L'estate, questa grande terra straniera.
Ci si para davanti in silenzio, avanza muta e bollente come una prateria sconfinata, e c'inghiotte.
Cambiano i programmi televisivi e finalmente si dice addio a Costanzo.
Spuntano candele alla citronella, e la luna si trasforma in quel bicchiere d'aranciata di cui discorrevo un po' di tempo fa.
E poi la sera, la sera. Non c'è niente di più bello delle sere d'estate, placide e lente, odorose, e cantate dai grilli.
Me ne sto qui con una cartolina davanti, a chiedermi quanto contino la pazienza e l'ironia.
Ci vuole pazienza per aspettare che il giorno si faccia più chiaro, e che le partenze ci travolgano.
Ci vuole ironia per accettare che questa vita sia una storia di cui siamo solo i personaggi.
Se partire è un po' morire, io morirò allegra, mandando cartoline.
Le cartoline mi piacciono, come mi piace tutto ciò che fa un po' retrò.
Le cartoline sono un modo piccolo per dire "Ti ho pensato", per portare le persone con te, con leggerezza.
Io, dalla mia tomba fatta di treni e di orari, di lenzuola di ostelli e di poesia nelle valigie, ti mando una cartolina per dirti che sono partita, che sono un po' morta e un po' allegra, e che da questa mia lapide canto parole scritte accanto al tuo indirizzo.
Forse, però, aveva ragione la mia professoressa di chimica del liceo, quando diceva che chi non parte non prova l'emozione del ritorno.
E infatti tornerò. E tornando piangerò.
Un giorno Kafka scrisse un raccontino intitolato "Io ho undici figli", in cui un padre elenca nomi e virtù dei suoi molti figli, trovando però sempre, a ciascuno di loro, una pecca, un difetto, un qualcosa che a lui padre non va proprio giù.
Molti anni dopo, una ragazzina di quarta ginnasio s'innamorò di Kafka, del suo Gregor Samsa, di mille piccoli racconti, e di uno in particolare, che parlava di molti figli e di un padre dalla critica facile.
Negli anni quella ragazzina pensò spesso che quel raccontino sarebbe stato perfetto per una trasposizione teatrale, e che anzi, il teatro gli calzasse a pennello.
Nei suoi sogni in fondo al cassetto rimane da allora un piccolo sogno su quel piccolo racconto, su quel padre noioso, su quei figli pieni di difetti.
C'è però qualcosa che la ragazzina in questione non riesce proprio a ricordare, ed è il titolo esatto del raccontino. Non ci sarà mai modo di farle entrare in testa che i figli sono undici, e non sette. Lei ne parlerà, e ci penserà su, sempre dicendo "Io ho sette figli". Sette. Non undici. Chissà perché.
Ci sarebbe un racconto di Kafka che vorrei portare in teatro. S'intitola IO HO SETTE FIGLI.
Oddio, no, sono undici, undici figli, maledizione.
Essendo io quella ragazzetta smemorata, dopo essermi attaccata in fronte un post-it per ricordare sempre che i figli sono undici e non sette, sono giunta a una conclusione.
Con buona pace di Kafka, a cui non sarei degna nemmeno di allacciare le scarpe, ho capito che c'è un motivo, in tutto questo mio non riuscire a ricordare: IO HO SETTE FIGLI devo scriverlo io.
Oggi, mentre Kafka qui accanto a me si rivolta nella tomba, ho pensato ai miei sette figli, e a quello che sarà il mio personalissimo raccontino.
A parlare non sarà un padre, ma una madre, e quella madre (per ora molto immaginaria) sarò io.
Non racconterò dei miei figli trovando un difetto ad ognuno di loro, ma ne racconterò cose belle.
Il mio racconto sarà diverso, molto più piccolo, forse banale.
Ho deciso di prendere i sette nomi che amo di più, che considero belli, e di battezzare con quei nomi i miei sette figli, provando ad immaginare quale potrebbe essere la loro personalità, il loro carattere, il loro aspetto.
Non credo che avrò mai sette figli, altrimenti a cinquant'anni mi toccherebbe raccogliere la pelle delle braccia con reti per la pesca da squali.
Non vorrei sette figli. Forse ne vorrei tre, ma non è questo il punto.
Il punto sei tu, Franz Kafka, mio malinconico bene letterario.
I miei sette figli sono un omaggio alla tua arte, a quello che mi hai regalato leggendoti.
Il mio raccontino è uno sciocco modo per dirti grazie di tutti i pensieri che mi hai fatto pensare.
Sette figli, vi dedico a Kafka. E poi vi dedico a me stessa, anche se forse tutti in blocco non vi conoscerò mai. E poi vi dedico a voi, perché sono certa che sareste una meraviglia, anche se rimarrete solo un esercizio letterario.
IO HO SETTE FIGLI
CARLO
Il mio primogenito si chiama Carlo, perché Carlo è il nome che amo di più.
Carlo in onore di nessuno, anche se, a ben guardare -ma solo per caso- poiché son studentessa di Storia Medievale, comunista, e appassionata di cinema, si chiama come i tre Carlo della mia vita: Carlo Magno, Karl Marx, Carlo Verdone.
Carlo è nato in un giorno di pioggia, in una stagione chiara, e subito si è affacciato al tutto della sua vita con occhi lunghi e scuri. Carlo è forte. In fondo è timido, ma non lo dà a vedere. Carlo cresce solido e scruta ogni cosa, se ne sta seduto a riflettere, legge, invita a casa i suoi amici e dibatte con loro, per lunghe ore, chiuso in camera. A diciotto anni si è messo a fumare. A diciannove si è innamorato per la prima volta. A venti ha girato l'Europa con amici, libri e sacco a pelo. Carlo studia giurisprudenza, ama la sua vita e ama la sua casa, che è la nostra. Carlo sarebbe stato perfetto per gli anni settanta. E' un fratello rassicurante, ed è bello in modo discreto. Carlo, pur essendo di natura sfuggente, mi capisce in maniera profonda, e sa che anche a me basta uno sguardo veloce per capire lui e quel che ha in testa. Carlo ama un suo maglione verde, in cui si stringe d'inverno per fumare sul balcone, o che si butta sulle spalle quando studia diritto privato, per avere un po' di conforto dalla sua coperta di Linus. Un giorno vedrò quel maglione addosso ad una ragazza portata in casa per un tè con i biscotti, in un gennaio molto freddo. E in effetti la sposerà.
CLELIA
Clelia è la mia secondogenita, nata nel mese in cui fioriscono i mandorli, dotata di cuore grande e occhi chiari. Clelia ha capelli lucenti, e un'eleganza sommessa che farà di lei una creatura soave. Clelia è buona, ma di una bontà intelligente. Clelia sorride spesso, ma ride poco perché non le piace fare rumore. Clelia non si confida molto, con nessuno, e, quando accade che abbia pensieri, una nuvola passa veloce sul suo sguardo chiaro, piccola e impercettibile, ma lei non dice niente, e tiene i suoi pensieri per sè. Poi, se i pensieri rimangono, aspetta quei momenti tra il pomeriggio e la sera in cui io leggo seduta sul divano. Allora viene a sedersi accanto a me, alla mia sinistra, scivola un po' più in basso e poggia la testa sulla mia spalla. Mi chiede "Che leggi?", e poi rimane zitta, legge qualche pagina con me, e mi dice "Aspetta, non girare, non ho ancora finito", e i pensieri le vanno via. Clelia studierà Lettere, e amerà Pavese e l'Antologia di Spoon River, e s'innamorerà di un ragazzo che una sera, ad una festa, suonerà la trasposizione in canzone fatta da De Andrè di Dippold, the optician. Sento che Clelia avrà una figlia femmina, e molta dolcezza nella sua vita.
Sento però, in un angolo nascosto di me, che il mio primo figlio sarà maschio, anche se non so dire perché; lo avverto e non so darmi una spiegazione.
So per certo, quindi, che conoscerò Carlo.
Quel Carlo dagli occhi lunghi e scuri, che ho immaginato in un modo preciso, col suo maglione, e le sue sigarette, e i suoi libri di diritto privato.
Ma non è mio diritto immaginare tanto.
Quel che lui sarà, non avrà a che fare con i voli pindarici della qui scrivente, fatti su un blog fuxia, molti anni prima della sua nascita.
Quel che Carlo sarà, avrà a che fare con lui e basta.
Anche perché la qui scrivente si è documentata, e sa bene che Carlo, nome di origine germanica, significa UOMO LIBERO.
E così, infatti, sarà. Libero.