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lunedì, 20 aprile 2009

Perdiamoci di vista

E' il 24 luglio 2007.
Nella mia vita, di lì a poco, arriverà S., ma io ancora non lo so.
Molte cose stanno per cambiare, e molte stanno per succedere.
Io però non ci penso: oggi è il 24 luglio 2007.

Sono a Roma, da sola, di nascosto.
Sono venuta a Roma in segreto e lo sanno solo poche amiche.
Me ne sto su Ponte Fabricio, guardo il fiume.
Domani tenterò l'esame d'ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Non andrà bene.
Il 5 settembre scoprirò che non è andata, che hanno preso otto ragazzi e otto ragazze, e tra le otto ragazze io non ci sono. Controllerò le graduatorie sul sito internet, e continuerò a premere il tasto sinistro del mouse sulla freccia che va giù anche quando la pagina sarà finita, in cerca del mio nome. Continuerò per un minuto, forse di più. E più che piangere, credo.
Scoprirò di non avercela fatta, cercherò chi c'era quel giorno insieme a me,  provando a ricordare i nomi, chiedendomi se qualcuno avesse deciso di tentare anche all'Accademia, o altrove, e avesse quindi un'altra possibilità.

Domani, dicevo, tenterò l'esame d'ammissione al CSC, avrò davanti a me in commissione Giancarlo Giannini, mi tremeranno le gambe, farò il monologo della portinaia e reciterò una poesia di Pascoli. Poi uscirò, tornerò in centro e vagherò senza meta, pranzerò alle 4 del pomeriggio, calpesterò sampietrini roventi con le mie scarpe leggere, ascolterò molte volte Into the groove della Madonna anni '80 nell'mp3.

Di quella che fu sicuramente una delle più drammatiche, esaltanti, meravigliose giornate della mia vita, parlerò magari un'altra volta. Lo farò, perché quella giornata merita di essere raccontata.

Ma non adesso. Oggi è il 24 luglio 2007, il giorno prima, e io me ne sto su Ponte Fabricio.
Ho scelto questo posto perché amo arrivare fino a qui passando da Trastevere, e mi piace l'Isola Tiberina.
Mi piace vedere la cupola della Sinagoga dall'altra parte del fiume; guardo la cupola e piango un po', sempre, ma con discrezione, senza farmi vedere.
Due lacrime che mi salgono su dalle viscere, e poi basta, discrezione.
Oggi mi sono fermata, sono su Ponte Fabricio e non sto proseguendo.
Dovrei fare un passo, poi un altro, un altro ancora, attraversare la strada, andare nel Ghetto.
E' facile, fallo.
Invece sono lì, guardo il fiume.

Sto osservando il Ponte Rotto, sono assorta.
Non ci ho mai fatto questo gran caso, prima d'ora.
Un troncone di ponte romano rimasto lì dopo un'alluvione. L'ho anche studiato, naturalmente. En passant, a dire la verità. Il Ponte Rotto, costruito ponte nel terzo secolo avanti Cristo, sbattuto giù e divenuto un ponte rotto nel sedicesimo dopo Cristo.

Passavo su Ponte Fabricio, mi sono fermata, lo guardo fisso.
"Quindi è questo un ponte rotto", dico tra me e me.
Rompere un ponte. Che cosa significa?
Rompere i ponti. Come si fa?
E' che cos'è un ponte rotto? E' un ponte che non porta più da nessuna parte.
Avevo bisogno di saperlo. Di vederlo chiaramente, solidamente, davanti a me.

E' il 24 luglio 2007, e sono ormai tre mesi che non vedo più Z., che non parlo più con lei, che non so più niente della sua vita, di quello che fa, pensa, dice.
Abbiamo rotto i ponti, tre mesi fa.

Z. è stata una delle amiche fondamentali della mia vita.
Era una delle poche a sapere che oggi sarei stata qui, e ora non saprà mai se domani ce la farò.
E' strano pensare che non ci vedremo più, che non farà più parte della mia vita. E' strano pensare che a tutto quello che abbiamo vissuto insieme non seguirà mai nient'altro.
E' strano pensare che non terremo fede alle promesse, né a quella per il compimento dei nostri trent'anni, fatta quando ne avevamo diciassette, né a quella per la nostra vecchiaia, fatta a quindici (ci eravamo dette che da vecchine saremmo tornate a pranzare al Don C., in Costa Azzurra, dove mi ero fatta portare da mio papà, nel ferragosto di quinta ginnasio, per farle una sorpresa).
E' strano pensare che non conoscerà mai mio figlio, che non vedrà mai la mia casa.
E nemmeno io vedrò niente. Non saprò più niente.

La mia prima compagna di banco, conosciuta di vista sin dalle elementari e poi incontrata al liceo.
Quella con cui studiavo quasi tutti i pomeriggi, che sapeva tutto di me.
Come ho potuto?
Come ha potuto?
Come possiamo dividerci così, noi due?
Io sono davvero la parte peggiore di me stessa?
E lei è davvero così lontana da tutto quello che conoscevo?

Ecco che cos'è un ponte rotto, è questo.
Non porta più da nessuna parte. E noi non andiamo più da nessuna parte.
Io sono qui, incagliata, schiantata, e tu insieme a me.
Ognuna nel suo fiume, o forse nello stesso, ma lontane, separate, con un vuoto in mezzo così grande che se ci penso mi si apre una voragine dentro e cado giù.

Cado giù dentro me stessa, incapace di capire se è normale, una cosa così.
E' normale che un'amicizia finisca? Può finire? E' lecito?
Sono ferma su Ponte Fabricio, persa nel mio 24 luglio 2007, e penso di no, penso che non sia possibile, che io non sono normale, se a noi è successa una cosa così.
Un amore può finire, si sa. Ma un'amicizia no.
Può scemare, andare a morire lentamente.
Ci si può perdere di vista.
Ma decidere di perdersi di vista è una cosa diversa.

Tagliamo i ponti, chiudiamola qui, io non sto più bene insieme a te, perdiamoci di vista.
Ti ho voluto bene, ma perdiamoci di vista.
Con te, che non sei un'amica qualunque, con te, che non sei una persona come tutte le altre, non può scemare niente, e niente può andare a morire.
Siamo talmente concatenate, che solo decidendo di recidere i fili che ci tengono unite capiremo che è vero.

Sul Ponte Fabricio, guardando il Ponte Rotto, penso a quello che è stato il nostro ponte.
Il tempo intanto scorre e lo lambisce, e magari un giorno dimenticherò quanto e come sto male adesso.
Potrò dimenticare questo senso di vuoto terribile, la sensazione di essere schiantata, completamente schiantata?

Penso alle correnti, al fatto che insieme a Z. ho perso e deciso di perdere anche E., nostra compagna e sua coinquilina non appena si è iniziata l'università.
Era inevitabile. Ma noi tre, noi tre... Noi tre eravamo molte cose. Eravamo il banco condiviso, l’autobus per tornare a casa, i battibecchi, le risate, le scommesse, i dodici giorni vissuti a Berlino dopo la maturità. Noi tre eravamo Simba, Timon e Pumba (e chi facevo io? Il cinghiale, naturalmente. Avevamo anche un'altra versione che s'ispirava ad Aladdin, e qui io ero il Genio della lampada infiammabile e chiacchierone, Z. la scimmietta magra di Aladino, ed E. il Tappeto Volante. La versione Re Leone era comunque stata quella di maggior successo).

Nella mia visione, suddividendo vita e sentimenti in uno schema poetico, potrei dire che l'amicizia, l'amore e la famiglia sono rispettivamente la base, l'altezza, la profondità.
La profondità ti dice chi sei, fa riecheggiare le tue radici e la storia della tua persona dentro di te, sta sotto, al buio, al caldo, è inestirpabile, in qualunque caso.
L'amore ti innalza, ti porta su, perché quando siamo innamorati siamo il mondo, e lo sorvoliamo.
Ma l'amicizia è la base. Ed è grazie alla base che puoi stare in piedi. Senza base non si va avanti, senza base non è vita. Senza base a me non interessa sorvolare un bel niente.

Avevo allora e ho adesso amiche insostituibili, preziosissime, vitali.
Ma, come dice una delle più importanti: "Se ne manca anche una sola, in quel momento è come se mancassero tutte. Sei sola anche se non lo sei, perché hai un pezzo in meno".

In quel 24 luglio 2007 sono sul ponte e penso che non so come farò ad andare avanti, che un modo lo troverò, ma che ho paura di domani, perché quando l'esame sarà finito non avrò più niente da aspettare e potrò solo essere triste; magari sarò per sempre triste.

Sono passati quasi due anni da quel giorno, e due anni esatti da quando, tre mesi prima, vidi per l'ultima volta Z.
Non è stato così. Non è stato come pensavo quel giorno su Ponte Fabricio.
Io, che per molti mesi mi sono vergognata all'idea che una delle amicizie più importanti della mia vita fosse finita, all'idea della lite e della decisione di perdersi di vista, io che mi vergognavo perché pensavo che non fosse normale, e che le amicizie dovessero andare avanti per sempre, mi sono rialzata in piedi non molto presto, ma comunque prima di quanto pensassi.

Ho capito che, qualunque cosa succeda, non è il caso di vergognarsi, che si va avanti, che la vita ti sorprende quando meno te lo aspetti, e che, se anche c'è un posto vuoto,  con una buona base si ha sempre il modo di ripartire.
Ho capito che la base si può addirittura allargare.
Nessuno, però, prende il posto di nessuno.
Chi arriva può essere meraviglioso, e diventare un amico più grande di chi se n'è andato.

Ma chi se n'è andato, in qualche modo, rimane lì.
Roma ha altri ponti, tutti belli, tutti solidi, tutti affidabili.
Ma il Ponte Rotto rimane lì. Non se ne va via con la corrente, resta fermo, non si dimentica.

Z. ed E., a voi che non  leggerete mai queste righe (e che peraltro nemmeno sapete che, un mese dopo quel 24 luglio 2007, ho creato questo blog color fucsia) io adesso scrivo ugualmente,  per dire a voce alta che non ho dimenticato.
So che tu E., se sapessi che scrivo, saresti fiera di me. Certe tue lodi sommesse e inaspettate hanno dato i loro frutti, vedremo ciò che ne sarà.
E Z., io ti sogno, a volte.
E nel sogno so che non siamo più amiche, eppure è come se firmassimo una breve tregua, tu mi parli e mi racconti, e lo stesso faccio io con te.
Roma ha i suoi ponti, ma in un modo o nell'altro, ci sei sempre anche tu.

Editato da: Pellys. And the clock said 02:04 | link | commenti (18)
Segnalibri: ricordi, roma, amicizia, cadute, cambio rotta, boscomondo
MAIL: pellys@splinder.com

Commenti
#1    20 Aprile 2009 - 14:20
 
Pellys... a volte ho la sensazione di leggere qualcuno che MI conosce.

lo so la mia è solo SOM all'ennesima potenza, ma è quello che sentivo mentre leggevo queste righe, anche se non ci siamo mai incontrate, forse mai ci incontreremo.

E forse è proprio questo che fa chi sa scrivere bene, fa sembrare ogni racconto una cosa personale, non solo dell'autore... ok me ne vo e questo post lo link... mi piace troppo per non dargli il risalto che merita.

^_^

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#2    20 Aprile 2009 - 19:31
 
Questo post descrive in modo preciso un taglio di ponti avvenuto nel 1985, compresa l'attività onirica durante la quale a volte era tregua, a volte era il momento di tregua, a volte non c'era mai stata la rottura del ponte. Poi, la telefonata inaspettata. Poi, l'incontro, le parole, i sorrisi, il cuore che si scalda. Poi, la muta e inespressa ma reciproca presa d'atto che sedici anni non sono passati per niente, che le strade si sono divise per davvero e che, reciprocamente, la persona di cui eravamo amici non esiste più. E la nuova perdita di vista, senza rottura, senza attività onirica e di cui non so cosa pensare. Il fatto è che non mi manca più. Mi mancava quando vedevo il mozzicone di ponte, ora cuore e testa hanno demolito le macerie e il panorama è sgombero. Che detta così è bruttissima, ma lo è davvero?
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#3    20 Aprile 2009 - 22:13
 
la vera amicizia può colmare intere voragini e ricostruire antichi ponti!!
un bacio
D.
utente anonimo

#4    21 Aprile 2009 - 15:29
 
Forse non è poi tanto diversa dalla fine di un amore, e sicuramente, come dici tu, appare anche più insensata. E per questo dolorosa. La conosco, questa perdita, e comincio a pensare che sia inevitabile, benché triste di una tristezza molto amara.
Però. Come tu dici alla fine del post, niente è perduto, qualcosa in eredità rimane. Ma Emily Dickinson lo ha detto meglio:

You left me, sweet, two legacies,—
A legacy of love
A Heavenly Father would content,
Had He the offer of;

You left me boundaries of pain
Capacious as the sea,
Between eternity and time,
Your consciousness and me.
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#5    21 Aprile 2009 - 15:32
 
ho lasciato un commento, è sparito...
dicevo. Forse non è poi tanto diversa dalla fine di un amore, sicuramente è altrettanto intensa, sicuramente appare ancora più insensata e per questo più dolorosa. Ti lascia una tristezza amara che non passa. Ma ti lascia anche una grande eredità, tutto ciò che si è vissuto insieme.
Emily Dickinson, naturalmente, l'ha detto meglio di me:

You left me, sweet, two legacies,—
A legacy of love
A Heavenly Father would content,
Had He the offer of;

You left me boundaries of pain
Capacious as the sea,
Between eternity and time,
Your consciousness and me.
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#6    22 Aprile 2009 - 16:52
 
VOLARE85: grazie infinite.

BOSTONIANO: cara crème de la crème blogghistica, sentiti ringraziamenti per questo commento, che mi ha dato da pensare. Io credo che con lei non ci incontreremo più. E nemmeno lo vorrei. Sicuramente ormai le strade sono definitivamente separate. Il bene, però, non se ne va.

D: mio caro Dade, grazie per questo commento, e per l'sms che ne è seguito. Ma vale quel che ti ho detto, e che dico anche a Bostoniano qui sopra.

VERAMATTA: Gio, il commento che non si vedeva è resuscitato. La Emily è sempre la più dritta di tutte, e tu mi leggi nel display.
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#7    23 Aprile 2009 - 00:29
 
io vivo sempre qui, non crdeo di avre mai tagliato i ponti con nessuno se non per inerzia, distanze o giravolte della vita.
Nessun alluvione ha rotto i miei ponti, solo la lenta ed inarrestabile erosione dell'acqua che ci scorre sotto.Per un verso è peggio , perchè neppure ti accorgi finchè un giorno semplicemente il ponte non c'è più e spesso ti restano un sacco di cose non dette. uff.
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#8    24 Aprile 2009 - 14:13
 
GIAPATOI: forse l'erosione lenta è peggio, ne convengo. Ma l'ufficialità e la brutalità di un taglio netto sono molto difficili da sopportare, almeno all'inizio. Uno continua a farsi domande, a pensare ai MA e ai SE, finché un giorno il tempo passato ti fa mettere tutto in un cassetto, e anche i MA e i SE non hanno più importanza.
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#9    03 Maggio 2009 - 18:43
 
Pazzesco... il tempo passa, e tu scrivi sempre meglio.

Io sono tornata su questi schermi... con un altro umore, per fortuna!

:-)
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#10    14 Maggio 2009 - 21:52
 
Ho pensato piuttosto a lungo se scriverti o meno, ed ormai ho preso la mia decisione.

Ho letto il tuo post, come faccio da qualche mese a questa parte, e le tue parole mi hanno fatto pensare ad un ponte infranto. Ho scritto una lettera, posta ordinaria, ed ho ricevuto in cambio una risposta, che non aspettavo davvero, e io e C., mia amica dai tempi delle elementari, con incredibili alti e bassi di sopportazione e carognaggine reciproca, ora ci sentiamo ogni due o tre giorni, ci raccontiamo un po' impaurite e senza pensare a ieri ed a domani cosa stiamo facendo, e que sera sera.

Grazie, Francesca, perchè se non ci fossi stata tu non avrei mai avuto il coraggio, e soprattutto la spinta per imbucare la lettera e cercare di ricostruire un'amicizia.

Un abbraccio forte

Gloria
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#11    15 Maggio 2009 - 16:52
 
Cara Gloria,

il tuo commento è stata una vera sorpresa, mi ha onorata, resa molto contenta. Come dicono dalle mie parti, sono rimasta blu. La scrittura è una cosa che mi sta molto a cuore. Questo blog è una cosa che mi sta molto a cuore. Da troppo tempo, lamentandomene anche con chi mi sta accanto, notavo la penuria di commenti ai miei post (parlando di numeri) e la pochezza di quelli che arrivano (parlando di sostanza). Pochezza non di tutti i commenti, ci mancherebbe: ce ne sono parecchi (o meglio, parecchi tra quei pochi) che mi piacciono molto, che dicono cose meditate, e si capisce che chi scrive ha letto veramente, è andato a fondo, vuole dire la sua e di quel che dice gli importa qualcosa. Ma tanti altri (o meglio, tanti altri tra quei pochi) non sono niente, sono un passaggio veloce, una parola lasciata lì, un dire facezie solo per dire qualcosa. Mi viene in mente l'esempio di un post in cui parlavo del ciliegio che c'è nel mio giardino, della mia vicina di casa che dice che andrebbe abbattuto perché porta api, e io raccontavo di ciò che significa per me, del fatto che è stato piantato dal mio nonno marinaio che ho conosciuto poco e a cui ho voluto bene ma sapendo un decimo delle cose che avrei voluto sapere di lui, condividendo con lui un tempo minuscolo, eppure portandolo sempre con me, nel mio immaginario e in certe cose sedimentate in profondità. Tutti i commenti che avevo ricevuto, tranne uno, si soffermavano sulle api, ovvero il pretesto, la cazzata. Mi dicevano "Ah che stronza la vicina", oppure "Per le api basta chiamare uno che disinfesti". Mi veniva da piangere.
Ora, molto spesso, mi ritrovo non invidiosa ma un po' incazzata a leggere blog in cui per due righe insulse il blogger riceve maree di commenti, riscontri in gran quantità. E io qui a domandarmi che cosa ci sia che non va in quello che scrivo, che cosa mi impedisca di fare il balzo, di suscitare interesse, di avere un riscontro. Non è vanità. E' il fatto, molto semplicemente, che per il blogger il commento sia l'unica moneta, l'unico modo di capire che non sta buttando parole al vento. Ecco, io questa sensazione l'ho avuta molte volte, e molte volte mi è sembrato -e mi sembra sempre di più- di buttare le mie parole al vento (tranne per qualcuno che scrive cose che apprezzo, che mi fa capire di avermi letta veramente, e che ringrazio), di sprecare cose anche belle perché tanto a chi passa non interessano, e tira di più un post in cui il blogger scrive "Oggi ho mangiato cocco" (30 commenti, giuro).
Io non lo so che cosa ci sia qui che non va. Forse scrivo troppo, forse scrivo cose poco interessanti.

Ma c'è una cosa che voglio dirti Gloria, ed è grazie, un grazie molto grande per quello che hai fatto dopo aver letto questo post, e per essere tornata a scrivermelo.
Quando mi struggevo perché i miei parti scrittori non suscitavano l'interesse che suscita un post sul cocco, mai avrei pensato che quello che scrivo potesse non solo essere letto, non solo essere commentato decentemente, ma che potesse addirittura servire a qualcuno.
Non ci avrei sperato, non me lo sarei davvero mai immaginato.
E' bello. E' bello pensare di stare qui a ticchettare sui tasti di questo computer sperando che qualcuno si accorga che hai scritto una cosa, e poi leggere che è stato fatto molto di più, e che quel qualcuno non ha solo letto, ma ne ha tratto un qualche incitamento, un qualche sprone, forse anche un giovamento.

Quel che ci tengo a dirti è che quello che hai fatto, e quello che mi hai scritto, in un momento mi ha ripagata di tutto.
Di tutte le alzate di sopracciglia, di tutto lo scoramento, di tutto il tempo passato a chiedermi se fosse inutile continuare a scrivere.
Non mi sono commossa perché sono sabauda, però ho alzato le braccia al soffitto ed esultato in silenzio, contenta, rinfrancata.
Grazie Gloria.

P.S. Sono molto contenta per il tuo ponte, per quella lettera di posta ordinaria, per quella risposta che hai ricevuto. E vi auguro davvero di proseguire, e di tirare su un ponte più solido, più forte, più vero.
Un abbraccio grande.
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#12    15 Maggio 2009 - 17:49
 
Ecco, con qualche riga ben scritta , su una carta che neppure si può toccare, hai influenzato la realtà di due persone.
Direi che un tripudio morigeratamente sabaudo puoi proprio consentirtelo.

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#13    15 Maggio 2009 - 23:17
 
Che meraviglia!
Sono contenta. E, se mi posso permettere, partecipo in punta di piedi al tripudio sabaudo.
;-)
Tecum semper,
Ciak
utente anonimo

#14    17 Maggio 2009 - 17:30
 
Pellys... la risposta al commento di Gloria era da POST!

Chissà quanti si perdono le tue risposte perché non ripassano a leggersi i commenti, ma aspettano solo nuovi post.

OK... me ne vo prima che arrivi un post su Giove pluvio, che già era scatenato a basta venerdì, in cui mi scagli un qualche fulmine.

Si capisce che sto aspettando un nuovo capitolo mitlogico? ok anche non mitologico, mai mettere fretta a chi crea!

Buona settimana, che la domenica sta volando via!

Ciao

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#15    18 Maggio 2009 - 18:34
 
Sarà solo un caso, lo so bene, ma oggi da me ha grandinato di brutto...
Ok la grandine col bello, mai vista!

Ovvietà varie.

^_^
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#16    22 Maggio 2009 - 18:13
 
Ho in memoria un centinaio di blog. Ne ho di due categorie, quelli che seguo e quelli che mi sono piaciuti e che voglio rivedere. Il tuo era fra i primi, però era tanto che non ti leggevo. Devo averlo messo tra i primi istintivamente. Avrò letto qualcosa di bello, di molto bello, almeno quanto questo. perchè questo è bellissimo. E non lo dico spesso. Non lo dico quasi mai. C'è tutto, la preposizione di un fatto, la postposizione di un altro che poi viene sottaciuto, e poi c'è una tristezza infinita. Quella delle cose che finiscono.
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#17    14 Giugno 2009 - 23:31
 
Mamma mia, ho i brividi. Hai messo nero su bianco i miei pensieri...

Ti seguivo qualche tempo fa con un altro blog, non so se ti ricordi ;) Comunque sono ben lieta di ritrovarti!

Simona
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#18    05 Novembre 2009 - 18:10
 
posso dire? forse prima o poi la rincontrerai e forse vi riparlerete. ma forse amiche come prima non più.
è accaduto anche a me. accadrà di nuovo.
forse.
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