Io e D passavamo insieme tutto il nostro tempo.
D era nella classe accanto alla mia, e per mesi non facemmo altro che scriverci lunghe lettere su fogli di quaderno strappati. Lettere scritte durante le lezioni e consegnate al cambio d'ora con mosse furtive. Lettere scritte a casa, la sera, e scambiate il mattino successivo.
Con D ricordo il primo concerto in una città lontana, e l'unica marinatura di scuola che io abbia mai fatto.
Io e D avevamo le nostre frasi, con cui riempivamo pagine e pagine.
Io e D si rideva per niente, e si andava in bici, e si stava fino a notte fonda a parlare.
D conosceva i miei amori e tormenti, e io conoscevo i suoi.
Quando pioveva D, se era solo in casa, apriva le finestre e suonava il clarinetto, perché "Jazz significa far ballare le proprie emozioni a tempo con la pioggia".
D mi regalò una latta nera di tè Twinings avvolta in una cartina geografica, e tre cassette di De Gregori registrate in una notte e in un pomeriggio. Mi fece scoprire Kundera e Queneau.
Io gli regalai una gomma a forma di scimmia, e l'unico libro di Roald Dahl che non aveva letto da bambino.
Un giorno scrisse un pezzo alla chitarra, ispirato da un discorso fatto al parco, prima che io partissi per il mare. Una sera poi me lo fece sentire, anche se non mi disse mai che cosa significava, e io ero spacciata, perché non mi ricordavo più di che cosa avessimo parlato.
Poi D si fidanzò con G, che era bella e delicata, e più piccola di noi di due anni.
G amava l'arte, l'India e la filosofia.
Io pensavo che G mi avrebbe portato via per sempre D.
Pensavo che avrebbe fatto sparire la chitarra e i fogli di quaderno e i nostri braccialetti e il tè del pomeriggio.
Pensavo a De Gregori, e a quello ch'era stato.
D, l'amico che viveva accanto alla Sinagoga.
D, con cui si bighellonava per vecchie contrade, prima di sistemarsi poi sempre sulla stessa panchina.
Il D della spremuta d'arancia, seduti al primo tavolino a destra della saletta piccola del Bar Bruno, davanti al municipio.
G l'ho detestata per sbaglio, senza capire che non mi avrebbe portato via niente, e che avrei dovuto permetterle di entrare nella nostra vita, e lasciare che si prendesse D, stando certa che quel neo sulla sua guancia destra, ch'era mio e che avevo battezzato Pier, ecco, quello me l'avrebbe lasciato.
Dovevo credere in lei, e credere in D, e credere in me e nella nostra amicizia.
Sono stata io a portare D via da me stessa e da tutto quello che si poteva definire con la parola noi.
G e D si sono lasciati ad agosto.
Mercoledì scorso, nel turbinare di una cena fatta in una cascina sperduta e fascinosa, dove da anni si ritrova il gruppo di teatro del nostro liceo, io e G ci siamo parlate come non era mai successo.
Io e G, che in questi anni avevamo fatto finta di niente e parlato del più e del meno, io e G che non avevamo rancore, ma solo sguardi di sottecchi, abbiamo iniziato a parlare davvero.
E così che ho fatto?
Ho coltivato la sceneggiatura del mio primo film, perché, come forse hai capito, sono una sciocca e coltivo molti sogni.
Quella storia io l'ho immaginata tutta ascoltando i Cure mentre sfrecciavo in bicicletta per certe strade di campagna, in molti giorni di qualche estate fa. E quella storia l'ho modellata pensando a due sorelle.
Per la prima attrice non ho ancora idee. La seconda è Gabriela Belisario, che secondo me somiglia a te.
Dall'estate del 2006 ha vissuto dentro la mia testa una sceneggiatura inventata per un film che chissà se si farà mai, e cucita addosso ad un'attrice che ha i tuoi occhi e la tua faccia.
Ci ho messo lei per chiederti perdono.
Non te l'avrei mai detto, e mai avrei pensato di averne l'occasione. La settimana scorsa, invece, l'ho fatto.
Ti ho chiesto scusa, perché da cinque anni sentivo profondamente di doverlo fare.
E poi -davvero non so come mi sia saltato fuori- ti ho detto del film.
"Io ho pensato al mio film, e alla mia attrice, e quell'attrice l'ho vista in un film di Carlo Virzì con Laura Morante, e per me è stata la chiave di volta. Sei tu. Sei tu nel mio film, ed era il mio sciocco modo per chiederti scusa. In una sceneggiatura, in un sogno che forse avrà tutte le porte sbattute in faccia, ma è pur sempre il sogno della mia vita, io ci ho infilato te, per dirti, da lontano e senza che tu lo sapessi, che volevo il tuo perdono".
Quando si è alzata mi è parso, per un brevissimo istante, che fosse scossa, quasi commossa.
Ha preso un golfino, se l'è messo sulle spalle e poi si è voltata, mi ha sorriso.
Ne sono stata felice, in maniera profonda.
Dopo cinque anni, una cretina, che di anni ne aveva diciassette, si è scrollata di dosso la polvere delle antiche contrade.
Non sa se ha smesso di sentire la mancanza dell'amico D, che ogni tanto le scrive mentre ascolta De Gregori e le dice "Mi sei balzata in mente Alice, come stai? Il mio neo che è tuo ti saluta".
Non sa se le fa ancora male il fatto che quando incrocia per caso l'amico D si ritrova a pensare sgomenta che non hanno più nulla da dirsi. Forse è giusto così.
Quel che è successo con G mi ha regalato, dopo molti anni, un sollievo insperato, una felicità cristallina.
Mi piacerebbe però credere che a lui manchi un piccolo pezzo di sè, e che quel pezzo sia rimasto con me. Sarebbe bello pensare che, in qualche angolo nascosto della sua persona, ci sia ancora posto per quella gomma a forma di scimmia, e per tutte le lettere, e per l'ora del tramonto passata a guardare la biblioteca.
Pensare che lui mi pensi, questo mi farebbe contenta. Certo non spesso, ma una volta ogni tanto, così, magari quando De Gregori dice "Se ci fosse la luna si potrebbe cantare", che era una delle nostre frasi, ed è quel pezzo che si è voltato a cantarmi un giorno, quando già non ci parlavamo più.
E' stato un attimo, c'era molta gente intorno, la canzone ha curvato su quella frase, tu ti sei voltato, mi hai guardato e hai detto in silenzio, solo in labiale:
Se ci fosse la luna si potrebbe cantare.
Nell'antica Capitale dell'antico Marchesato, percorrendo la strada che costeggia le antiche mura della città, si arriva ad un'antica chiesetta, ormai sconsacrata.
Lo scorso sabato me ne stavo seduta ad un banco della suddetta, presa ad assistere ad uno spettacolo ch'era musica e teatro insieme, di quelli che anch'io facevo tempo fa.
Ascoltavo dunque attenta, quando, senza preavviso, una folgorazione mi ha colpita in piena fronte.
Senza che avessi avuto modo di prepararmi spiritualmente, sono stata chiamata, fulminata, nominata.
Non da Gesù, poiché come ho detto la chiesa era sconsacrata, e anche perché in me non troverebbe discepola attenta.
E' successo ben altro: sabato scorso, seduta al banco dell'antica chiesa presso le antiche mura di quell'antica città, il mio libro è venuto da me.
Io, che andavo blaterando di voler fare la scrittrice fin dalla scuola media; io che, il primo giorno di quarta ginnasio, mi ero presentata dicendo così: "Mi chiamo Francesca e da grande farò la scrittrice".
Io, che non ero mai stata colta da un'idea già formata e tanto bella e tanto mia da volerne scrivere fiumi fino a farla diventare romanzo, sabato sono stata chiamata.
E' stato strano, ma fenomenale.
O, per usare parole di Hugh Grant, surreale, ma bello.
Non so spiegare che cosa sia capitato, se non dicendo che un attimo prima stavo guardando lo spettacolo, e un attimo dopo avevo lo sguardo perso nel vuoto, intento a fissare un punto lontano senza vederlo: il mio libro era arrivato.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo, anche se non sapevo quando e non sapevo come.
Non credevo che mi sarebbe parso tutto così chiaro.
La storia, il posto, i personaggi, la fine, l'ultima frase. C'è tutto.
Era tutto dentro di me, e vagava in quel luogo nascosto che chiamo Cittadella ed è l'intrico di strade in cui custodisco pensieri, aliti di vento, storie e persone bizzarre.
L'avevo letto da qualche parte, ne sono sicura: chi scrive ha un mondo dentro di sè, e prima o poi salta fuori. Io però mi dicevo "Pensa!", e non saltava fuori niente.
Ho aspettato. Ad un certo punto ho anche dimenticato. Poi, a cicli continui, mi tornava in testa l'idea che quella me di tredici anni e mezzo non si fosse sbagliata del tutto, che forse un po' ci avesse visto giusto, e sognasse sogni che le appartenevano davvero.
Chi l'avrebbe detto, che tutto sarebbe saltato fuori come un blob, così, inaspettatamente.
Non è stato pazzesco, non è stato incredibile.
Quando il libro è arrivato da me e ha detto son qui, prendimi, scrivimi, ho fissato il vuoto a occhi sgranati per qualche secondo, e poi basta.
E' successo quello che forse aspettavo da tutta la vita, e non mi ha colta di sorpresa.
Poteva non succedere mai. Anche se, nel mio più profondo sentire, non c'era traccia di preoccupazione. Aspettavo senza aspettare.
Appena è capitato, mi è sembrato del tutto naturale.
- Son qui, prendimi, scrivimi.
- Eccoti, ciao.
La cosa stupefacente è capitata dopo.
Zitta e muta sull'argomento, mi sono avviata insieme ai recitanti, ai musici, al Maestro, e a chi quella sera non era stato raggiunto e colpito in fronte da romanzi volanti ancora da scrivere, in un locale poco distante.
Nel locale poco distante sono andata alla toilette con l'amica Ciaki intanto sopraggiunta, e lì ho incontrato un ragazzo.
Questo ragazzo, che come me non viene dalla Capitale del Marchesato, ma dalla vicina Città dei Sette Assedi, si chiama M, e io lo conoscevo un po' meno che di vista.
M studia disegno e ha grande talento.
M ha una pagina su My Space, un sito con tutti i suoi disegni.
Tanto tempo fa mi ero persa su quella pagina, con il mouse in mano e un sorriso stampato in faccia.
Tempo dopo ho visto appeso un manifesto che pubblicizzava la sua prima mostra.
Era lì, davanti a me, e non ho resistito:
"Ma tu sei M. C. ?"
E lui: "Sì..." a occhi sgranati.
Gli ho spiegato che conoscevo i suoi disegni, e che era bravissimo, e che davvero gli facevo tutti i miei complimenti.
Lui, stupito e poi contento, mi ha detto "Non pensavo di essere famoso!", ha riso e mi ha lasciato il suo biglietto, con il sito che già conosco, un altro in preparazione, e un piccolo disegno sul davanti.
In chiesa è arrivato un fulmine, e alla toilette un segno del destino.
Torno indietro e dico: tempo fa mi ero persa su quella pagina, con il mouse in mano e un sorriso stampato in faccia.
Tempo dopo ho visto appeso un manifesto che pubblicizzava la sua prima mostra.
Tutto questo è successo parecchio tempo fa.
In entrambi i casi, ho pensato solo una cosa:
Se scrivo un libro, voglio che la copertina la disegni lui.
Molto prima che il libro mi cadesse in fronte, molto prima che si presentasse a me chiedendo solo di esser scritto, io avevo trovato l'illustratore perfetto.
E' proprio vero quel che dice la mamma della mia amica Ciaia: "Il destino ha più fantasia di noi".
E in effetti chi l'avrebbe mai detto, che nella stessa sera avrei avuto una folgorazione e sarei stata raggiunta dal mio libro, per poi conoscere, un'ora dopo, l'illustratore che avevo sognato per quello stesso libro prima di sapere che l'avrei scritto.
(E, soprattutto, chi pensava di conoscerlo alla toilette).
Alessandro era il mio compagno di banco al liceo.
Lentamente abbiamo costruito un'amicizia solida, un bene profondo.
Con la fine del liceo e l'inizio dell'università non è stato semplice vedersi, ritagliarsi degli spazi, ma ogni volta che ci si riusciva era una cosa bella, preziosa.
Ora è più di un anno che non vedo e non sento Alessandro.
Tutto questo non ha a che fare con noi, ma semplicemente non è capitato, per colpa di alcune mie sciocche paure.
La paura è quella di dover raccontare ad una persona per me così importante alcuni accadimenti poco piacevoli. I ponti che ho tagliato con una mia vecchissima e carissima amica, nostra compagna di classe, non sono cosa di cui vado fiera. Me ne vergogno, sento di aver fallito, sento che non è normale che un'amicizia possa finire: eppure è successo. Proprio per il valore che attribuisco all'amicizia, questa fine per me è stato un lutto.
Anche se non tornerei mai indietro, anche se vivo meglio adesso, per molto tempo questa scelta mi ha fatto sentire una persona completamente sbagliata.
Questo non è un diario o una propaggine di me, e ci sono cose che non è facile raccontare, ma sono la necessaria premessa a quel che ho da dire.
Quando io e Amiciziafinita abbiamo deciso, non senza dolore, di tagliare i fili che ci univano fin dalla quarta ginnasio, non ne ho parlato quasi con nessuno, finché qualcuno non l'ha capito, o scoperto, e allora sono dovuta uscire dal mio guscio, dalla bolla di sapone. Sentendomi sbagliatissima ho spiegato le motivazioni. Sentendo di aver fallito, ho spiegato questo fallimento.
C'è stato un periodo in cui temevo di incontrare una qualunque persona e di sentirmi domandare: "Allora, come sta Amicizia?" e di dover rispondere "Non è più Amicizia, da un po' è Amiciziafinita".
Con chi mi era accanto è stato più facile, perché mi era, appunto, accanto. Le spiegazioni sono state brevi, l'abituarsi una veloce evoluzione. Con altre persone, invece, non c'è stato modo di parlarne.
Io penso che sia normale che un amore finisca, ma che non sia normale che finisca un'amicizia. Non so che cosa succeda al mondo, ma so quel che è successo nella mia bolla di sapone, e so come mi sono sentita. Per questo avevo il terrore di dare spiegazioni: perché non mi pareva una cosa logica, mi sembrava una cosa aberrante.
Poi, un giorno, per caso, mi è piovuta addosso una frase, tratta da un libro che non ho nemmeno letto. Viene da Caos Calmo, di Sandro Veronesi, e dice più o meno che il mondo pensa a noi molto meno di quanto crediamo. E' la verità, e mi ha sollevata.
Forse una scelta che nella bolla di sapone sembra scioccante, per il mondo non è poi così terribile.
O forse il mondo se ne frega, e questa è una cosa confortante.
Io non temo il giudizio degli altri tanto quanto temo il mio. Mi giudico molto, forse anche per i motivi sbagliati.
E così Alessandro, il mio compagno di banco, non l'ho più cercato. Ho svicolato con qualche scusa alle sue richieste di vederci, anche se volevo vederlo. Pensare di dover raccontare tutto, dal principio, ad una persona che non vedevo da un po', ma a cui tengo molto, mi terrorizzava, chissà poi perché.
Capita però che una ragazza, che abita vicino a me a Torino, sia la fidanzata del coinquilino di Alessandro.
Per un anno è stata il tramite dei nostri saluti, io presa a svicolare, lui forse a chiedersi perché, o forse a non farci più caso.
Finché, l'altra sera, ferme sul pianerottolo per un saluto veloce, mi ha detto: "Stasera vado da Paolo, ti saluto Sandro?". Ho risposto con il solito "Sì, grazie mille", sentendo un vuoto che non saprei spiegare. Poco prima che uscisse ho bussato alla sua porta e le ho chiesto se potesse farmi da postino. Al suo "Sì, certo", le ho dato un bigliettino che diceva così:
"Ciao Sandro, mi manchi tanterrimo. Appena avrò sistemato un paio di cose, vorrei tanto vederti".
Quella sera aspettavo un sms, una cosa qualunque, ma non è arrivato niente.
Il giorno dopo, qualcuno ha bussato alla mia porta. Era lei, e mi ha detto così: "Gli ho dato il tuo biglietto. L'ha messo di ottimo umore, è stato contento per tutta la sera".
Prima di andarsene, mi ha porto un piccolo foglio ripiegato in quattro parti.
"Cara Franci, manchi troppo anche a me. Sperando di rivederti presto, fatti sentire appena puoi. Sandro".
Di ottimo umore anch'io, e senza smettere di sorridere per una buona mezz'ora, ho capito che un compagno di banco continua a stare dalla tua parte anche quando un banco non lo si divide più.
E ho capito anche che le bolle di sapone possono proteggerti per un po', ma poi vanno fatte scoppiare, e in qualche modo bisogna riprendersi il proprio coraggio.
Tanto il mondo, di noi, se ne fa un baffo. E questo è davvero un bene.
POST SCRIPTUM.
Buon compleanno ancora, collega Principe di Galles.
Il quarto di secolo raggiunto ieri è traguardo importante, e il Suo futuro sarà scintillante.
Come già ebbi modo di dirLe, se non ci crede ci credo io per Lei.