Poco prima dell'esame di terza media andai in fissa per una canzone dei Litfiba, l'ultima che fecero quando ancora cantava Piero Pelù.
Il video era ambientato in un circo fantasma, e la prima frase diceva Ti farei volare sulle onde, sopra un mare ch'è sempre tempesta.
Ecco, a me quella frase piaceva da matti.
E mi piacevano il circo, la nebbia, il pensiero che si potesse volare sopra il mare in tempesta cavalcando un trapezio da equilibristi.
L'ho cercata per molti anni, senza mai trovarla: alla radio, alla televisione, nei negozi di dischi.
Ho tentato di scaricarla da internet, ma non ce n'era traccia.
Finchè, qualche giorno fa, la mia amica Ciaki se n'è arrivata con una chiavetta usb, e mi ha detto "Ti ci ho messo gli Interpol, i Fischerspooner, quella di Finley Quaye e William Orbit che ti piace, e una dei Radiohead".
Ho acceso il portatile, inserito la chiave, aperto i file.
In mezzo a Interpol, Fischerspooner, Quaye, Orbit e Radiohead, campeggiava un'icona che diceva Vivere il tuo tempo - Litfiba.
Mi sono girata verso Ciaki, che stava al mio fianco con un sorriso sornione.
"L'hai trovata. Hai trovato la mia canzone di terza media!"
Che emozione, che stranezza è stata riascoltare che si potrebbe volare sulle onde di un mare in tempesta.
Ripensare ai giorni vissuti con quella canzone in testa.
Rivedere la mia prima ed unica dichiarazione d'amore, fatta a Nicola, mio compagno di classe, in una cabina telefonica (e non perché l'avessi fatta al telefono, in verità).
"Nicola ti devo parlare"
"Va bene"
"Non qui, in privato"
"Ok, nella cabina telefonica laggiù".
E così oggi, mentre mi divido tra psicodrammi della grandezza di un'unghia, pensieri pratici e lavorativi, considerazioni riguardo a un discorso articolato e risolutivo fatto su una panchina, con una persona verso cui ho del bene, e fughe da ferma, ritorno in quel circo, sul mare in tempesta.
E tornare ad allora fa bene, anche se il tempo è passato tra mille amenità.
Non riesco a scrivere decentemente e non c'è un vero motivo.
Ho solo due cose in mente, la prima da un po', la seconda da oggi:
1) La mia amica Martina ha sempre ragione.
2) Sono fiera di I. Perché il solo fatto di scegliere, è già la scelta migliore.
Degli accadimenti di questi ultimi giorni non so che dire, se non che è stato tutto molto bello.
La mia amica Ciaki compiva 23 anni mentre i Subsonica festeggiavano il decennale dall'uscita del primo omonimo album, molto emozionati, in una Piazza Vittorio gremita e piovosa.
E, in quella stessa piazza, dopo una cena dall'altra parte del fiume e un salto nella vineria piena di lucine che sta in un'altra piazza più piccola sotto la casa dei miei sogni, ho incontrato e abbracciato Daniele, mio amico fraterno e parte della mia famiglia marittima, ed Erica, la sua straordinaria fidanzata, per festeggiare i loro cinque anni insieme.
Cinque anni fa, nei corridoi del Politecnico, il compagno Lopez presentava Erica e Daniele.
Come spesso accade, fu lei a scegliere lui, da lontano, senza esser vista.
Ma quando il Fato, mosso dal sopracitato compagno Lopez, li fece incontrare nell'intervallo tra l'ora di fisica e l'ora di una qualche altra materia spaccameningi, dei due fu Daniele a non capire più nulla. Se gli avessero chiesto, nel weekend successivo a quel giorno, che faccia avesse Erica, lui non avrebbe saputo rispondere. Troppo timido per alzare lo sguardo, si ricordava solo il suo profumo, e questo bastò: narra la leggenda che in quei giorni, prima di rivederla a lezione, lo sentisse dovunque. Per strada, a casa, al campo di calcio, in tram, la domanda che il suo fedele amico F. Romano si sentiva rivolegere era sempre la stessa:
"Ma lo senti anche tu questo profumo?"
E l'altro: "Ma che cacchio dici".
Così per giorni. Finché si rividero, e lui la guardò in viso, e allora davvero non capì più nulla, ma finalmente per una buona ragione.
Seguirono un primo appuntamento alla Fiera del Libro, giorni passati a saltare le lezioni e fuggire al parco del Valentino, e attese alla stazione Dora, luogo di misteri e pericoli.
Al Valentino una dichiarazione in piena regola, perché Daniele è un uomo d'altri tempi e d'alto rango morale. Alla stazione Dora un bacio dato in fretta, prima che il treno fuggisse verso la valle di Ognissanti, perché Erica è una principessa guerriera, modi spicci, bellezza fiera e cervello fino.
Al compagno Lopez, che non conosco, dico grazie per esser stato il Fato di questa nostra storia piccola e bella. Nostra perché se non ci fossero loro, loro in coppia, anch'io sarei diversa. Non avrei davanti agli occhi un esempio perfetto di amore riuscito. Non saprei che si può ridere in quel modo. Non potrei continuare a ripetermi che non esiste coppia migliore, o miglior duo comico. Cane e gatto, ma anche comunella perpetua, e risate soffici, complicità vera, tenerezze non esibite e discrete. Non avrei Erica, diventata in questi anni una delle mie amiche più care.
Grazie compagno Lopez.
Grazie Principessa guerriera, modi spicci, bellezza fiera e cervello fino: grazie per essere arrivata nelle nostre vite. La famiglia marittima ti aspettava da tanto tempo, e conoscerti è stato molto meglio che immaginarti semplicemente.
Anni prima, nel settembre del 1999, conoscevo Ciaki, che in verità si chiama AnnaSara, anche se io per qualche giorno avrei erroneamente memorizzato un MariaSara. Chiarito l'equivoco diventammo amiche, tra Smemorande, intervalli, versioni di greco e assemblee d'istituto.
Quando compì 18 anni le regalammo una chitarra.
Due anni dopo sarebbe iniziata l'università, e la nostra vita insieme, la nostra piccola famiglia: Meri, Ciaki, Ljuba e Francesca.
Quell'AnnaSara, chiamata Ciaia fin da piccola, e poi trasformata dalla sottoscritta (che adora storpiare i nomi altrui) in Ciaki, Ciakilandia, Ciakilopoulos, Ciapalausen, Ciambala, eccetera eccetera, sarebbe diventata molto più di un'amica, per me.
Dico grazie alla donna che sa corrugare un sopracciglio e arricciare il naso con aria interrogativa, ma anche muovere entrambe le sopracciglia a tempo di musica. Grazie alla zia di sette nipotini più un altro in arrivo. Grazie alla signorina bon ton che sogna un abito da sposa color glicine e un uomo che le porti le viole del pensiero. Grazie all'agguerrita tifosa che sbraita in Curva Maratona e dice "Cuore Toro, Juve Merda" e sogna che l'uomo delle viole sia disposto a immolarsi per il Toro, a tifare urlando e perdendo la voce ogni weekend, a seguire la squadra in trasferta con la scusa di una minifuga romantica. Grazie all'unica persona che io conosca che sa il nome scientifico del mughetto. Grazie a te, e al rito delle marmellatine mattutine, grazie per le vacanze di chiacchiere senza fine e riposo senza tempo. Grazie per le nostre liste di cose da fare, per gli esperimenti culinari, le trofie al pesto e i tortini al cioccolato.
Grazie per i tuoi sogni e per la musica. Ce la farai. Tieni duro. Rompi le palle a chi ti può aiutare. Non mollare.
Sono stati giorni belli.
La coda sotto la pioggia, in macchina, con Martina. Non una comune coda in corso Massimo D'Azeglio, ma un'ulteriore scusa per parlare un altro po', per confidarmi ancora e come sempre sentirmi capita. Sul Monte dei Cappuccini alle due di notte, e prima nella vineria magica sotto la casetta illuminata che un giorno sarà mia. La stessa casetta che VeraMatta sbircia con occhi vispi, mentre dico "Ecco vedi, sarebbero quelle due finestre lassù, con i gerani e le persiane azzurre", per poi rispondere "Guarda, hai lasciato le luci accese". Grazie per quelle luci accese, e per i nostri sottintesi.
Grazie a mio nonno, che non sta molto bene ma continua a chiamare mia nonna Brigitte Bardot.
Tu lo sai, nonno, che adesso non è proprio il momento, vero? Noi non saremo mai pronti, ma adesso sarebbe veramente troppo presto. Io non ci voglio nemmeno pensare, non fare scherzi.
E poi, ieri sera, lo spettacolo teatrale del liceo, del mio vecchio liceo. Rivedere il professore di greco del ginnasio, il nostro mito allora e il nostro mito oggi, e poterlo salutare con un abbraccio e la fierezza di qualche anno in più, continuando a chiamarlo Prof.
E' qui che tutto ha avuto inizio.
Non smetterai mai di mancarmi, Liceo. E se in questo presente capita che a volte io non mi trovi più, e mi senta un po' persa, e mi chiami senza avere una risposta, forse è perché c'è un pezzetto di me che ancora cammina per quei corridoi, e non ha alcuna intenzione di farsi trovare.
E oggi Ljuba e la sua allegria, e lo studio del russo che procede e quest'estate la porterà a Mosca, lontana da noi, da Piazza Vittorio, dalla Capitale del Marchesato e da tutti i nostri posti. Ma, per fortuna, solo per un po'. E Ciaki, e i tuoi regali verdi, che sanno proprio di te.
Torino oggi hai piovuto un altro po', ma io ho smesso di piovere.
Torino, sei così bella, in ogni momento.
Torino, ad ogni angolo una sorpresa.
E' stato bello incontrarti per caso, Osservatore Silenzioso.
Tu dall'alto di un autobus, io in un viale alberato sospeso tra la pioggia appena passata e il sole spuntato da chissà dove.
E' sempre bello incontrarti, ma oggi di più.
E farti ciao con la mano, e provare a parlarsi da un capo all'altro del finestrino.
L'inaspettato è gioia.

Ebbene è successo di nuovo: ho ricevuto un Meme (dicesi meme una catena tra blogger).
Essendo quest'ultimo leggermente diverso dal precedente (elencare 6 abitudini o particolarità), ho deciso di accettare la sfida della cara Gaijina, e di scrivere 6 COSE CHE AMO.
Le cose che amo sono ovviamente più di 6, ma, pensandoci un po', credo di poter arrivare a compilare un elenco ragionato.
Ricordo che al liceo avevo inventato una cosa simile con D, mio grande amico della classe accanto, jazzista risoluto e calciatore di pallide speranze. Il gioco consisteva nello scrivere tutte le cose che ci rendevano felici, dal giro in bicicletta in una sera d'estate, alla torta al cioccolato.
L'avevamo chiamato Elenco della felicità.
Anche se questo si chiama Meme, anche se l'amico D ha ormai mollato il calcio, il jazz, e non ho più sue notizie se non assai di rado, sono pronta a rispolverare le antiche velleità e a rimettermi in pista.
Sei cose che amo:
1) Amo l'origano.
Lo metto su tutto (con alcune eccezioni, ovviamente). Mi piace l'odore, mi fa allegria, mi pare tutto più buono.
2) Amo lo scompiglio che portano certe belle notizie, certi accadimenti. Amo quei giorni in cui il tempo passa rotolando: non so spiegare come se non dicendo che tutto il mondo è paese, e di solito c'è il sole, e un'atmosfera di attesa e di felicità nell'aria. Amo questo sentire collettivo che si manifesta quando un'amica ha un appuntamento importante e si è tutte lì, insieme, ad imbellettarla e a farle coraggio, oppure quando si aspettano i risultati delle elezioni (salvo poi morire di crepacuore durante la diretta di Matrix, sentendo che un cert'uomo è in testa e sta per vincere), o una partita dei mondiali. Ci si dimentica di mangiare, si saltabecca da una stanza all'altra in preda all'adrenalina e via così.
3) Amo le grandinate estive, l'odore che portano con sè, quel sentirsi piccoli di fronte alla natura.
Lo so, è una banalità.
4) Amo camminare prendendo sottobraccio la persona che ho accanto. Adoro stare a braccetto con le mie amiche, con i miei genitori, con i miei nonni, e financo con gli amici maschi, anche se di solito si sentono "dei poveri vecchi" (parole del mio amico Sergio). Io e l'amico D, buon'anima, avevamo il momento del braccetto: mi accompagnava a casa dopo un pomeriggio passato a bere tè nella sua cucina e, con la luce del tramonto e delle sei di sera che esplodeva dietro di noi e rincorreva i palazzi del centro storico, mi porgeva il braccio, con mia grande soddisfazione.
Con le mie amiche si fanno, stando così, grandi chiacchierate, sempre sottobraccio, per interi tragitti.
Ti voglio raccontare una cosa sottovoce? Ti prendo sottobraccio.
E' un gesto intimo, bello, molto semplice, che riesce a far sentire due persone vicine. E' più discreto di un abbraccio, ma forse comporta più confidenza, ed è questo il bello.
5) Amo esser talmente presa da un libro da non smettere di leggerlo nemmeno durante il pranzo, e non vedere più la televisione o fare altro che non sia leggere. Amo quando non posso leggere per cause di forza maggiore, e il libro mi manca, e mi mancano i personaggi, e non vedo l'ora di tornare da loro e di continuare a spiare quel mondo nascosta dietro un cespuglio fatto d'inchiostro e carta profumata.
Il punto 6 è doppio, perché non mi è stato possibile eliminare uno dei due punti.
6) Amo le parole in disuso, e amo riportarle in auge. Vedo la lingua italiana come un bene prezioso, da proteggere, da trattare con cura. Amo rispolverare e utilizzare parole vecchie, curiose, un po' demodè.
Le parole cadute in disgrazia mi fanno molta tenerezza.
6 BIS) Amo certe fotografie scattate di getto, naturali, inaspettate. Amo le espressioni rubate e i momenti ricordati così, senza una posa.
Quella sì è verità e bellezza.
Ecco, ora che il meme è finito, dovrei lanciare la palla ad altri 6 blogger, perché la regola vuole così.
Ma, come giustamente diceva quel mito di Fiona Shaw a Tom Selleck, in quel delizioso film che è "Three men and a Little Lady" (commedia cult della mia infanzia):
Le regole sono fatte per essere infrante.
Non lancerò la palla a nessuno, perché c'è sempre chi non ha tempo, chi non ha voglia, chi si tira indietro.
Pertanto, cari i miei avventori, ecco come faremo: chiunque passi di qui, ed abbia voglia di farlo, lasci nei commenti il suo elenco della felicità, il suo meme, le sei cose che ama. Gradirò molto.
Lo chiedo a voi blogger.
Lo chiedo a Daiquirius.
Lo chiedo a VeraMatta, amica blogger ma soprattutto amica nella vita.
E poi lo chiedo alle mie amiche senza un blog, che però sono tra gli argomenti principali del mio per il bene che voglio loro.
Lo chiedo agli avventori casuali.
E poi a te, amico Sergio, se ti ricordi di passare.
Lo dimando a te, Osservatore Silenzioso: mi faresti piacere.
E lo chiedo a mia sorella Chiara.
Chiunque vorrà condividere con questa pagina fuxia e con la Regina lassù le sei cose che ama, farà molto piacere alla scribacchina di corte.
La mia dirimpettaia di Torino fa l'infermiera pediatrica, ma se la cava bene anche come estetista della porta accanto. Io, che in verità sono piuttosto glabra, non potendo farmi torturare baffi che non ho, o pelame in eccesso (l'Osservatore Silenzioso inorridirà, giacché scrivere di ceretta è forse peggio che scrivere di torte che sanno di piede), da un po' di tempo mi sono lasciata convincere, dalla dirimpettaia infermiera pediatrica e dalla mia amica Martina, a farmi dare un'aggiustatina alle sopracciglia.
Premesso che ho sempre avuto un'arcata sopraccigliare chiara e fugace, devo dire che, dopo l'aggiustatina, mi sono resa conto che quella che per me era sempre stata un'ala di gabbiano naturale, alla Audrey Hepburn, era in realtà nè più ne meno che una coda di pavone spettinata.
E qui si arriva al 14 aprile, perché la tragedia elettorale ha mosso guerra alle poche facoltà mentali intonse che mi erano rimaste, facendomi decidere di provvedere da sola, in quel pomeriggio di sconforto e atterrimento da exit poll, alle mie sopracciglia.
Sfoltisci di qui, pensa a Bertinotti di là, in un attimo ho suicidato coda di pavone e ala di gabbiano.
Più semplicemente, mi sono ritrovata con il sopracciglio sinistro sfoltito in maniera perfetta, e quello destro... Inesistente. Cioè: c'è, ma si vede poco. E' più o meno la metà, se non un terzo, dell'altro.
E' vero che la vittoria di Voldemort mi ha gettata nel più cupo scoramento.
E' vero che la tristezza negli occhi di Fausto non riuscirò più a dimenticarla.
Ma il suicidio del sopracciglio destro -anche se la sua posizione non gli faceva onore- l'avrei francamente evitato.
Ora somiglio a Sandra Oh, in quella puntata di Grey's Anatomy in cui va dall'estetista e, il giorno prima del matrimonio, si ritrova SENZA sopracciglia.
Le mie ci sono, ma sono diverse, come una forchetta da exit poll, o come i seggi in parlamento di PD e PDL.
Mi consolo pensando che almeno potrò dire di aver sacrificato alla causa una parte di me.
E, mentre i compagni di partito impazziscono e intasano la mia casella di posta di trenta mail al giorno, ogni giorno da lunedì, e tutte con un oggetto che urla parolacce, io penso che quella tristezza e quelle dimissioni mi hanno fatto molto male.
Penso che ci sia chi -seppur lontano da me ideologicamente- merita il mio plauso più sincero, perché io so esser fiera di chiunque abbia coraggio e sappia correre da solo, dando un calcio ai Voldemort del mondo.
Penso però che un governo senza una vera sinistra non sia un vero governo.
Penso che la mia tessera sarà anche poca cosa, ma che oggi acquisti ancora più valore.
E soprattutto penso che ci sono giorni in cui noi donne siamo così giù, che nemmeno la Mannoia riesce a tirarci su.

"Amiche di salvataggio" è un libro di Alessandra Appiano, che non ho ancora letto, anche se mi riprometto sempre di farlo. Il titolo, però, mi sembra bellissimo. Forse perché ho amiche vere e preziose, e anche loro, come quelle del libro, mi "salvano" molto spesso.
Si dice che un'amica vera si veda nel momento del bisogno, ma io dissento: un'amica vera si vede sempre, perché sa confortarci, ma anche ridere insieme a noi. Un'amica è una finestra spalancata, e non uno specchio della nostra noia.
Nei miei ventidue anni di vita ho incontrato donne fenomenali, degne di stima, rispetto, fiducia e simpatia. Ho amiche vere a cui non posso rinunciare. Ho avuto grandi amiche che hanno fatto con me solo un pezzo di strada, ma mi rimangono ancora dentro. Alle amiche passate, presenti e future, ma soprattutto alle amiche che mi sono sempre accanto, che non sono una questione di tempo, ma una questione di vita, e che, per la vita, porterò sempre con me, io dico grazie.
C'è Meri che, quatta quatta, sa essere provvidenziale, come la manna dal cielo. Insieme a me dal ginnasio, conserva ancora quell'ironia splendida che mi ha conquistata. La stessa ironia che ha trovato nel suo ometto ideale: mai furono viste al mondo due persone con lo stesso, spettacolare senso dell'umorismo.
C'è Ljuba, con cui so di poter dare sfogo all'umorismo più noir e malefico, perché lo capisce, e mi capisce, profondamente. E' un'amica che sa essere sempre presente, ed è una persona che stimo davvero. La nostra Ljuba, con cui ci si fanno gli addominali scolpiti a forza di ridere. E la nostra Ljuba che un giorno fuggirà a vedere il deserto insieme all'uomo dagli occhi di velluto, e sarà felice come merita.
C'è Monica, che riesce a farmi sentire al sicuro come nessun altro al mondo. Monica che si commuove e che sa ridere davvero. Monica che, anche da lontano, e anche con un semplice sms, sa capire sempre tutto, e aggiustare ogni piccola ferita. La ricordo a quattro anni, mentre mangiava ciliegie ed era già bellissima. Poi è cresciuta ed è diventata eccezionale.
C'è Sürela, che per me è appunto come una sorella. Figlia della migliore amica di mia mamma, cresciuta insieme a me in anni di vacanze al mare, cene a base di pizza e videocassette di Mary Poppins. Compare di malefatte, di battibecchi e di risate matte. Non dimenticherò mai quel "Non farmi ridere Franci, che mi scappa la pipì". Aveva otto anni, io nove. E naturalmente è finita con una pipì addosso nel bel mezzo del reparto giocattoli di Miroglio. Sürela perché da piccole amavamo aggirarci per Alassio mangiando gelato e fingendo di essere sorelle. Due sorelle norvegesi che si chiamavano l'un l'altra, appunto, "sürela". In norvegese, naturalmente.
Eccole qui, le mie amiche. Le mie amiche più care. Capitolo a parte meriterebbero le mie compagne di liceo, le compagne d'università, le colleghe di lavoro. Perché sono stata fortunata, in questa mia vita. E, sempre e comunque, continuerò a ripetermi, e a ripetere, che le donne possono essere una forza. Perché sanno amare, e ridere, e vivere intensamente, e sono acute e intelligenti.
Mi auguro anche di vederle realizzate in ogni campo. E che abbiano, un giorno, bambini che somiglino loro almeno un po', che abbiano il loro sorriso, o i loro occhi, o una sfumatura del loro carattere.
Possano incontrare non solo principi azzurri, ma principi scintillanti in technicolor, pronti a capire di aver trovato quel tesoro leggendario che, come raccontano gli antichi, sta ai piedi dell'arcobaleno.


