando io ero al liceo, c'era gente che voleva aspettare il matrimonio, e io quella gente non la capivo. E poi penso anche che, ogni settimana, arrivavano dispacci in stile Ansa, che dicevano "Quella è stata inaugurata in gita", oppure "Quello l'ha fatto con una alla festa di Tizio, ma non si ricorda più niente! Praticamente è stato violentato!" e non capivo nemmeno quelli. Io penso che il Gran Galà d'inaugurazione sia una cosa seria. Talmente seria che se aspetti il matrimonio sei pazzo, perché scegli per tutta la vita una persona che non conosci veramente. Talmente seria che se succede con la prima che capita te ne pentirai. Io penso solo che non importa che tu scelga la donna della tua vita, perché non puoi sapere fin da ora se sarà quella giusta, e saperlo a quindici anni sarebbe una cosa folle. Tu devi vivere, ed essere libero, e sapere che magari ti potrai innamorare più volte. Devi costruirti un bagaglio che ti renda forte, e che ti faccia diventare la persona che sarai. Penso che, per crescere, tu non debba mai sottovalutare i sentimenti. E cercare sempre di capire quando ne vale la pena, e quando invece non è cosa".
"Allora la pensi come me"
"UAU, davvero?"
"Sì sì. Che ne dici se ci beviamo una coca cola? Ma non diciamo poi niente a mia madre, eh?"
"Della coca cola o dei preservativi?"
"Della coca cola"
"Ok..."
"Cioè, ovviamente anche dei preservativi".
La mia dirimpettaia di Torino fa l'infermiera pediatrica, ma se la cava bene anche come estetista della porta accanto. Io, che in verità sono piuttosto glabra, non potendo farmi torturare baffi che non ho, o pelame in eccesso (l'Osservatore Silenzioso inorridirà, giacché scrivere di ceretta è forse peggio che scrivere di torte che sanno di piede), da un po' di tempo mi sono lasciata convincere, dalla dirimpettaia infermiera pediatrica e dalla mia amica Martina, a farmi dare un'aggiustatina alle sopracciglia.
Premesso che ho sempre avuto un'arcata sopraccigliare chiara e fugace, devo dire che, dopo l'aggiustatina, mi sono resa conto che quella che per me era sempre stata un'ala di gabbiano naturale, alla Audrey Hepburn, era in realtà nè più ne meno che una coda di pavone spettinata.
E qui si arriva al 14 aprile, perché la tragedia elettorale ha mosso guerra alle poche facoltà mentali intonse che mi erano rimaste, facendomi decidere di provvedere da sola, in quel pomeriggio di sconforto e atterrimento da exit poll, alle mie sopracciglia.
Sfoltisci di qui, pensa a Bertinotti di là, in un attimo ho suicidato coda di pavone e ala di gabbiano.
Più semplicemente, mi sono ritrovata con il sopracciglio sinistro sfoltito in maniera perfetta, e quello destro... Inesistente. Cioè: c'è, ma si vede poco. E' più o meno la metà, se non un terzo, dell'altro.
E' vero che la vittoria di Voldemort mi ha gettata nel più cupo scoramento.
E' vero che la tristezza negli occhi di Fausto non riuscirò più a dimenticarla.
Ma il suicidio del sopracciglio destro -anche se la sua posizione non gli faceva onore- l'avrei francamente evitato.
Ora somiglio a Sandra Oh, in quella puntata di Grey's Anatomy in cui va dall'estetista e, il giorno prima del matrimonio, si ritrova SENZA sopracciglia.
Le mie ci sono, ma sono diverse, come una forchetta da exit poll, o come i seggi in parlamento di PD e PDL.
Mi consolo pensando che almeno potrò dire di aver sacrificato alla causa una parte di me.
E, mentre i compagni di partito impazziscono e intasano la mia casella di posta di trenta mail al giorno, ogni giorno da lunedì, e tutte con un oggetto che urla parolacce, io penso che quella tristezza e quelle dimissioni mi hanno fatto molto male.
Penso che ci sia chi -seppur lontano da me ideologicamente- merita il mio plauso più sincero, perché io so esser fiera di chiunque abbia coraggio e sappia correre da solo, dando un calcio ai Voldemort del mondo.
Penso però che un governo senza una vera sinistra non sia un vero governo.
Penso che la mia tessera sarà anche poca cosa, ma che oggi acquisti ancora più valore.
E soprattutto penso che ci sono giorni in cui noi donne siamo così giù, che nemmeno la Mannoia riesce a tirarci su.

Volevo scrivere di certe cose, poi sono incappata in altro, ma cercherò di inizare dal principio senza perdermi nei miei soliti sensi unici.
C'è di bello che stasera la mia amica Giocagiò (per trovarla su Splinder citofonare VeraMatta) mi ha portata a mangiar sushi.
Io? A mangiar sushi? Mai stata. Ma Giocagiò adora il sushi. L'amico norvegese adora il sushi. Mio padre adora il sushi. A quanto pare è un'epidemia. Ho represso la schizzinosa piattola che alberga dentro di me, e ho colto la palla al balzo. Sushi? Certo, eccomi.
Così ho scoperto che il sushi è come New York.
Della Big Apple se ne fa un gran parlare, ma così tanto che la prima volta che ci metti piede ti sembra di esserci già stato. Ed è così anche per il sushi. Tutti ne parlano, e la prima volta che lo assaggi ti sembra di averlo già mangiato.
Le nostre serate sono sempre piacevolerrime, anche se le cose da raccontarsi sono mille e il tempo è tiranno.
Me ne tornavo dunque sui miei passi, dopo aver salutato Giocagiò, quando sono stata telefonicamente raggiunta da una notizia riguardante l'amorfù.
Una donzella che non conosco, il cui nome starebbe bene solo in un film di Hitchcock, s'è presa il mio amorfù e ne ha fatto il suo amor d'oggi. Pare.
Non è gelosia, quella che s'insinua sottilmente sotto le unghie e i pensieri di questa notte dal cielo basso.
Non è rabbia, quella che attanaglia uno stomaco che, per lui, da tempo non si attorciglia più.
Pensare però che le mie mani, e i miei capelli -miei o suoi ora non ha importanza, perché erano di entrambi- e tante altre cose che erano mie, sulla sua faccia e nella sua testa... Pensare, dicevo, che ora possano essere di qualcun'altra... Fa un po' male, qui in un punto preciso che credevo ormai sepolto in qualche cassetto di fondo della mia persona.
Sono contenta che tu sia felice, amorfù bello e ormai da tempo dimenticato.
Ma se ora potessi avere davanti a me quella stronza, anche se non so che faccia abbia, sta pure sicuro che le darei due sberle molto sentite.
Bene. S'è fatto tardi. Non riesco nemmeno a scrivere come vorrei, un po' decentemente.
Andrò a vomitar bile tra le braccia di Morfeo, sia mai che, magari, mi offra anche una camomilla.
E poi cercherò di stare allegra, e di pensare che questo weekend mi aspetta una due giorni a Milano con la mia amica Ciaki, e il Rolling Stone per un concerto come si deve, il fornaio scicchissimo di via Solferino, e un alberghetto che si chiama -giuro- "Delizia".
P.S. Caro passante, non te ne andare. Vagabonda invece qui sotto, ché ci sono due post che han bisogno di te! Ringraziamenti vivissimi.

Qualche tempo fa leggevo -lacrimuccia in agguato- un post di Nonsolomamma intitolato "Elastigirl e Mister Incredible: qualche perché e alcuni nonostante". Il primo perché diceva così: "Perché nel lontano luglio 1994, ascoltando una canzone molto trash dei Gipsy Kings da Tower Records a Londra, Elastigirl alzò lo sguardo, lo vide e pensò: Merda, è lui e non c'è via di scampo".
Qualche tempo dopo, Amply75 lasciò questo commento ad un mio post: "Appena entrò alla festa capii che era l'uomo della mia vita, non potevo lasciarmelo scappare".
In uno dei miei film preferiti, "Indovina chi viene a cena", la giovane protagonista dice alla madre (Katharine Hepburn): "Oh mamma! Mi sono innamorata di Michael in venti minuti! Tu quanto ci hai messo ad innamorarti di papà?" E lei: "Oh cara... Molto meno di venti minuti!"
Ecco. Al di là di Katharine Hepburn e Spencer Tracy, che si erano semplicemente innamorati... Io mi chiedo: è davvero possibile capire immediatamente che il tizio appena entrato nella stanza è l'uomo della tua vita? E' una sensazione chiara, che non lascia dubbi, che spazza in un soffio tutto il prima che abbiamo vissuto? E, se è proprio così, come Elasti, Amply e buona parte delle donne che conosco raccontano...
COME SUCCEDE? COME SI CAPISCE?
Il cuore trilla all'improvviso, come un timer da forno impostato da una mano invisibile chissà quanto tempo prima?
Tutte le campane della città suonano a festa?
Zeus t'illumina con un fascio di luce e ti dice -in greco antico- "Sei stata nominata"?
E, soprattutto, anche al lui in questione succede la stessa cosa, o la mazzata è unilaterale? Almeno per un po', intendo, perché è ovvio che se lui è l'uomo della tua vita prima o poi ti degnerà di uno sguardo e magari anche di un bouquet.
E ancora: questa del "Ho capito che era l'uomo della mia vita", è una cosa che si considera in retrospettiva? Una specie di "Alla luce dei fatti, posso dire che, sì, forse l'ho capito subito che lui fosse LUI"? O invece la sconcertante verità colpisce subito, come una sciabolata, e non c'è retrospettiva, e non c'è tempo, perché lui è lui e lo sai appena lo vedi varcare la soglia?
Si dà il caso che io conosca un astrologo non dilettante. Non è Paolo Fox, ma se la cava. Due anni fa, il mio astrologo-non-dilettante ha consultato le stelle, e mi ha detto così (cito sue testuali parole): "Entro marzo 2008 è facile che arrivi il tuo Robin Hood".
Ora. E' vero che io non mi chiamo Lady Marion. Ed è vero che non vivo nella foresta di Sherwood negli anni in cui Riccardo Cuor di Leone se ne stava a combattere in Terra Santa e il suo fratello fedifrago Giovanni Senza Terre usurpò il trono. Però. Però un po' ci ho creduto. E ho cercato di sentire le campane, il timer del forno, la voce di Zeus che parla in greco antico con tono baritonale. Ma NADA. Nemmeno una palabra, un trillo, una campana mignon.
Forse il mio astrologo-non-dilettante s'è sbagliato, mannaggia a lui.
Però sarebbe carino pensare che ci sia del vero, in quel che si dice tra donne. E che, prima o poi, anche noi qui si possa sentire il timer del forno che trilla, e Zeus che con un sorriso sornione esclama: "Eccolo lì, è Shrek, è qui per te". Naturalmente sempre in greco antico.


Primo aprile: Subsonica, concerto di fine tour.
Per la prima volta nella nostra carriera concertistica, io e la mia fidata amica Ciaki abbiamo due accrediti.
Ciaki, da ottobre, lavora come apprendista di Big T, storico tecnico del suono piemontese, che collabora con tutta la scena locale: dai Marlene Kuntz agli Africa Unite, fino, ovviamente, ai Subsonica.
Ci godiamo perciò il concerto in una specie di tribuna d'onore, da noi ribattezzata "Vippaio formato famiglia" in mezzo a mamme papà fratelli e cugini dei nostri cinque musici.
Seduti proprio al nostro fianco, due dei Sikitikis (gruppo rock cagliaritano), dietro di noi l'ex bassista dei Subsonica.
E pensare che, anni fa, i nostri concerti subsonicati prevedevano folli attese, sgomitate, prima fila sotto il palco e viaggi in treno.
Quanta vita è passata in mezzo.
E, adesso che Ciaki realizza l'antico sogno di fare il tecnico del suono, è strano pensare agli scherzi del tempo, e alle sorprese collaterali che ci riserva.
Concerto significa anche after show ai Murazzi, in qualche fumoso locale che per l'occasione rimpiazzerà lo storico e amatissimo Giancarlo, andato a fuoco in una strana notte, non molto tempo fa. I ricordi sono mille. Il freddo ancora pungente. Solo qui si può respirare l'odore di Torino, che è fatto di quest'aria e questi luoghi: un miscuglio di asfalto, fiume e piscio.
Il limbo delle cose che si addormentano solo quando la notte cede al giorno il piedistallo del cielo.
Io ti amo Torino e tu lo sai. Torino sai anche che, dovunque andrò, ti porterò sempre con me.
In questa notte si ride per molte cose, e si chiacchiera di altrettante, sedute e poi in piedi e poi in cammino lungo il fiume fino al ponte Regina Margherita e ritorno. Questa notte la si passa anche a strafocarci di pizza prima, e di tortine alla mela e alle albicocche a al cioccolato poi. Tortine comprate per poco in un forno di Corso Casale, alle cinque del mattino, mentre davanti alla Gran Madre -la chiesa più bella che c'è- una troupe gira la scena in notturna di un film.
E poi arriva il mattino, e col mattino la colazione obbligatoria. Corso Fiume, palazzo arancione e meraviglioso. C'è un piccolo bar inondato di luce, dove si recano le fanciulle che non vestono più in mussola ma sorridono ancora all'amor cortese, amour de loin di provenzale ed antica memoria.
...
Parlando chiaro: nel bar di Corso Fiume c'è un cameriere che è una favola, e ordinare lì il primo caffè del mattino è un piacere da liceale che ci si concede in allegria.
Riporto fedelmente la conversazione delle due scemette (ma non sciacquette) in questione, ovvero la scribacchina qui scrivente e la sua fidata amica Ciaki.
FUORI DAL BAR:
C: "Oh, c'è il cameriere carino!"
F: "Oh!"
NEL BAR:
F: "Buongiorno!"
C: "Buongiorno!"
Cameriere Carino di Corso Fiume: "Buongiorno!"
SEDUTE AL TAVOLINO:
F: "E' proprio carino"
C: "Tanto"
F: "E' elegante"
C: "E fine"
F: "Ha un suo perché"
...
Cameriere Carino di Corso Fiume: "Volete ordinare?"
Sorride sotto i baffi. Saprà di essere il Cameriere Carino di Corso Fiume?
F: "Cappuccino e croissant al cioccolato"
C: "Cappuccino e croissant alla marmellata"
Cameriere Carino di Corso Fiume: "Perfetto, arrivano"
...
F: "Come si chiamerà?"
C: "Non so... Secondo te ha la faccia da...?"
F: "... Da Alberto?"
C: "Beh, sì, Alberto è un nome da bello, assolutamente"
F: "Sì, Alberto è un nome da bello!"
C: "Ma secondo me non ha la faccia da Alberto!"
F: "Secondo me sì!"
C: "Ti dico di no, fidati"
F: "Uffa, e come si chiamerà?"
C: "Fabrizio. Mi sembra probabile Fabrizio"
F: "Ma no, percarità!"
C: "A me piace il nome Fabrizio!"
F: "A me no!"
C: "...Insomma! Come si chiamerà?"
F: "Potrebbe anche chiamarsi Marco".
C: "Sì, in effetti ha un po' la faccia da Marco".
...
Cameriere Carino di Corso Fiume: "Ecco qui le vostre ordinazioni"
F: "Grazie!"
C: "Grazie!"
...
F: "Che carino che è!"
C: "E' proprio carino".
Bel modo per augurarsi la buonanotte: fare colazione in Corso Fiume, e tirare a indovinare il nome del Cameriere Carino di Corso Fiume, che forse si chiama Alberto, forse Fabrizio, forse Marco o chi lo sa.
Caro Cameriere Carino di Corso Fiume,
nell'ipotesi remota in cui passassi di qui, facci almeno sapere il tuo nome di battesimo.
Grazie.
Non sono abituata a ricevere premi. L'unico che ricordi risale alla terza media, ed era per il miglior tema dell'anno. Effettivamente, sempre di scrittura si trattava.
Ora, pare che qualcuno che ben conosco abbia voluto onorare me e il mio blog del Premio "D eci e lode". Proprio così, non dieci e lode ma d eci e lode.
Ringrazio con una piroetta saltellante e un piccolo inchino, e subito mi appresto ad attenermi alle regole del sopracitato premio, che prevedono che il premiato premi a sua volta i blog che preferisce. Non c'è un limite ai premi che posso assegnare, ma sarò parca e very strict.
A Mammaepoi, perché per prima mi ha fatto scoprire che cosa significa perdersi in una pagina sconosciuta della blogosfera, e iniziare a leggerla ogni giorno, e affezionarsi proprio un po'. Perché ama il cinema come me, ed è un po' fata e un po' strega, e ha una famiglia adorabile. Perché scrive splendidamente e non annoia mai. E poi perché mi ha fatto scoprire Delicatessen a Milano, e quelle Sacher minuscole non le ho più dimenticate.
A Nonsolomamma, che ho scoperto grazie a Mammaepoi, e che ormai è, insieme a lei, la lettura quotidiana che preferisco. Perché mi fa sganasciare sempre, e perché sa essere tenera e dissacrante allo stesso tempo. Perché questa famiglia di super eroi è veramente mitica, e certe uscite di Elastigirl dovrei segnarmele e rileggerle quando sono di malumore, per tornare subito a ridere.
A VeraMatta, mia grande amica nella vita, che, dopo aver fatto un po' di resistenza, si è finalmente decisa a imbarcarsi con me su Splinder, per condividere con il mondo la sua scrittura mordace, colta e straordinaria. E anche perché è la mia Anna Marchesini personale.
A Nina, la sensazionale mano che ha creato il mio template (ovvero la grafica di questo blog, tutta intera, Regina di Alice nel Paese delle Meraviglie compresa) e quelli di Mammaepoi, Nonsolomamma e Nuriape. Perché è bravissima, e perché ha un blog colorato, divertente e piacevolissimo, pieno di splendide foto scattate da lei. Perché ha saputo interpretare alla perfezione i miei desideri, pur non conoscendomi, e perché ha creato il template che sognavo fin dal principio, anche se così bello non l'avrei davvero immaginato.
A Nuriape, e al suo So British blog, perché è illuminante e perché mi fa ricordare sempre che io a undici anni decisi che da quel momento in poi sarei stata inglese. Lei sa perché.
A Zia Mariella, che sa farmi commuovere e anche molto ridere. Perché proprio ieri ho stamapato un suo post e l'ho letto ad alta voce alla mia più cara amica. Perché se fossi nata a Barletta sono sicura che non mi sarebbe sfuggita, e ora saremmo grandi amiche.
A Falloppio, che, diamine, scrive stramaleddettamente bene. Perché conosce il mondo e lo sa raccontare come nessuno. E' la trasposizione in blog di una certa poesia di Battiato. Io sento sempre la nostalgia del Maestro Battiato e del suo modo di raccontare, perché sa usare parole antiche e sconvolgenti visioni. Ma quando leggo lui non la sento più.
A Sedici, perché ha un sogno e io so che lo realizzerà. Perché il suo è il primo blog che io abbia letto, da quando sono entrata nell'universo Splinder. Perché da un po' di tempo scrive troppo poco, e io vorrei che scrivesse di più. E infatti sì.
Al blog Secondome, una finestra godereccia sulla mia Roma, città che è mia perché un giorno ci vivrò, costi quello che costi. Basta leggere una di queste recensioni delle trattorie capitoline perché torni immediatamente il buonumore. Provare per credere, soprattutto se amate Roma alla follia.
Al Garbaland blog, perché anche questo parla di Roma, e quanno se parla de Roma io non resisto, me viene proprio da piagne.
E... A Daiquirius, che forse non se l'aspetta perché il premio me l'ha assegnato lui, e probabilmente ora penserà che sia solo per gratitudine, ma così non è. Perché dice che scrivo meglio di lui, ma io penso quasi il contrario.
Ora posso esporre fiera la mia targhetta, che funge anche da passaporta per la pagina dedicata al premio, nel caso ci si volesse fare un'idea più precisa.