Mago Merlino consiglia:
Leggi Massimo Carlotto.
Ascolta i Cure e gli Stones
Tira coriandoli.
Bevi caffè.

mercoledì, 28 maggio 2008

L'ombrello è un placido paracadute

Degli accadimenti di questi ultimi giorni non so che dire, se non che è stato tutto molto bello.
La mia amica Ciaki compiva 23 anni mentre i Subsonica festeggiavano il decennale dall'uscita del primo omonimo album, molto emozionati, in una Piazza Vittorio gremita e piovosa.
E, in quella stessa piazza, dopo una cena dall'altra parte del fiume e un salto nella vineria piena di lucine che sta in un'altra piazza più piccola sotto la casa dei miei sogni, ho incontrato e abbracciato Daniele, mio amico fraterno e parte della mia famiglia marittima, ed Erica, la sua straordinaria fidanzata, per festeggiare i loro cinque anni insieme.

Cinque anni fa, nei corridoi del Politecnico, il compagno Lopez presentava Erica e Daniele.
Come spesso accade, fu lei a scegliere lui, da lontano, senza esser vista.
Ma quando il Fato, mosso dal sopracitato compagno Lopez, li fece incontrare nell'intervallo tra l'ora di fisica e l'ora di una qualche altra materia spaccameningi, dei due fu Daniele a non capire più nulla. Se gli avessero chiesto, nel weekend successivo a quel giorno, che faccia avesse Erica, lui non avrebbe saputo rispondere. Troppo timido per alzare lo sguardo, si ricordava solo il suo profumo, e questo bastò: narra la leggenda che in quei giorni, prima di rivederla a lezione, lo sentisse dovunque. Per strada, a casa, al campo di calcio, in tram, la domanda che il suo fedele amico F. Romano si sentiva rivolegere era sempre la stessa:
"Ma lo senti anche tu questo profumo?"
E l'altro: "Ma che cacchio dici".
Così per giorni. Finché si rividero, e lui la guardò in viso, e allora davvero non capì più nulla, ma finalmente per una buona ragione.
Seguirono un primo appuntamento alla Fiera del Libro, giorni passati a saltare le lezioni e fuggire al parco del Valentino, e attese alla stazione Dora, luogo di misteri e pericoli.
Al Valentino una dichiarazione in piena regola, perché Daniele è un uomo d'altri tempi e d'alto rango morale. Alla stazione Dora un bacio dato in fretta, prima che il treno fuggisse verso la valle di Ognissanti, perché Erica è una principessa guerriera, modi spicci, bellezza fiera e cervello fino.
Al compagno Lopez, che non conosco, dico grazie per esser stato il Fato di questa nostra storia piccola e bella. Nostra perché se non ci fossero loro, loro in coppia, anch'io sarei diversa. Non avrei davanti agli occhi un esempio perfetto di amore riuscito. Non saprei che si può ridere in quel modo. Non potrei continuare a ripetermi che non esiste coppia migliore, o miglior duo comico. Cane e gatto, ma anche comunella perpetua, e risate soffici, complicità vera, tenerezze non esibite e discrete. Non avrei Erica, diventata in questi anni una delle mie amiche più care.
Grazie compagno Lopez.
Grazie Principessa guerriera, modi spicci, bellezza fiera e cervello fino: grazie per essere arrivata nelle nostre vite. La famiglia marittima ti aspettava da tanto tempo, e conoscerti è stato molto meglio che immaginarti semplicemente.

Anni prima, nel settembre del 1999, conoscevo Ciaki, che in verità si chiama AnnaSara, anche se io per qualche giorno avrei erroneamente memorizzato un MariaSara. Chiarito l'equivoco diventammo amiche, tra Smemorande, intervalli, versioni di greco e assemblee d'istituto.
Quando compì 18 anni le regalammo una chitarra.
Due anni dopo sarebbe iniziata l'università, e la nostra vita insieme, la nostra piccola famiglia: Meri, Ciaki, Ljuba e Francesca.
Quell'AnnaSara, chiamata Ciaia fin da piccola, e poi trasformata dalla sottoscritta (che adora storpiare i nomi altrui) in Ciaki, Ciakilandia, Ciakilopoulos, Ciapalausen, Ciambala, eccetera eccetera, sarebbe diventata molto più di un'amica, per me.
Dico grazie alla donna che sa corrugare un sopracciglio e arricciare il naso con aria interrogativa, ma anche muovere entrambe le sopracciglia a tempo di musica. Grazie alla zia di sette nipotini più un altro in arrivo. Grazie alla signorina bon ton che sogna un abito da sposa color glicine e un uomo che le porti le viole del pensiero. Grazie all'agguerrita tifosa che sbraita in Curva Maratona e dice "Cuore Toro, Juve Merda" e sogna che l'uomo delle viole sia disposto a immolarsi per il Toro, a tifare urlando e perdendo la voce ogni weekend, a seguire la squadra in trasferta con la scusa di una minifuga romantica. Grazie all'unica persona che io conosca che sa il nome scientifico del mughetto. Grazie a te, e al rito delle marmellatine mattutine, grazie per le vacanze di chiacchiere senza fine e riposo senza tempo. Grazie per le nostre liste di cose da fare, per gli esperimenti culinari, le trofie al pesto e i tortini al cioccolato.
Grazie per i tuoi sogni e per la musica. Ce la farai. Tieni duro. Rompi le palle a chi ti può aiutare. Non mollare.

Sono stati giorni belli.
La coda sotto la pioggia, in macchina, con Martina. Non una comune coda in corso Massimo D'Azeglio, ma un'ulteriore scusa per parlare un altro po', per confidarmi ancora e come sempre sentirmi capita. Sul Monte dei Cappuccini alle due di notte, e prima nella vineria magica sotto la casetta illuminata che un giorno sarà mia. La stessa casetta che VeraMatta sbircia con occhi vispi, mentre dico "Ecco vedi, sarebbero quelle due finestre lassù, con i gerani e le persiane azzurre", per poi rispondere "Guarda, hai lasciato le luci accese". Grazie per quelle luci accese, e per i nostri sottintesi.
Grazie a mio nonno, che non sta molto bene ma continua a chiamare mia nonna Brigitte Bardot.
Tu lo sai, nonno, che adesso non è proprio il momento, vero? Noi non saremo mai pronti, ma adesso sarebbe veramente troppo presto. Io non ci voglio nemmeno pensare, non fare scherzi.

E poi, ieri sera, lo spettacolo teatrale del liceo, del mio vecchio liceo. Rivedere il professore di greco del ginnasio, il nostro mito allora e il nostro mito oggi, e poterlo salutare con un abbraccio e la fierezza di qualche anno in più, continuando a chiamarlo Prof.
E' qui che tutto ha avuto inizio.
Non smetterai mai di mancarmi, Liceo. E se in questo presente capita che a volte io non mi trovi più, e mi senta un po' persa, e mi chiami senza avere una risposta, forse è perché c'è un pezzetto di me che ancora cammina per quei corridoi, e non ha alcuna intenzione di farsi trovare.

E oggi Ljuba e la sua allegria, e lo studio del russo che procede e quest'estate la porterà a Mosca, lontana da noi, da Piazza Vittorio, dalla Capitale del Marchesato e da tutti i nostri posti. Ma, per fortuna, solo per un po'. E Ciaki, e i tuoi regali verdi, che sanno proprio di te.

Torino oggi hai piovuto un altro po', ma io ho smesso di piovere.

Torino, sei così bella, in ogni momento.

Torino, ad ogni angolo una sorpresa.
E' stato bello incontrarti per caso, Osservatore Silenzioso.
Tu dall'alto di un autobus, io in un viale alberato sospeso tra la pioggia appena passata e il sole spuntato da chissà dove.
E' sempre bello incontrarti, ma oggi di più.
E farti ciao con la mano, e provare a parlarsi da un capo all'altro del finestrino.
L'inaspettato è gioia.


mercoledì, 21 maggio 2008

Caligini e miracoli

Torino tu oggi piovi, di nuovo.
Studio e sento un tonfo provenire dal cielo e secchi e secchi d'acqua scrosciare improvvisamente.
Ne ho piene le tasche di questa pioggia sul finire di maggio, Torino cara.
 
Al liceo pensavo che il tempo si basasse sul mio umore altalenante. Se io ero triste, inevitabilmente diluviava. Il che, effettivamente, è tutto il contrario della meteoropatia: casomai denota una buona dose di egocentrismo.

Oggi sono uggiosa come questo temporale.
Come direbbe il primogenito di Elasti, sono una sciura frignetti.
Come direbbe Lara, fidanzata del mio amico Sergio, ho pigrottato con lo studio.
Ma non ci posso fare niente: leggo e sottolineo che "Il processo di affermazione del vescovo di Roma quale vertice dell'intera Chiesa cristiana si sarebbe completato solo nell'undicesimo secolo" e mi viene proprio da piangere. Il cielo si squarcia. Nel cortile del mio palazzo la bambina quattrenne di proprietà del ristorante brasiliano sotto casa urla come una piccola scimmia pazza.

Mi chiama Federica, la vicina, e mi chiede se i panni stesi son miei, perché diluvia e si stanno inzuppando.
"Oh, non sono miei, lasciamoli lì. Che se li vengano a prendere".
Tristezza, fa' di me polpette, o trasformami in una stronzetta corrucciata.

Piove e io piovo. Piagnucolo per mezz'ora come un'attricetta da soap. Piango davanti alle righe che parlano dell'editto di Tessalonica. Piango davanti alla cartolina del Pantheon -che mi fa da segnalibro- per quella scritta magica che evoca in me La Storia, e che dice così: "M AGRIPPA L F COS TERTIUM FECIT", e che significa semplicemente questo: Marco Vipsanio Agrippa (M AGRIPPA), grande amico di Augusto (ne sposò poi la figlia Giulia), figlio di Lucio (L F), nell'anno del suo terzo consolato (COS -abbreviazione di consul- TERTIUM), lo eresse (FECIT). A me viene da piangere, non c'è niente da fare. Penso agli anni in cui la datazione non aveva nulla a che fare con la nascita del piccolo di Betlemme, ma si contava semplicemente dicendo "nell'anno del primo consolato di Caio e Tizio", ché tra parentesi i consoli stavano in carica per un solo anno e poi arrivederci e grazie, ed erano sempre due, un po' come se noi avessimo due presidenti del consiglio.
Dicevo: piagnucolo come un'attricetta davanti a libro e cartolina. Vado a piagnucolare seduta sul bordo della vasca da bagno. Errabonda -per quanto si possa errabondare in una stanza chiusa-, piango tutte le mie lacrime e anche quelle dei vicini di casa.
Motivo? Non saprei.
Motivo?
Sarebbe un discorso troppo lungo, e bisognerebbe parlare dei miei improvvisi avvilimenti e delle mie april sweet showers che arrivano sempre a rallegrarmi. Perché io, più che piangere, rido, quasi sempre.
Bisognerebbe dire di Darcy, e di quella panchina nella città del sogno e della luna aranciata d'agosto. Bisognerebbe spiegare che ci sono giorni in cui non bastano le orecchie per fermare il sorriso, e giorni in cui è necessario mettere le mani in tasca mentre si cammina, per avere un appoggio qualunque e non rischiare di cadere. Bisognerebbe accennare anche al fatto che, malgrado De Gregori canti "tu che non credi ai miracoli, ma li sai fare", io, i miracoli, non penso di saperli fare, anche se penso che i miracoli non vedano l'ora di poter succedere.

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domenica, 18 maggio 2008

Una scimmia all'arena di Verona

Io sono musicalmente ignorante e su questo c’è poco da fare.
Non ho mai suonato nulla, se non il flauto giallognolo della scuola media.
Questa mia lacuna mi fa molto soffrire, anche perché penso che un’istruzione musicale sia fondamentale. Il problema è che, nell’età in cui sarebbe stato giusto avviare la mia formazione musicale, io me ne sono ampiamente fregata. Ho tentato di indagare con i miei genitori, chiedendo se, almeno, non avessero provato a spingermi verso la musica.
“Veramente ti abbiamo regalato la classica tastierina Bontempi quando facevi terza elementare, ma l’hai considerata un giorno e poi te ne sei subito dimenticata”.
Avreste potuto costringermi, penso io.

Forse mia madre non mi ha costretta a fare nulla perché lei stessa ha ricordi musicali un po’ traumatici: da piccola andava a lezione di piano da una signora cieca, che aveva un orologio senza vetrino e, per capire quando fosse finita la lezione, toccava il quadrante con le dita. Lei, scioccata, volle presto smettere.
Ma perché, se adesso rimpiango disperatamente una formazione musicale classica, negli anni utili me ne sono sempre lavata le mani?

Credo che il problema principale sia costituito dalle mie manie di grandezza, dai voli pindarici che facevo già a dodici anni: quando alle medie, nelle ore di musica, suonavamo i nostri flautini di plastica, se chiudevo gli occhi spariva l’aula, spariva il professore, e io e i miei compagni, agghindati di tutto punto, e accolti in pompa magna, venivamo catapultati sul palco dell’arena di Verona. Eravamo la grande orchestra, e non più scimmie buone solo a suonar plastica.
La mia immaginazione non è mai stata molto ancorata alla realtà.

Forse c’entra anche il teatro. Appena iniziata la quarta ginnasio mi son messa a far teatro, e mi sembrava che al mondo non ci fosse cosa più naturale, per me.
Ora però me ne pento. Non del teatro, questo mai. Ma mi pento di non aver pensato alla musica, e di essermi limitata, negli anni, ad ascoltarla solamente, senza avere l’urgenza di suonarla.
Anche perché adesso, quando sento il nome Argerich e scopro che non si tratta di uno sciroppo per il catarro, ma di una pianista leggendaria, mi vergogno, sinceramente.
La verità è che io amo la musica classica; anche al liceo l’ho sempre ascoltata. Mi emoziona, mi travolge, ma non è mai un’emozione consapevole.

Se vedo un film so quel che c’è dietro: so cos’è il piano sequenza, e posso dirti che a me non piacciono i piani sequenza. So che Giuseppe Piccioni usa una fotografia troppo chiara, e se, come attrice protagonista, sceglie la Ceccarelli, con quella luce piatta la fa sembrare morta.
Se vedo un attore recitare so riconoscere il tocco, e dire senza esitare “Lo so, lo sento, questo ha fatto la Silvio D’Amico”, oppure “Teatro Stabile di Genova, senza ombra di dubbio”.
So che l’effetto notte, lente scura che si appoggia alla cinepresa per girare anche in pieno giorno scene ambientate in notturna, fa schifo, e per un occhio allenato è di facile sgamo.
L’emozione cinematografica mi fa sentire al sicuro, perché so quel che vedo e so quel che penso.

Quando si tratta di libri, poi, ti so dire perché per me è importante che siano edizioni Einaudi: perché è giusto onorare Cesare, quello che -come canta De Gregori- “perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina”, perché il Cesare della canzone è proprio lui, lui che scelse di morire in estate, in una Torino deserta, nell’albergo più vicino alla stazione, forse perché si era sempre sentito di passaggio, anche nella vita. Ed è giusto onorare Natalia, spedita al Confino con suo marito Leone, giustamente antifascista, e due figli piccoli.
Natalia e tutto quello che è per me. Cesare che amava le ciliegie e diceva avessero sapore di cielo.

Quando si tratta di Storia, che non solo è ciò che studio all’università, ma è anche da sempre il mio gioco preferito, ti posso snocciolare senza colpo ferire le mie date predilette, e spiegarti che mi emoziono come una cretina, e mentre studio, a volte, mi commuovo anche.
1215: Magna Charta. E’ la data che amo di più. E ti so dire in tre lingue chi era quell’indegno usurpatore che la firmò: Giovanni Senza Terre. John Lackland. Jean Sans Terres.
La cosa che mi emoziona di più è che, quando si fa la storia, non si sa mai quale data sarà importante e quale no. E allora è importante tutto, per me.

Della musica, invece, non so nulla. Non so spiegare perché la ami -perché io la amo, ma non la conosco- e non so nemmeno dire se ho diritto d’amarla, non conoscendola.
Quando Julia Roberts, in Pretty Woman, va all’opera per la prima volta, pur non capendoci niente, piange a dirotto e dice “Mi si sono attorcigliate le budella”.
Anch’io mi sento così. Non parlo di opera, ma di musica classica, semplicemente.
Poco tempo fa, al concerto di un celebre flautista, mi sentivo esattamente così: travolta dalla musica e terribilmente fuori luogo. Era bellissimo. E’ tutto bellissimo ed emozionante, quando si tratta di musica. E io, lui là sul palco, lo vedevo suonare e ne percepivo la felicità, ed ero travolta come da un fiume in piena.
La musica fa sobbalzare, e attorcigliare le budella, e ha una bellezza perfetta, che non è la bellezza per errore di cui parla Kundera, ma una bellezza fiera, senza tempo, una luce sempre in festa.
Posso però essere emozionata se non so come si fa la musica?
Posso dirti “E’ meraviglioso”, se non so spiegarti perché penso che sia meraviglioso?
Credo di no, credo di non averne diritto.
Penso che mi sentirò sempre come uno di quei servitori mandati alla Scala dalla nobiltà milanese, per esprimere agli imperatori d’Austria tutto il disprezzo di Milano in occasione della loro visita in città. Una sguattera analfabeta, ecco quel che sono. Una scimmia all’arena di Verona.

Mi torna in mente un discorso che facevo spesso con D, amico di cui ho già parlato, che studiava clarinetto e suonava la chitarra.
Io dicevo che, da piccola, pensavo che la musica vivesse DENTRO agli strumenti. Non era il musicista a suonare, era la musica che usciva da sola, chiamata dal musicista.
Lui mi diceva che in fondo avevo ragione, perché dentro ad uno strumento c’è già tutta la musica del mondo, e sta a chi lo suona saperla tirare fuori.
E io, ancora, gli chiedevo che ne sarebbe stato di tutta la musica che mai nessuno avrebbe saputo tirare fuori, e che sarebbe rimasta per sempre dentro agli strumenti.
Lui ci aveva pensato a lungo, un po’ perché al liceo riflettevamo intensamente anche sulle cose più piccole, e un po’ perché effettivamente era un problema non da poco, e un animo sensibile non poteva passare oltre facilmente.
Alla fine, in uno dei nostri soliti biglietti, mi scrisse così: “Io penso che la musica abbia un cuore grande. E penso che, quella che non sarà mai suonata, non se la prenderà per essere rimasta ignota”.

Ogni tanto mi tornano in mente quelle parole. Penso alla musica non suonata, ed anche alla musica che avrebbe potuto essere mia, e invece non lo sarà mai.
Quale strumento avrei suonato? Non so perché, ma ho sempre pensato che il mio strumento, se solo avessi imparato a suonare, sarebbe stato il pianoforte.
So che il mio piano se ne sta da qualche parte, magari qualcuno lo suona, ma non è la persona giusta. Penso che ci saremmo voluti bene, e che avrei saputo rispettarlo.
Penso che quella musica che io non suonerò mai ci sarà, comunque, per sempre. Penso che forse rimarrà ad aspettarmi, e un giorno si stancherà.
Penso che saremmo state più felici, se ci fossimo incontrate.

Tu sei bellezza perfetta, Musica.
Con affetto,
la tua Scimmia ignorante dell’arena di Verona.

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venerdì, 16 maggio 2008

Studio matto

Caro blog,
cara Regina lassù,
mi mancate molto.
In questi giorni di studio matto e disperatissimo mi sembra che il mondo abbia smesso di girare, che non ci sia più tempo per niente, e che anche al povero Prometeo inchiodato al Caucaso, il fegato nottetempo non si rimargini più.
Quando il tempo slitta penso a Prometeo, a quel vecchio mito, e al fatto che finchè ce la fa lui, ce la posso fare anch'io, nelle mie piccole cose.
Prometeo dammi una mano a non perdermi per strada.
Qui abbiamo bisogno che il tempo torni a rotolare.
Abbiamo bisogno di un momento per poterci fermare e guardare il mondo orbitare placidamente fuori tempo.



 
 
Credits: la mucca "Urlo di Munch" è un'opera dell'artista inglese Caroline Shotton.
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giovedì, 08 maggio 2008

Ed è ancora Meme

Ebbene è successo di nuovo: ho ricevuto un Meme (dicesi meme una catena tra blogger).
Essendo quest'ultimo leggermente diverso dal precedente (elencare 6 abitudini o particolarità), ho deciso di accettare la sfida della cara Gaijina, e di scrivere 6 COSE CHE AMO.
Le cose che amo sono ovviamente più di 6, ma, pensandoci un po', credo di poter arrivare a compilare un elenco ragionato.
Ricordo che al liceo avevo inventato una cosa simile con D, mio grande amico della classe accanto, jazzista risoluto e calciatore di pallide speranze. Il gioco consisteva nello scrivere tutte le cose che ci rendevano felici, dal giro in bicicletta in una sera d'estate, alla torta al cioccolato.
L'avevamo chiamato Elenco della felicità.
Anche se questo si chiama Meme, anche se l'amico D ha ormai mollato il calcio, il jazz, e non ho più  sue notizie se non assai di rado, sono pronta a rispolverare le antiche velleità e a rimettermi in pista.

Sei cose che amo:

1) Amo l'origano.
Lo metto su tutto (con alcune eccezioni, ovviamente). Mi piace l'odore, mi fa allegria, mi pare tutto più buono.

2) Amo lo scompiglio che portano certe belle notizie, certi accadimenti. Amo quei giorni in cui il tempo passa rotolando: non so spiegare come se non dicendo che tutto il mondo è paese, e di solito c'è il sole, e un'atmosfera di attesa e di felicità nell'aria. Amo questo sentire collettivo che si manifesta quando un'amica ha un appuntamento importante e si è tutte lì, insieme, ad imbellettarla e a farle coraggio, oppure quando si aspettano i risultati delle elezioni (salvo poi morire di crepacuore durante la diretta di Matrix, sentendo che un cert'uomo è in testa e sta per vincere), o una partita dei mondiali. Ci si dimentica di mangiare, si saltabecca da una stanza all'altra in preda all'adrenalina e via così.

3) Amo le grandinate estive, l'odore che portano con sè, quel sentirsi piccoli di fronte alla natura.
Lo so, è una banalità.

4) Amo camminare prendendo sottobraccio la persona che ho accanto.  Adoro stare a braccetto con le mie amiche, con i miei genitori, con i miei nonni, e financo con gli amici maschi, anche se di solito si sentono "dei poveri vecchi" (parole del mio amico Sergio). Io e l'amico D, buon'anima, avevamo il momento del braccetto: mi accompagnava a casa dopo un pomeriggio passato a bere tè nella sua cucina e,  con la luce del tramonto e delle sei di sera che esplodeva dietro di noi e rincorreva i palazzi del centro storico, mi porgeva il braccio, con mia  grande soddisfazione.
Con le mie amiche si fanno, stando così, grandi chiacchierate, sempre sottobraccio, per interi tragitti.
Ti voglio raccontare una cosa sottovoce? Ti prendo sottobraccio.
E' un gesto intimo, bello, molto semplice, che riesce a far sentire due persone vicine. E' più discreto di un abbraccio, ma forse comporta più confidenza, ed è questo il bello.

5) Amo esser talmente presa da un libro da non smettere di leggerlo nemmeno durante il pranzo, e non vedere più la televisione o fare altro che non sia leggere. Amo quando non posso leggere per cause di forza maggiore, e il libro mi manca, e mi mancano i personaggi, e non vedo l'ora di tornare da loro e di continuare a spiare quel mondo nascosta dietro un cespuglio fatto d'inchiostro e carta profumata.

Il punto 6 è doppio, perché non mi è stato possibile eliminare uno dei due punti.

6) Amo le parole in disuso, e amo riportarle in auge. Vedo la lingua italiana come un bene prezioso, da proteggere, da trattare con cura. Amo rispolverare e utilizzare parole vecchie, curiose, un po' demodè.
Le parole cadute in disgrazia mi fanno molta tenerezza.

6 BIS) Amo certe fotografie scattate di getto, naturali, inaspettate. Amo le espressioni rubate e i momenti ricordati così, senza una posa.
Quella sì è verità e bellezza.

Ecco, ora che il meme è finito, dovrei lanciare la palla ad altri 6 blogger, perché la regola vuole così.
Ma, come giustamente diceva quel mito di Fiona Shaw a Tom Selleck, in quel delizioso film che è "Three men and a Little Lady" (commedia cult della mia infanzia):
Le regole sono fatte per essere infrante.

Non lancerò la palla a nessuno, perché c'è sempre chi non ha tempo, chi non ha voglia, chi si tira indietro.
Pertanto, cari i miei avventori, ecco come faremo: chiunque passi di qui, ed abbia voglia di farlo, lasci nei commenti il suo elenco della felicità, il suo meme, le sei cose che ama. Gradirò molto.
Lo chiedo a voi blogger.
Lo chiedo a Daiquirius.
Lo chiedo a VeraMatta, amica blogger ma soprattutto amica nella vita.
E poi lo chiedo alle mie amiche senza un blog, che però sono tra gli argomenti principali del mio per il bene che voglio loro.
Lo chiedo agli avventori casuali.
E poi a te, amico Sergio, se ti ricordi di passare.
Lo dimando a te, Osservatore Silenzioso: mi faresti piacere.
E lo chiedo a mia sorella Chiara.
Chiunque vorrà condividere con questa pagina fuxia e con la Regina lassù le sei cose che ama, farà molto piacere alla scribacchina di  corte.

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domenica, 04 maggio 2008

SMS. Ovvero: Se Mi Scrivi

F. è stato uno dei capitoli recenti più imbarazzanti della mia vita.
Ventitrè anni, un metro e novantatrè centimetri d'altezza, cintura nera di karatè.

Se dovessi scrivere un breve prologo, potrei dire che io, d'estate, faccio la guida in una Fortezza, che è bellissima e sta appollaiata sulla Montagna Incantata. Siccome sulla Montagna Incantata non c'è molto da fare, di sera i giovini portano le loro chiappe nell'unico locale degno di questo nome, anche se in realtà è una catapecchia, certo carina, ma null'altro che quattro assi di legno tenute insieme da un paio di sputi e qualche bicchiere di tequila bum bum.

Io e alcuni miei cari colleghi, una volta finito il turno con orario continuatissimo alla Fortezza (10 del mattino - mezzanotte) ci rechiamo nel suddetto posto, per ritemprar le vecchie ossa, prima di tornare alla civiltà, ai nosti pagliericci, e al meritato riposo notturno.

E qui, proprio qui, nella catapecchia tenuta insieme dagli sputi e dalla tequila bum bum, in un locus amœnus a strapiombo su un crepaccio, vedo per la prima ed unica volta in vita mia F, studente di ingegneria e maestro di karatè. Cinque secondi.
Per cinque, brevissimi secondi, intercetto una faccia, due spalle, e un paio di occhiali.
Siccome io sono capace di sbarellare per un paio di occhiali (e se gli occhiali se ne stanno su una faccia carina è ancora peggio), rischio di andare a sbattere contro una delle travi che -insieme agli sputi- tengono su la catapecchia.

Dopodiché non lo vedo più. Sparito.
Faccia-spalle-occhiali s'è dileguato nella notte.
Però c'è un però.
Il però è il mio collega Principe di Galles, amico fraterno di un amico di Faccia-spalle-occhiali.
"Principe di Galles?"
"Sì?"
"E' carino l'amico del tuo amico fraterno!"
"Quale amico del mio amico fraterno?"
"Quello con la faccia, le spalle e gli occhiali"
"Ah, F!"
"Si chiama F?"
"Sì! E così lo trovi carino eh?"
"Uh, sì, direi di sì"
"Bene bene".

Senza sapere che con quelle parole sto firmando la mia condanna a morte per imbarazzo, annuisco e ingoio l'ultimo cubetto di ghiaccio semi sciolto nel mio bicchiere.

Qualche tempo dopo, al mare con la mia amica Ciaki, mi ritrovo con il telefonino in mano e uno scambio di sms in corso.
Dall'altro capo, ad un altro telefonino, dal cocuzzolo della Montagna Incantata, c'è F, ingegneria-karaté. Faccia-spalle-occhiali.
Io l'ho visto per cinque secondi, forse meno.
Lui non mi ha vista. Nemmeno per cinque secondi. Nemmeno niente, nemmeno mai.

Santo cielo. Caro F, io non sono sicura che rivedendoti potrei riconoscerti. Non sono nemmeno sicura di averti visto bene, in tutta sincerità.

Cara Ciaki, tu che sei mia amica da una vita, tu che sei qui al mare con me e che hai assistito all'arrivo della bomba via sms... Tu lo sai che mai e poi mai, per me, qualcosa potrà iniziare via sms, vero? Tu lo sai che io vorrei un bouquet di matite ben temperate, e manifesti grandezza A4 appesi nella stazione della metropolitana con su scritto "Où et quand?", vero? Anche tu pensi che gli sms siano strumento di comunicazione utile, ma mai e poi mai vezzo da corteggiamento, vero?

Cara Francesca, tu che sei tu, quanto sei imbarazzata da uno a dieci?
E quanto ti fa sentire ridicola continuare questo balletto da 160 caratteri?
Tu, che nemmeno a quindici anni ti sognavi di pronunciare la parola messaggiare. Tu, che forse non sarai una sventola, ma di sicuro nemmeno un fondo di magazzino. Tu che sei un animo antico capitato in epoca moderna per chissà quale motivo, e non hai mai smesso di guardarti intorno inarcando le sopracciglia. Adesso le sopracciglia non riesci più ad abbassarle, dì la verità. E questi balletti, questi schermetti di cellulare che si riempiono di frasi insulse come "Quanti anni hai?" o "Che cosa studi?" o "Che musica ti piace?" ti fanno sentire talmente lontana da te stessa che quasi quasi faresti fagotto ed emigreresti in un'altra favola.

Nonostante tutto, e malgrado l'estraneità ai fatti che continui a proclamare, il balletto continua per un po', anche se non ci si vede mai e nemmeno lo vorresti. E ogni tanto non riesci proprio a visualizzare la faccia con cui stai messaggiando, ma poi ti rendi conto di aver appena detto "messaggiando", e allora daresti volentieri una testata contro il muro sillabando un flebile "Perché a me?".

A me, caro F visto per cinque secondi nella catapecchia degli sputi, non interessa proprio niente nè dell'ingegneria nè del karatè.
Penso di non aver nulla a che spartire con uno a cui piacciono i Queen.
E se mi scrivi "GLI" al posto di "LI" io posso anche togliermi la giacca e sdraiarmi nella bara qui accanto, ché tanto tra poco morirò.

Ma l'imbarazzo non è mai abbastanza. E si sa che, quando arriva, deve arrivare in dosi massicce, perché altrimenti Zeus non avrebbe di che sbellicarsi, lassù.
Ammetto di essere forse un po' pindarica. Ammetto che un metro e novantatré (preciso che l'altezza è stata appurata nelle conversazioni via sms di cui sopra, e non nei cinque secondi dal vivo) di spalle e occhiali e gentilezza non fanno schifo a nessuno, nemmeno all'animo antico con le sopracciglia perennemente inarcate.
Però insomma. Di qui a pensare che io sia innamorata di te ce ne passa.
E' vero che quando ti ho visto stavo per andare a sbattere contro il muro, ma considera il fattore occhiali, e il fattore buio, e il fattore cinque secondi.
Se ti dichiari allarmato perché pensi che io abbia una seria cotta per te, io prima mi sbellico per qualche minuto e poi m'incazzo anche un po', sai?
E poi, vedi, la grammatica è importante. Ed è vero che io rifuggo il messaggiare da corteggiamento perché lo trovo un po' grottesco, però se non hai niente da dirti nemmeno in 160 caratteri, nemmeno una volta, forse marca un po' male.
E allora era meglio se contro quel muro ci andavo a sbattere veramente, e il cellulare lo buttavo giù dal crepaccio. Perché ancora oggi, quando penso a questa parentesi, sento un po' d'imbarazzo salire su e bofonchiarmi all'orecchio un "SANTO CIELO!" un po' stizzito.

Nonostante tutto, caro F, nonostante siano passati mesi dalla nostra parentesi imbarazzante, mi fa molto piacere sentirti oggi dopo un bel po' di tempo, e sapere che sei diventato cintura nera secondo dan, anche se proprio non so che cosa voglia dire.
Penso che io e te s'era veramente mal assortiti, ma che tu sia una brava persona, un ragazzo che merita molto.
Non per me, questo proprio no.
Ma sei buono, probabilmente bello, senz'altro intelligente anche se in modo completamente diverso da me, e un giorno -ne sono certa- renderai felice una persona.
Porta con te il tuo secondo dan, e la tua gentilezza, e i tuoi "GLI" al posto dei "LI": sono sicura che troverai chi saprà apprezzare, perché in te sicuramente c'è molto da apprezzare.

Quanto a me, sappi che rimmarrò qui, con i miei improvvisi avvilimenti, e le mie felicità che arrivano come le piogge d'aprile decantate dalle Canterbury Tales.
Aspetterò l'aria che si fa festa, e i manifesti nella metropolitana, e un bouquet di matite regalato da chi non dovrà farsi spiegare perché.
Aspetterò un giovine che saprà rispondere all'idea di amore che mi son fatta in quarta elementare, quando in cartoleria vidi un cartoncino d'auguri bellissimo con una scritta argentata che diceva così:

"Se qualcuno ruba un fiore per te, non sono io.
Io sono quello della luna
".

Editato da: Pellys. And the clock said 17:51 | link | commenti (37)
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