Mago Merlino consiglia:
Leggi Massimo Carlotto.
Ascolta i Cure e gli Stones
Tira coriandoli.
Bevi caffè.

venerdì, 09 gennaio 2009

Londoner

In prima media, mia zia, appassionata di pittori fiamminghi, mi regalò un taccuino con un quadro di Vermeer in copertina.
Io, non avendo ancora sviluppato una passione fiamminga, non sapevo che farmene di codesto taccuino, così lo utilizzai per cimentarmi nel mio nascente hobby: scrivere poesiole.
Riempivo pagine e paginette con cazzate di varia natura, cielo nuvole e fiammiferi alla Kurt Cobain.
Tra tutti gli argomenti, però, primeggiava Londra.
Londra, perché io l'amavo di un amore grande e ardente, pur non avendola mai vista.
Ero convinta che fosse la mia città d'elezione, e che lì avrei dovuto vivere, una volta sciolte le catene e gli obblighi imposti dalla mia giovane età.
 
Dato che i miei discorsi erano un susseguirsi di Londra qui e Londra là, mio padre pensò bene, l'estate successiva, di portarmici in vacanza.
Nel luglio 1998, pertanto, a dodici anni e mezzo, atterrai per la prima volta su suolo britannico, andando in visibilio.
Il giorno seguente dimenticai la macchina fotografica in una cabina telefonica, e, quando, pochi minuti dopo, tornai indietro con mio padre alle calcagna, non c'era più.
Rimediai facendomi comprare una macchinetta usa e getta, che utilizzai esclusivamente per scattare una sciagurata serie di foto al Madame Tussaud's.
Amai molto i Kensington Gardens, a poche centinaia di metri dal nostro albergo,  dove ogni sera si andava a fare un giretto, disquisendo su papere e scoiattoli (padre) e gettando occhiate sgomente e compassionevoli alla residenza di Lady D (la sottoscritta).
Assistemmo, nella hall dell'albergo, alla partita dei Mondiali tra Francia e Italia: vinse la Francia, e non fui contenta.
Le mie lacrime però erano state spese tutte qualche tempo addietro, quando aveva perso l'Inghilterra: ricordo Sol Campbell furente, David Beckham a testa bassa, Micheal Owen sciolto in pianto, e io dietro a ruota.
Come ho già detto, Londra era la mia città, e di conseguenza l'Inghilterra la mia Nazione, nazionale compresa.
 
A Londra, dopo quella prima visita, tornai altre volte, sempre volendole bene.
Negli anni, però, l'amore folle che provavo nei suoi confronti, quell'inspiegabile senso di appartenenza dei miei dodici anni, la sensazione che fosse la mia città e tutto il resto, andarono scemando.
Il taccuino con il Vermeer in copertina è da qualche parte, nella mia scrivania.
Non m'interessano più né Lady D, né la nazionale inglese.
 
Da qualche tempo, tuttavia, Londra è tornata a fare capolino in una serie di discorsi e pensieri.
 
C'è Martina, figlia di amici di famiglia, che ha la mia età e vive a Londra da due anni, fa la ballerina.
Vive in una casa con altre otto persone, perché lì in una settimana si paga d'affitto quello che a Torino si paga in un mese.
Appena arrivata a Londra la detestava, si trovava malissimo, voleva tornare a casa.
Ora lei e quella pioggia perenne, lei e quella nebbia sottile hanno iniziato a capirsi e, forse, persino ad amarsi.
 
C'è Luigi, mio compagno di liceo, che dopo una triennale in Bocconi se n'è andato a Oxford, che non è Londra, però insomma, fa sempre il suo effetto, diamine.
 
C'è l'Osservatore Silenzioso (critico prediletto dalla blogger qui scrivente), che dopo la maturità andò a  stare a Londra per tre mesi, autoimponendosi una prova d'iniziazione all'età adulta.
Dopo qualche giorno d'incertezza in cui "non si guadagnava ancora niente, ma si spendeva e basta", trovò lavoro in un ristorante italiano, chiamato come un compositore e un aperitivo, che "di italiano aveva solo il nome, perché il cibo, beh, lasciamo perdere", dove era forse l'unico cameriere etero, ambito da colleghe, colleghi, e trentenni assatanate.
Viveva in una specie di camera rotante, dove sapeva di avere un letto, ma non sapeva di volta in volta chi avrebbe trovato come compagno di stanza.
Per un certo periodo pensò di rimandare il ritorno, ma poi  lasciò stare, perché l'inizio dell'università incombeva, e lui aveva delle responsabilità.
Di quei mesi a Londra porta con sè alcune considerazioni sulle reti sociali nelle città cosmopolite ("a Londra la solitudine del singolo individuo agisce da motore sociale"), l'amicizia con un ragazzo che girò con lui l'Inghilterra, e soprattutto il commiato della boss russa del ristorante, che ogni sera, quando lui smetteva il grembiule e finiva il turno di lavoro, lo salutava dicendo "Bài amore, si iù tumorro".
 
Londra mi manca, ultimamente.
Mi manca la città in sè, e mi mancano quei sogni che avevo, e che la riguardavano.
Vedevo me stessa in un appartamento, vedevo me stessa tornare a casa la sera da un lavoro in cui avrei scritto e ticchettato sui tasti di un computer (un bel lavoro, non un lavoro abbrutente), vedevo me stessa leggere, e guardare film, e bere latte col cioccolato.
Vedevo me stessa sola, o almeno sola per un periodo.
 
Mi riesce difficile pensare a qualcosa che non sia la casa romana, piccola gialla e piena di libri, che vorrei adesso.
Mi riesce difficile pensare a una me lontana da qui, dalla Città dei Sette Assedi, dove i miei sogni esistono ma sono avvolti dal torpore e dall'attesa di non so mai bene che cosa.
Mi riesce difficile credere che potrei starmene sola veramente, lontana dalla famiglia e soprattutto dalle amiche -per me forse l'unica risorsa irrinunciabile-, potendole sentire solo per lettera, via mail, al telefono.
 
Starei là.
Poi tornerei.
 
So che la verità dentro di me somiglia a quella casa a Londra, al godere della solitudine e della compagnia di me stessa, al lavare via i miei egoismi ascoltando per una volta solo la mia voce.
Credo che per riconoscerci, per non dare fastidio a noi stessi, per credere di poter essere davvero le persone che vogliamo, le persone che desideriamo far conoscere a chi ci ama e a tutti gli altri, un periodo di solitudine possa essere una cosa preziosa.
Andarsene, stare soli, pensare e capire di essere fortunati perché si ha qualcosa da cui si vuole tornare, e  poi tornare.
 
Ora che inizia un anno nuovo, lascio qui scritte alcune promesse (e non propositi, giacché i propositi si fanno a se stessi, mentre le promesse si fanno a qualcuno).
 
- Prometto a Ciaki che sarò più serena, e che presto mi vedrà di nuovo ridere, più spesso di quanto ho fatto ultimamente.
 
- Prometto all'O.S. che presto arriverà la seconda puntata delle Cronache dall'Olimpo, perché io non ho smesso di seguire i suoi consigli. So che i treni non sono facili da prendere insieme, e che non sempre se ne ha voglia. Ma so che in un qualche modo molto strano, molto sfuggente e molto suo, anche lui, in fondo, in fondo, se si guarda bene in fondo, un po' è affezionato a me. So di non essermi sbagliata, e so che ho ragione. O che un giorno, perlomeno, avrò ragione.
 
- Prometto a Giocagiò che le sarò più vicina, e che, anche se lei sa che latitante non significa  assente, latiterò di meno, perché le voglio bene.
 
- Prometto alla mia Surela che non ci perderemo mai più di vista, perché lei è l'unica persona  al mondo con cui sento di avere un legame di sangue anche se sorelle non lo siamo veramente.
 
- Prometto a M. di avere più cura per Mamo e meno per le torte, come lei giustamente mi ricorda di fare. Le prometto anche che saprò essere migliore di così, perché io non ho ancora finito di volerle bene, né ho intenzione di finire, mai. E poi lei lo sa, che dire che la penso sarebbe un controsenso, perché lei è sempre qui, con me, e mi parla e mi dice la sua anche quando non c'è.
 
- Prometto a Mamo che un giorno o l'altro sceglierò nuovi modi per arrivare.
 
- Prometto a me stessa di darmi una mossa.
 
- Prometto a me stessa di tornare a Londra, prima o poi.
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lunedì, 20 ottobre 2008

Il mio regno per un Tommaso

Il primo giorno d'università, sbarcata a vivere a Torino dalla provincialissima Città dei Sette Assedi, conobbi Tommaso C., alla lezione di Storia Romana.

Di lui sapevo tre cose: era adorabile, aveva gli occhiali, e come me studiava Storia.
Il mio fido compagno di liceo Nicolò, che seguiva con me Storia Romana, l'aveva battezzato Faccia a Mattone, e ancora adesso non ne capisco il perché.
Comunque, a me piaceva molto.

A dire la verità scoprii che si chiamava Tommaso C. solo a fine gennaio, quando alzò la mano all'appello d'esame (prima d'allora mi limitavo a chiamarlo anch'io "Faccia a Mattone").
Ricordo che m'infilai subito nell'aula accanto, accesi il telefonino e chiamai le mie amiche, dicendo giuliva "Ho scoperto come si chiama!!! Si chiama Tommaso C.!"
Avevo diciannove anni e due mesi, ma ero ancora abbastanza cretina.

Tommaso C. seguì poi con me anche Storia Greca, senza che comunque si riuscisse mai ad avere un qualche contatto, anche perché lui se ne stava sempre con un tizio e una tizia, e io ero ostaggio di un altro compagno di corso, D. detto Metallo, con cui ero diventata amica e con cui seguivo le lezioni.

Anche D. detto Metallo, come il mio amico Nicolò, non aveva molta simpatia per Tommaso C., e mi diceva "Ah, io non so come ti possa piacere".
A me però non interessava il suo parere, nè quello di nessun altro.
Tommaso C. mi piaceva da pazzi, punto.

All'inizio del mese di marzo, in modo semi-illegale, io e la mia amica Ciaki scoprimmo una serie di cose: Tommaso C. era di Torino, e abitava di fianco alla Gran Madre (per i non torinesi: la Gran Madre è LA chiesa di Torino, una chiesa mitica, affacciata sul Po e ai piedi della collina), che è un po' come dire che se fosse stato di Roma avrebbe abitato di fianco a Castel Sant'Angelo.
Aveva fatto il liceo classico, era un campione di canottaggio, e aveva gareggiato nella nazionale juniores.
Soprattutto, però, scoprimmo che era nato il 23 marzo.

La cotta per Tommaso C. mi faceva sentire sempre allegra, e quel marzo fu magico: scoprii che il Po, alle nove del mattino, prima della mia lezione di Letteratura Americana, luccicava in modo speciale, e che Torino col cielo terso è una delle visioni più belle che si possano avere nella vita.
A Palazzo Nuovo (nome gergale del palazzo delle facoltà umanistiche) c'era l'occupazione studentesca, e anche se da matricola spaurita quale ero non partecipavo, ricordo il clima divertito e molle, e soprattutto il terribile odore di cipolla che dall'atrio saliva fino al primo piano, dove io, proprio all'ora di pranzo, seguivo Civiltà Greca.

Alle nove della sera del 22 marzo, vigilia del compleanno di Tommaso C., me ne stavo in camera  meditabonda, mentre la mia amica Meri studiava una dispensa di biologia.
"Meri, domani è il compleanno di Tommaso"
"Uh, già, cavolo"
"Che cosa potrei fare?"
"Che cosa vorresti fare?
"Vorrei compiere un gesto un po' folle, un po' inutile, un po' romantico. Un po' da Amélie".

Lasciai Meri allo studio delle cellule, e andai dalla mia amica Martina, che guardava la tv.
"Marti, domani è il compleanno di Tommaso"
"Ah, è vero!"
"Vorrei compiere un gesto un po' folle, un po' inutile, un po' romantico. Un po' da Amélie".
"Che meraviglia! Per esempio?"
"Per esempio domani è mercoledì. Io seguo Critica Dantesca in aula 1, dalle otto alle dieci del mattino"
"Eh"
"E lui segue Letteratura Spagnola nella stessa aula, dalle dieci a mezzogiorno!"
"Ah!"
"Palazzo Nuovo è occupato. Quindi in teoria si potrebbe entrare anche adesso, anche se sono le nove e mezza!"
"Fantastico! Io ti accompagno!!!"

Così partimmo, io e Martina, senza sapere che quel momento avrebbe sancito in maniera indissolubile l'inizio della nostra amicizia.
Prendemmo il bus 61, scendemmo in via Po, e dopo poco varcammo la soglia di Palazzo Nuovo, occupato e infatti ancora aperto.

Silenzio.
"Dove saranno tutti?"
Erano nell'aula 2, a vedere un film coreano.
"Meno male che non sono in aula 1!"

Entrammo nell'aula 1, illuminata e deserta.

L'aula 1 aveva trecento posti, e lavagne gigantesche.
Quello che stavo per fare l'avrebbero visto seicento persone entro mezzogiorno, e tuttavia non era un atto coraggioso, poiché forse sarebbe stato più logico presentarsi.
Siccome però non avevo intenzione di presentarmi spontaneamente a Tommaso C. nè il mattino successivo nè mai, quella notte presi un gesso e andai alla lavagna.

(Ci sono due fotografie a testimonianza del racconto che seguirà, ma rimarranno ostaggio del mio archivio).

Arrivai sotto la lavagna gigante e mi misi in postazione.
Presi il gesso e iniziai a scrivere, in alto a destra, la data del giorno dopo: 23 marzo 2005.
Poi, al centro della lavagna, in caratteri enormi, calcati e ripassati, scrissi "AUGURI TOMMASO!".

Feci un balzo e corsi in cima alle scale, per guardare la lavagna dall'alto: la scritta si vedeva perfettamente.
Temendo che il professore potesse cancellare i miei auguri, o sciverci accanto, prendemmo tutti i gessi e il cancellino, e li buttammo in un cestino della spazzatura vicino all'aula.
In ogni caso, il mattino dopo sarei stata a lezione in quella stessa aula due ore prima di Tommaso, dalle otto alle dieci, e avrei potuto monitorare la situazione.

"Che meraviglia, è una cosa fantastica!" disse Martina.
"Mamma mia, chissà che faccia farà!!! Io dopo Critica Dantesca me ne vado, non voglio rimanere alla sua lezione! Se rimango mi becca, sa bene che non seguo Letteratura Spagnola... Però Nicolò segue la sua stessa lezione, potrei chiedergli di guardare e riferirmi! Sì sì, farò così!" dissi io.

E feci così.
Spiegai la cosa a Nicolò, che sentenziò: "Oddio, davvero? Che cagata!",  ma acconsentì a monitorare il tutto al posto mio.
Scrissi sms a un buon numero di amici dicendo "Ragazzi, non sapete che cosa ho fatto! Appena ci vediamo vi racconto!"
Andai a dormire emozionatissima.

Il giorno dopo, Tommaso C. non era a lezione.
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martedì, 05 agosto 2008

Psicodrammi e amenità

Poco prima dell'esame di terza media andai in fissa per una canzone dei Litfiba, l'ultima che fecero quando ancora cantava Piero Pelù.

Il video era ambientato in un circo fantasma, e la prima frase diceva Ti farei volare sulle onde, sopra un mare ch'è sempre tempesta.

Ecco, a me quella frase piaceva da matti.
E mi piacevano il circo, la nebbia, il pensiero che si potesse volare sopra il mare in tempesta cavalcando un trapezio da equilibristi.
L'ho cercata per molti anni, senza mai trovarla: alla radio, alla televisione, nei negozi di dischi.
Ho tentato di scaricarla da internet, ma non ce n'era traccia.
Finchè, qualche giorno fa, la mia amica Ciaki se n'è arrivata con una chiavetta usb, e mi ha detto "Ti ci ho messo gli Interpol, i Fischerspooner, quella di Finley Quaye e William Orbit che ti piace, e una dei Radiohead".

Ho acceso il portatile, inserito la chiave, aperto i file.
In mezzo a Interpol, Fischerspooner, Quaye, Orbit e Radiohead, campeggiava un'icona che diceva Vivere il tuo tempo - Litfiba.

Mi sono girata verso Ciaki, che stava al mio fianco con un sorriso sornione.
"L'hai trovata. Hai trovato la mia canzone di terza media!"

Che emozione, che stranezza è stata riascoltare che si potrebbe volare sulle onde di un mare in tempesta.
Ripensare ai giorni vissuti con quella canzone in testa.
Rivedere la mia prima ed unica dichiarazione d'amore, fatta a Nicola, mio compagno di classe, in una cabina telefonica (e non perché l'avessi fatta al telefono, in verità).

"Nicola ti devo parlare"

"Va bene"

"Non qui, in privato"

"Ok, nella cabina telefonica laggiù".

E così oggi, mentre mi divido tra psicodrammi della grandezza di un'unghia, pensieri pratici e lavorativi,  considerazioni riguardo a un discorso articolato e risolutivo fatto su una panchina, con una persona verso cui ho del bene, e fughe da ferma, ritorno in quel circo, sul mare in tempesta.

E tornare ad allora fa bene, anche se il tempo è passato tra mille amenità.

Non riesco a scrivere decentemente e non c'è un vero motivo.

Ho solo due cose in mente, la prima da un po', la seconda da oggi:

1) La mia amica Martina ha sempre ragione.

2) Sono fiera di I. Perché il solo fatto di scegliere, è già la scelta migliore.

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martedì, 24 giugno 2008

L'albume e la rugiada

Post frettolosissimo per dire che, nonostante l'escursione termica di cui sono vittima in questi giorni di su-e-giù dalla Metropoli alla Fortezza sulla Montagna Incantata, sono ancora viva.
Viva quel tanto che basta per credere ad un paio di leggende legate alla notte di San Giovanni, che a Torino è grande festa, grande evento tra il sacro e il profano.
Innanzitutto, nonostante San Giovanni sia oggi, è da considerarsi "Notte di San Giovanni" la notte della vigilia, ovvero quella appena passata.
Le svariate leggende raccontano, per esempio, che se si sogna un uomo nella notte della vigilia, ecco, quello è l'uomo della nostra vita.
Premettendo che ho chiacchierato sul balcone fino alle 3 con la mia amica Martina, che ho letto un libro fino alle 4, e che ho dormito poche ore, posso dire di aver sognato ben tre uomini, nessuno dei quali, però, sarà mai nella mia vita in tal amoroso senso.
Il primo è un mio collega, detto amichevolmente "Il collega tatuato", o "Il collega pelato", o ancora "Il Draghetto Norberto" (questo perché somiglia, in alcune espressioni, a Norberto, Drago Dorsorugoso di Norvegia, personaggio ben noto agli amanti di Harry Potter), collega che però è fidanzato, e soprattutto è mio grande amico, e non è poi nemmeno il mio tipo ideale, poiché sprovvisto di riccetti e di occhiali, e dotato invece di una massiccia dose di "orsismo" (atteggiamento tipicamente maschile che prevede modi rudi, poco affetto e un certo riserbo nei sentimenti).
Il secondo è Amico D, mio vecchio amico e compagno di liceo, di cui parlo diffusamente nel post precedente.
Ad un certo punto, nel sogno, il Collega Tatuato si è trasformato in Amico D, e, con la faccia di quest'ultimo, ha iniziato a parlare di una mia vecchia compagna di classe e del suo storico ex (il terzo uomo del sogno).
Quanti misteri, San Giovanni.
Non è vera la tua leggenda, San Giovanni.

C'è poi una seconda leggenda, che parla di uova e di rugiada.
Si dice che, rompendo un uovo in una terrina, e lasciandolo sulla finestra tutta la notte, appena sveglie bisognerebbe controllare la forma dell'albume mescolato alla rugiada, e dalla forma carpire ragguagli sulla propria futura vita matrimoniale.
Noi abbiamo lasciato sul balcone, per tutta la notte, una bottiglia d'acqua piena di mozziconi di sigaretta.
E di mattina non abbiamo trovato niente, né la rugiada (sempre che esista ancora una cosa chiamata rugiada), nè una verità svelata sul nostro futuro marito.
Tzè.
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mercoledì, 28 maggio 2008

L'ombrello è un placido paracadute

Degli accadimenti di questi ultimi giorni non so che dire, se non che è stato tutto molto bello.
La mia amica Ciaki compiva 23 anni mentre i Subsonica festeggiavano il decennale dall'uscita del primo omonimo album, molto emozionati, in una Piazza Vittorio gremita e piovosa.
E, in quella stessa piazza, dopo una cena dall'altra parte del fiume e un salto nella vineria piena di lucine che sta in un'altra piazza più piccola sotto la casa dei miei sogni, ho incontrato e abbracciato Daniele, mio amico fraterno e parte della mia famiglia marittima, ed Erica, la sua straordinaria fidanzata, per festeggiare i loro cinque anni insieme.

Cinque anni fa, nei corridoi del Politecnico, il compagno Lopez presentava Erica e Daniele.
Come spesso accade, fu lei a scegliere lui, da lontano, senza esser vista.
Ma quando il Fato, mosso dal sopracitato compagno Lopez, li fece incontrare nell'intervallo tra l'ora di fisica e l'ora di una qualche altra materia spaccameningi, dei due fu Daniele a non capire più nulla. Se gli avessero chiesto, nel weekend successivo a quel giorno, che faccia avesse Erica, lui non avrebbe saputo rispondere. Troppo timido per alzare lo sguardo, si ricordava solo il suo profumo, e questo bastò: narra la leggenda che in quei giorni, prima di rivederla a lezione, lo sentisse dovunque. Per strada, a casa, al campo di calcio, in tram, la domanda che il suo fedele amico F. Romano si sentiva rivolegere era sempre la stessa:
"Ma lo senti anche tu questo profumo?"
E l'altro: "Ma che cacchio dici".
Così per giorni. Finché si rividero, e lui la guardò in viso, e allora davvero non capì più nulla, ma finalmente per una buona ragione.
Seguirono un primo appuntamento alla Fiera del Libro, giorni passati a saltare le lezioni e fuggire al parco del Valentino, e attese alla stazione Dora, luogo di misteri e pericoli.
Al Valentino una dichiarazione in piena regola, perché Daniele è un uomo d'altri tempi e d'alto rango morale. Alla stazione Dora un bacio dato in fretta, prima che il treno fuggisse verso la valle di Ognissanti, perché Erica è una principessa guerriera, modi spicci, bellezza fiera e cervello fino.
Al compagno Lopez, che non conosco, dico grazie per esser stato il Fato di questa nostra storia piccola e bella. Nostra perché se non ci fossero loro, loro in coppia, anch'io sarei diversa. Non avrei davanti agli occhi un esempio perfetto di amore riuscito. Non saprei che si può ridere in quel modo. Non potrei continuare a ripetermi che non esiste coppia migliore, o miglior duo comico. Cane e gatto, ma anche comunella perpetua, e risate soffici, complicità vera, tenerezze non esibite e discrete. Non avrei Erica, diventata in questi anni una delle mie amiche più care.
Grazie compagno Lopez.
Grazie Principessa guerriera, modi spicci, bellezza fiera e cervello fino: grazie per essere arrivata nelle nostre vite. La famiglia marittima ti aspettava da tanto tempo, e conoscerti è stato molto meglio che immaginarti semplicemente.

Anni prima, nel settembre del 1999, conoscevo Ciaki, che in verità si chiama AnnaSara, anche se io per qualche giorno avrei erroneamente memorizzato un MariaSara. Chiarito l'equivoco diventammo amiche, tra Smemorande, intervalli, versioni di greco e assemblee d'istituto.
Quando compì 18 anni le regalammo una chitarra.
Due anni dopo sarebbe iniziata l'università, e la nostra vita insieme, la nostra piccola famiglia: Meri, Ciaki, Ljuba e Francesca.
Quell'AnnaSara, chiamata Ciaia fin da piccola, e poi trasformata dalla sottoscritta (che adora storpiare i nomi altrui) in Ciaki, Ciakilandia, Ciakilopoulos, Ciapalausen, Ciambala, eccetera eccetera, sarebbe diventata molto più di un'amica, per me.
Dico grazie alla donna che sa corrugare un sopracciglio e arricciare il naso con aria interrogativa, ma anche muovere entrambe le sopracciglia a tempo di musica. Grazie alla zia di sette nipotini più un altro in arrivo. Grazie alla signorina bon ton che sogna un abito da sposa color glicine e un uomo che le porti le viole del pensiero. Grazie all'agguerrita tifosa che sbraita in Curva Maratona e dice "Cuore Toro, Juve Merda" e sogna che l'uomo delle viole sia disposto a immolarsi per il Toro, a tifare urlando e perdendo la voce ogni weekend, a seguire la squadra in trasferta con la scusa di una minifuga romantica. Grazie all'unica persona che io conosca che sa il nome scientifico del mughetto. Grazie a te, e al rito delle marmellatine mattutine, grazie per le vacanze di chiacchiere senza fine e riposo senza tempo. Grazie per le nostre liste di cose da fare, per gli esperimenti culinari, le trofie al pesto e i tortini al cioccolato.
Grazie per i tuoi sogni e per la musica. Ce la farai. Tieni duro. Rompi le palle a chi ti può aiutare. Non mollare.

Sono stati giorni belli.
La coda sotto la pioggia, in macchina, con Martina. Non una comune coda in corso Massimo D'Azeglio, ma un'ulteriore scusa per parlare un altro po', per confidarmi ancora e come sempre sentirmi capita. Sul Monte dei Cappuccini alle due di notte, e prima nella vineria magica sotto la casetta illuminata che un giorno sarà mia. La stessa casetta che VeraMatta sbircia con occhi vispi, mentre dico "Ecco vedi, sarebbero quelle due finestre lassù, con i gerani e le persiane azzurre", per poi rispondere "Guarda, hai lasciato le luci accese". Grazie per quelle luci accese, e per i nostri sottintesi.
Grazie a mio nonno, che non sta molto bene ma continua a chiamare mia nonna Brigitte Bardot.
Tu lo sai, nonno, che adesso non è proprio il momento, vero? Noi non saremo mai pronti, ma adesso sarebbe veramente troppo presto. Io non ci voglio nemmeno pensare, non fare scherzi.

E poi, ieri sera, lo spettacolo teatrale del liceo, del mio vecchio liceo. Rivedere il professore di greco del ginnasio, il nostro mito allora e il nostro mito oggi, e poterlo salutare con un abbraccio e la fierezza di qualche anno in più, continuando a chiamarlo Prof.
E' qui che tutto ha avuto inizio.
Non smetterai mai di mancarmi, Liceo. E se in questo presente capita che a volte io non mi trovi più, e mi senta un po' persa, e mi chiami senza avere una risposta, forse è perché c'è un pezzetto di me che ancora cammina per quei corridoi, e non ha alcuna intenzione di farsi trovare.

E oggi Ljuba e la sua allegria, e lo studio del russo che procede e quest'estate la porterà a Mosca, lontana da noi, da Piazza Vittorio, dalla Capitale del Marchesato e da tutti i nostri posti. Ma, per fortuna, solo per un po'. E Ciaki, e i tuoi regali verdi, che sanno proprio di te.

Torino oggi hai piovuto un altro po', ma io ho smesso di piovere.

Torino, sei così bella, in ogni momento.

Torino, ad ogni angolo una sorpresa.
E' stato bello incontrarti per caso, Osservatore Silenzioso.
Tu dall'alto di un autobus, io in un viale alberato sospeso tra la pioggia appena passata e il sole spuntato da chissà dove.
E' sempre bello incontrarti, ma oggi di più.
E farti ciao con la mano, e provare a parlarsi da un capo all'altro del finestrino.
L'inaspettato è gioia.


giovedì, 08 maggio 2008

Ed è ancora Meme

Ebbene è successo di nuovo: ho ricevuto un Meme (dicesi meme una catena tra blogger).
Essendo quest'ultimo leggermente diverso dal precedente (elencare 6 abitudini o particolarità), ho deciso di accettare la sfida della cara Gaijina, e di scrivere 6 COSE CHE AMO.
Le cose che amo sono ovviamente più di 6, ma, pensandoci un po', credo di poter arrivare a compilare un elenco ragionato.
Ricordo che al liceo avevo inventato una cosa simile con D, mio grande amico della classe accanto, jazzista risoluto e calciatore di pallide speranze. Il gioco consisteva nello scrivere tutte le cose che ci rendevano felici, dal giro in bicicletta in una sera d'estate, alla torta al cioccolato.
L'avevamo chiamato Elenco della felicità.
Anche se questo si chiama Meme, anche se l'amico D ha ormai mollato il calcio, il jazz, e non ho più  sue notizie se non assai di rado, sono pronta a rispolverare le antiche velleità e a rimettermi in pista.

Sei cose che amo:

1) Amo l'origano.
Lo metto su tutto (con alcune eccezioni, ovviamente). Mi piace l'odore, mi fa allegria, mi pare tutto più buono.

2) Amo lo scompiglio che portano certe belle notizie, certi accadimenti. Amo quei giorni in cui il tempo passa rotolando: non so spiegare come se non dicendo che tutto il mondo è paese, e di solito c'è il sole, e un'atmosfera di attesa e di felicità nell'aria. Amo questo sentire collettivo che si manifesta quando un'amica ha un appuntamento importante e si è tutte lì, insieme, ad imbellettarla e a farle coraggio, oppure quando si aspettano i risultati delle elezioni (salvo poi morire di crepacuore durante la diretta di Matrix, sentendo che un cert'uomo è in testa e sta per vincere), o una partita dei mondiali. Ci si dimentica di mangiare, si saltabecca da una stanza all'altra in preda all'adrenalina e via così.

3) Amo le grandinate estive, l'odore che portano con sè, quel sentirsi piccoli di fronte alla natura.
Lo so, è una banalità.

4) Amo camminare prendendo sottobraccio la persona che ho accanto.  Adoro stare a braccetto con le mie amiche, con i miei genitori, con i miei nonni, e financo con gli amici maschi, anche se di solito si sentono "dei poveri vecchi" (parole del mio amico Sergio). Io e l'amico D, buon'anima, avevamo il momento del braccetto: mi accompagnava a casa dopo un pomeriggio passato a bere tè nella sua cucina e,  con la luce del tramonto e delle sei di sera che esplodeva dietro di noi e rincorreva i palazzi del centro storico, mi porgeva il braccio, con mia  grande soddisfazione.
Con le mie amiche si fanno, stando così, grandi chiacchierate, sempre sottobraccio, per interi tragitti.
Ti voglio raccontare una cosa sottovoce? Ti prendo sottobraccio.
E' un gesto intimo, bello, molto semplice, che riesce a far sentire due persone vicine. E' più discreto di un abbraccio, ma forse comporta più confidenza, ed è questo il bello.

5) Amo esser talmente presa da un libro da non smettere di leggerlo nemmeno durante il pranzo, e non vedere più la televisione o fare altro che non sia leggere. Amo quando non posso leggere per cause di forza maggiore, e il libro mi manca, e mi mancano i personaggi, e non vedo l'ora di tornare da loro e di continuare a spiare quel mondo nascosta dietro un cespuglio fatto d'inchiostro e carta profumata.

Il punto 6 è doppio, perché non mi è stato possibile eliminare uno dei due punti.

6) Amo le parole in disuso, e amo riportarle in auge. Vedo la lingua italiana come un bene prezioso, da proteggere, da trattare con cura. Amo rispolverare e utilizzare parole vecchie, curiose, un po' demodè.
Le parole cadute in disgrazia mi fanno molta tenerezza.

6 BIS) Amo certe fotografie scattate di getto, naturali, inaspettate. Amo le espressioni rubate e i momenti ricordati così, senza una posa.
Quella sì è verità e bellezza.

Ecco, ora che il meme è finito, dovrei lanciare la palla ad altri 6 blogger, perché la regola vuole così.
Ma, come giustamente diceva quel mito di Fiona Shaw a Tom Selleck, in quel delizioso film che è "Three men and a Little Lady" (commedia cult della mia infanzia):
Le regole sono fatte per essere infrante.

Non lancerò la palla a nessuno, perché c'è sempre chi non ha tempo, chi non ha voglia, chi si tira indietro.
Pertanto, cari i miei avventori, ecco come faremo: chiunque passi di qui, ed abbia voglia di farlo, lasci nei commenti il suo elenco della felicità, il suo meme, le sei cose che ama. Gradirò molto.
Lo chiedo a voi blogger.
Lo chiedo a Daiquirius.
Lo chiedo a VeraMatta, amica blogger ma soprattutto amica nella vita.
E poi lo chiedo alle mie amiche senza un blog, che però sono tra gli argomenti principali del mio per il bene che voglio loro.
Lo chiedo agli avventori casuali.
E poi a te, amico Sergio, se ti ricordi di passare.
Lo dimando a te, Osservatore Silenzioso: mi faresti piacere.
E lo chiedo a mia sorella Chiara.
Chiunque vorrà condividere con questa pagina fuxia e con la Regina lassù le sei cose che ama, farà molto piacere alla scribacchina di  corte.

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giovedì, 17 aprile 2008

Le sopracciglia del nuovo governo

La mia dirimpettaia di Torino fa l'infermiera pediatrica, ma se la cava bene anche come estetista della porta accanto. Io, che in verità sono piuttosto glabra, non potendo farmi torturare baffi che non ho, o pelame in eccesso (l'Osservatore Silenzioso inorridirà, giacché scrivere di ceretta è forse peggio che scrivere di torte che sanno di piede), da un po' di tempo mi sono lasciata convincere, dalla dirimpettaia infermiera pediatrica e dalla mia amica Martina, a farmi dare un'aggiustatina alle sopracciglia.
Premesso che ho sempre avuto un'arcata sopraccigliare chiara e fugace, devo dire che, dopo l'aggiustatina, mi sono resa conto che quella che per me era sempre stata un'ala di gabbiano naturale, alla Audrey Hepburn, era in realtà nè più ne meno che una coda di pavone spettinata.

E qui si arriva al 14 aprile, perché la tragedia elettorale ha mosso guerra alle poche facoltà mentali intonse che mi erano rimaste, facendomi decidere di provvedere da sola, in quel pomeriggio di sconforto e atterrimento da exit poll, alle mie sopracciglia.

Sfoltisci di qui, pensa a Bertinotti di là, in un attimo ho suicidato coda di pavone e ala di gabbiano.
Più semplicemente, mi sono ritrovata con il sopracciglio sinistro sfoltito in maniera perfetta, e quello destro... Inesistente. Cioè: c'è, ma si vede poco. E' più o meno la metà, se non un terzo, dell'altro.
E' vero che la vittoria di Voldemort mi ha gettata nel più cupo scoramento.
E' vero che la tristezza negli occhi di Fausto non riuscirò più a dimenticarla.
Ma il suicidio del sopracciglio destro -anche se la sua posizione non gli faceva onore- l'avrei francamente evitato.

Ora somiglio a Sandra Oh, in quella puntata di Grey's Anatomy in cui va dall'estetista e, il giorno prima del matrimonio, si ritrova SENZA sopracciglia.
Le mie ci sono, ma sono diverse, come una forchetta da exit poll, o come i seggi in parlamento di PD e PDL.

Mi consolo pensando che almeno potrò dire di aver sacrificato alla causa una parte di me.
E, mentre i compagni di partito impazziscono e intasano la mia casella di posta di trenta mail al giorno, ogni giorno da lunedì, e tutte con un oggetto che urla parolacce, io penso che quella tristezza e quelle dimissioni mi hanno fatto molto male.
Penso che ci sia chi -seppur lontano da me ideologicamente- merita il mio plauso più sincero, perché io so esser fiera di chiunque abbia coraggio e sappia correre da solo, dando un calcio ai Voldemort del mondo.
Penso però che un governo senza una vera sinistra non sia un vero governo.
Penso che la mia tessera sarà anche poca cosa, ma che oggi acquisti ancora più valore.
E soprattutto penso che ci sono giorni in cui noi donne siamo così giù, che nemmeno la Mannoia riesce a tirarci su.

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giovedì, 20 marzo 2008

Amiche di salvataggio

"Amiche di salvataggio" è un libro di Alessandra Appiano, che non ho ancora letto, anche se mi riprometto sempre di farlo. Il titolo, però, mi sembra bellissimo. Forse perché ho amiche vere e preziose, e anche loro, come quelle del libro, mi "salvano" molto spesso.

Si dice che un'amica vera si veda nel momento del bisogno, ma io dissento: un'amica vera si vede sempre, perché sa confortarci, ma anche ridere insieme a noi. Un'amica è una finestra spalancata, e non uno specchio della nostra noia.

Molti credono che l'amicizia tra donne sia una chimera, intrisa d'invidia e chissà che altro. Io, invece, per le amiche che ho incontrato lungo la via, posso dire che non è vero, non è vero per niente. Non so che cosa succeda al resto del mondo, ma so quel che succede a me e alla parte di mondo che mi sta vicina, e dico che le amiche sono un regalo e una risorsa immensa. L'invidia femminile è una cosa che non mi appartiene, che non ho mai provato, e anche solo sentirne parlare mi lascia basìta. Esisterà, forse. Ma io sono stata fortunata, perché ho incontrato persone belle, nella mia vita. E penso che le donne possano essere una forza, una forza vera.
E' bello sentirsi parte di qualcosa, sentirsi al sicuro con persone che ci vogliono bene e di cui ci fidiamo. E' bello raccontarsi, e parlare per ore, sezionare eventi, affari di cuore, camminare a braccetto, ridere e bere tè nel frattempo. E' bello anche pensare, quando non si sta insieme, "Meno male che ci sono", e sapere di avere un porto sicuro, che sia per un consiglio, per una risata, o per la scelta di una giacchetta.

Nei miei ventidue anni di vita ho incontrato donne fenomenali, degne di stima, rispetto, fiducia e simpatia. Ho amiche vere a cui non posso rinunciare. Ho avuto grandi amiche che hanno fatto con me solo un pezzo di strada, ma mi rimangono ancora dentro. Alle amiche passate, presenti e future, ma soprattutto alle amiche che mi sono sempre accanto, che non sono una questione di tempo, ma una questione di vita, e che, per la vita, porterò sempre con me, io dico grazie.

Dò molto peso alle parole "amica" e "amico", e non le uso con facilità. Le persone che chiamo amiche, sono anche, allo stesso tempo, le mie più care amiche, perché per me le due cose vanno di pari passo. Le altre persone, a cui voglio bene, che stimo e che posso anche voler conoscere meglio, per poter arrivare un giorno a chiamarle amiche, rimangono "compagna di liceo", "collega", o anche, in alcuni casi, "cara compagna di liceo" e "cara collega".
Le parole per me hanno importanza, senza dubbio. Questo perché voglio dare il giusto valore alle cose, ai rapporti, alle persone.
Una volta che ti chiamo amico non torno indietro, ma per arrivare a tanto ci metto un po' di tempo. Il tempo che serve. So che l'amicizia non si compra, e non può essere costretta, nè forzata, perché l'amicizia SUCCEDE. E, il fatto che sia successa proprio con le amiche che ho lo ritengo un privilegio, perché sono davvero persone di cui andar fieri.

C'è Meri che, quatta quatta, sa essere provvidenziale, come la manna dal cielo. Insieme a me dal ginnasio, conserva ancora quell'ironia splendida che mi ha conquistata. La stessa ironia che ha trovato nel suo ometto ideale: mai furono viste al mondo due persone con lo stesso, spettacolare senso dell'umorismo.

C'è Ciaki, un altro regalo del ginnasio, che come Meri, ancora oggi, è parte fondamentale della mia vita. Amica del ridere e delle emozioni profonde, dei pensieri più recònditi, delle minuzie assolute. Sa quel che penso, quello che provo, e sente le stesse cose insieme a me.

C'è Ljuba, con cui so di poter dare sfogo all'umorismo più noir e malefico, perché lo capisce, e mi capisce, profondamente. E' un'amica che sa essere sempre presente, ed è una persona che stimo davvero. La nostra Ljuba, con cui ci si fanno gli addominali scolpiti a forza di ridere. E la nostra Ljuba che un giorno fuggirà a vedere il deserto insieme all'uomo dagli occhi di velluto, e sarà felice come merita.

C'è Martina, l'amica con cui si parla fino alle tre di notte senza fermarsi, l'amica che ascolta come nessuno, e sa consigliare. L'amica che fuma sul mio balcone, mentre io scrivo al computer, e intanto si continua a parlare. Lei che capisce come sto anche quando faccio finta di niente. Lei che mi rende forte, perché sento che crede in me, come io credo in lei.

C'è Monica, che riesce a farmi sentire al sicuro come nessun altro al mondo. Monica che si commuove e che sa ridere davvero. Monica che, anche da lontano, e anche con un semplice sms, sa capire sempre tutto, e aggiustare ogni piccola ferita. La ricordo a quattro anni, mentre mangiava ciliegie ed era già bellissima. Poi è cresciuta ed è diventata eccezionale.

C'è Giocagiò che condivide le mie stesse passioni, e mi sa sostenere e voler bene con discrezione. Io e questa signorina ci capiamo anche con un batter di ciglio. E i nostri sensi dell'umorismo, il mio e il suo, si sono incontrati e hanno deciso di andare sempre di pari passo, giurandosi eterna fratellanza. Siamo il duo magico, io e Giocagiò.

C'è Sürela, che per me è appunto come una sorella. Figlia della migliore amica di mia mamma, cresciuta insieme a me in anni di vacanze al mare, cene a base di pizza e videocassette di Mary Poppins. Compare di malefatte, di battibecchi e di risate matte. Non dimenticherò mai quel "Non farmi ridere Franci, che mi scappa la pipì". Aveva otto anni, io nove. E naturalmente è finita con una pipì addosso nel bel mezzo del reparto giocattoli di Miroglio. Sürela perché da piccole amavamo aggirarci per Alassio mangiando gelato e fingendo di essere sorelle. Due sorelle norvegesi che si chiamavano l'un l'altra, appunto, "sürela". In norvegese, naturalmente.

E c'è Erica, una sorpresa bella e inaspettata. Fidanzata del mio amico fraterno Daniele, è apparsa nella mia vita portando risate fantastiche e chiacchierate che non finiscono mai, e confidenze vere, perché di lei mi sono fidata subito, a pelle. Erica, bionda, soave e delicata, che poi se ne esce con frasi come "Qui bisogna tirar fuori un po' di coraggio eh! Tirar fuori un po' di tetta!"
"Ma in che senso tetta?"
"Tetta nel senso di coraggio, naturalmente. Nel senso di farsi un po' furbi!"

Eccole qui, le mie amiche. Le mie amiche più care. Capitolo a parte meriterebbero le mie compagne di liceo, le compagne d'università, le colleghe di lavoro. Perché sono stata fortunata, in questa mia vita. E, sempre e comunque, continuerò a ripetermi, e a ripetere, che le donne possono essere una forza. Perché sanno amare, e ridere, e vivere intensamente, e sono acute e intelligenti.

Alle "mie" donne auguro il meglio. Auguro la vita che tutte loro meritano, una vita di sogni realizzati, di ideali mantenuti, di felicità che arriva come una april sweet shower, e di serenità costante.
E mi auguro, per loro, grandi soddisfazioni, il coraggio di scegliere, il poter diventare l'adulto che sognano di essere, il concretizzarsi di quello che adesso speriamo solo a parole e nei nostri desideri.

Mi auguro anche di vederle realizzate in ogni campo. E che abbiano, un giorno, bambini che somiglino loro almeno un po', che abbiano il loro sorriso, o i loro occhi, o una sfumatura del loro carattere. 

Possano incontrare non solo principi azzurri, ma principi scintillanti in technicolor, pronti a capire di aver trovato quel tesoro leggendario che, come raccontano gli antichi, sta ai piedi dell'arcobaleno.

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giovedì, 21 febbraio 2008

Scriverà sulle tovaglie dei Navigli

Quando, ieri sera molto tardi, sono rincasata dal viaggetto a Milano con la mia amica Martina (abitiamo insieme a Torino), ho acceso il pc e letto in ritardo una mail di Carlo, che diceva: "Abbi cura delle onde di Milano. Possono risucchiare".

Anche se il consiglio non è arrivato in tempo, ho avuto cura delle onde di Milano. Perché so comunque che Milano è un posto da avvicinare e trattare con cura e rispetto.
E' molto bella. Anche se non sembra, da fuori, o a un primo sguardo. E' che bisogna vederla nella chiave giusta, e dipende poi sempre da quel che si cerca. Io cercavo il teatro, principalmente. E la voce di Gaber sottintesa nei luoghi. Le atmosfere Lellacostiane di "Malsottile" e "Coincidenze". Una cena sull'alzaia del Naviglio Grande e la vecchia Milano fatta di poesia lucente. Ho trovato tutto questo e ne sono molto felice. Ieri, mentre facevo merenda sotto le colonne di San Lorenzo con una sacherina minuscola presa da Delicatessen (dopo averne letto cose fantastiche sul blog di B. Stevens), e ridevo e parlavo di molte cose con Martina, pensavo che Milano devi scoprirla, e che ti sa voler bene. Quando meno te lo aspetti senti un leggero tocco sulla spalla, un abbraccio morbido fatto un po' di vento e un po' di atmosfere, e sai che in quel momento la città ti sta dicendo "Io sono con te, tu sei con me. Ti accolgo".

Ci sono posti a cui voglio bene come fossero persone, e forse anche di più. Ieri io e Milano abbiamo iniziato a provare affetto l'una per l'altra. Porta Ticinese all'imbrunire, non chiedo altro. Ho avuto molto, in queste poche ore di ricerca della bellezza ovunque.
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venerdì, 08 febbraio 2008

Gianduiotti a Nanni

Ieri il mondo era dalla mia parte. Per tutto il giorno, in ogni momento, mi sono sentita coccolata dal caso.

Prima di tutto ho finalmente passato il pidocchioso esame di cui ho già scritto.
Nonostante la sera prima meditassi d'impiccarmi col filo interdentale, ieri mattina sono coraggiosamente entrata in aula. E ho fatto bene, perché mi ha interrogata l'assistente, notoriamente più umano del professore, vecchio acido e sputasentenze.
Alla prima domanda ho fatto scena muta.
Mi chiede: "Signorina posso farle un'altra domanda?"
Retropensiero: oddio grazie, lei è un santo, posso baciarla in fronte?
Rispondo: "Certo, la ringrazio"
La seconda domanda è esattamente ciò che ho studiato la sera prima, con tanto di schema a matita fatto a piè di pagina: avrei risposto cantando, ma mi sono limitata a snocciolare con garbo i punti chiave.
Centro.
"Bene signorina, molto bene! Mi parli ora dei poteri legittimi secondo Max Weber".
Altra parte ripassata con brio prima di andare a dormire. Medito di offrire la mia mano all'assistente, e intanto rispondo beata.
"Benissimo davvero. Le faccio un'altra domanda, ma mi deve rispondere con UNA SOLA PAROLA".
E qui casca l'asino. Perché l'argomento lo so. Ma.
"Io le rispondo, ma non ce la faccio con una sola parola, temo".
Infatti non ce la faccio.
"Signorina va bene, ma un po' per la fine e un po' per l'inizio... Con grande rammarico... (Oddio mi dà 18, oddio mi dà 18!) Le propongo un VENTICINQUE. Mi dispiace, perché LEI SA (sì sì, non SO una mazza, quest'esame è il mio spettro da una vita e non ne potevo più, accetterò qualunque cosa, ma facciamo che ha ragione lei). Allora venticinque. Accetta?"
Io: "Cavoli! Certo!"
Mentre mi chiedo se sia sconveniente dire "Cavoli" all'assistente del professore, parlandogli come se si stesse al Bar Sport a giocare a biliardo anziché in sede d'esame, tiro fuori il libretto e osservo con occhi famelici la scrittura del voto. Non m'importa se mi rovinerà la media, non m'importa più niente, ho passato quest'esame e mi sento finalmente libera. Max Weber e teorie del cazzo, addio.

Esco saltando dalla facoltà.  Sono diretta al negozio delle scarpe di Mary Poppins (vedi post "Esame in vista"). Cammino a un metro da terra e non mi bastano le orecchie per fermare il sorriso.
Arrivata al negozio, entro baldanzosa e con voce baritonale dico: "Vorrei provare quelle scarpe color carta da zucchero che ha in vetrina. 41."
La proprietaria, con un'occhiata che dice "Oggi ho lo scazzo addosso e vi odio, clienti di merda, odio voi, i saldi, Mastella e questa società che ci opprime" , mi risponde in finto gentilese: "Mi dispiace, il 41 in quel colore è finito. E' rimasto nel marrone e nel rosa".
Ora: sarò anche bizzarra, vorrò un paio di scarpe che potrebbero mettere solo Mary Poppins, mia nonna se avesse avuto cinquant'anni negli anni trenta e la Befana. Ma marroni fanno schifo e rosa...
Decido di provarle. Rosa. Mi piacciono.
Vorrei tornare nel pomeriggio con un'amica, ma Madama Merda chiude alle due. Vorrei scattare una foto con il telefono, farla vedere a un'amica e tornare l'indomani, ma Lady Fanculo sentenzia: "Non posso assolutamente lasciare che lei scatti una foto qui dentro. Gli articoli non si fotografano!"
Immagino:
1) che la moquette la inghiotta
2) me con le scarpe rosa
Decido che VOGLIO quelle scarpe, che il rosa non è rosa vomito, ma ROSA DI GENOVA (è una tonalità particolare, ma probabilmente chi non ha mai fatto un giro tra i palazzi antichi di Genova Nervi non sa di che parlo e mi sta dando della scema)
"Va bene, le prendo".

Esco, sempre saltando, e torno in zona università per pranzare con la mia amica Martina, che ha un esame e passerà nel pomeriggio. Le racconto dell'assistente a cui avrei offerto la mia mano, della stronza e delle scarpe, le anticipo che ho una sorpresina nella borsa, e dopo due minuti siamo sedute ad un tavolino nel dehors dell'Antonelli, in Piazza Vittorio. Fa caldo, la primavera fa capolino a febbraio, ho il sole negli occhi e l'umore esulta. Pranziamo ciarliere e allegre, la sorpresina è un mini croissantino al cioccolato che ho preso in un bar vicino al negozio delle scarpe di Mary Poppins, il caffè è un buon caffè-come-si-deve.

All'improvviso Martina, rivolta verso i portici, esclama: "Oddio c'è Nanni Moretti! Girati, c'è Nanni Moretti!"
Mi giro, con un infarto in corso.
Martina: "No no, non è Nanni Moretti. O sì?"
Le orecchie sono quelle. Il naso più brutto del mondo anche. I capelli, la camminata, la verve.
Io: "MioddiomioddioèveramenteNANNIMORETTI!"
Martina: "Inseguilo! Vai Franci vai!"
Io: "Nonono. Nonono".
L'emozione mi blocca. Io amo e odio Nanni Moretti. Un giorno lo disconosco, il giorno dopo vorrei spararmi il dvd di "Ecce Bombo" e  subito dopo a ruota "Palombella Rossa". Ho un neo sulla caviglia che ho chiamato Nannimoretti in suo onore.
Non lo seguo, non ce la faccio. L'attimo è passato.
Naturalmente me ne pento subito.

Poco dopo, al momento di pagare, alla cassa vedrò una scatola piena di gianduiotti, e ne comprerò uno.
Penserò: sicuramente, se ha svoltato da quella parte, sarà a pranzo al Caffè Elena. Se lo vedo lo abbraccio e gli regalo il gianduiotto.
Ma l'Elena, santa miseria, il mercoledì è chiuso.
Ci saranno chiacchiere, ci sarà una passeggiata in Borgopò.
Ci sistemeremo su una panchina in Piazza Vittorio (tentando di non fissare gli atti osceni in luogo pubblico di un tizio e una tizia che si stanno letteralmente MANGIANDO la faccia) e parleremo ancora un po' cercando di non pensare all'esame di Martina e sperando sopratutto di avvistare Nanni Moretti.

Ma Nanni Moretti non passerà.
E, siccome fa molto caldo, quando tirerò fuori dalla tasca il gianduiotto per mangiarmelo io, scoprirò che si è sciolto.



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mercoledì, 30 gennaio 2008

Milano chiama e noi risponderemo

E' da due anni che io e la mia amica Martina vogliamo andare un giorno a Milano. Saltare su un treno la mattina presto, lasciare Augusta Taurinorum e trascorrere la giornata nella metropoli fashion.
Non ci siamo ancora riuscite, chissà perché.
Nel frattempo sono sbarcata a Milano due volte. La prima la ricordo piuttosto confusamente: era notte e vagavo in piena periferia con Ciaki, dopo un concerto, cercando Piazza Stuparich, per prendere un bus e tornare in Stazione Centrale. La seconda volta sono andata a vedere uno spettacolo teatrale, con l'amica Giocagiò. In scena c'era la compagnia torinese con cui studiavo l'anno scorso. Recitavano il "Giorni Felici" di Beckett, completamente nudi, eccezion fatta per una cuffia in testa. Almeno ci scappò una mattinata in centro, e devo dire che, con Giocagiò innamorata di Milano e delle sue architetture, fu un vero piacere.

Resta però il fatto che io e Martina non siamo ancora riuscite a tradurre la teoria in fatti. In origine c'era uno scopo preciso: andare a trovare X, da noi chiamato più semplicemente "X di Milano", l'amico bello di Marti, quello che somiglia a un attore e pure a un cantante. Una volta arrivate a Milano, Marti avrebbe chiamato X (X di Milano) dicendogli di essere venuta alla laurea di un'amica, studentessa alla Statale. Ecco, io dovevo interpretare l'amica laureanda in nonsisabenecosa alla Statale di Milano.

Adesso però l'andare a Milano, X o non X, è ormai una questione di principio: vogliamo farlo e lo faremo. Ma siccome tra il dire e il fare c'è di mezzo la Stazione Centrale, era necessario trovare una molla che non ci permettesse di rimandare all'infinito. La molla, nella fattispecie, è questa: Marti doveva partire con noi per Jena (Turingia, Deutschland), alla fine dell'anno, e poi è rimasta a casa con 39 di febbre.
Ora: è riuscita a farsi rimborsare il biglietto Milano-Monaco, ma ha conservato il biglietto Torino-Milano, che scadrà alla fine di febbraio. Benebenebene. Prima della scadenza vedremo di saltare su un treno e sbarcare nella città più città che ci sia.

Non so perché, ma non ho mai amato Milano. Non che la conoscessi, beninteso. Passavo, da piccola, solo per andare a Malpensa con i miei genitori. L'unica cosa che vedevo di Milano erano i cartelloni pubblicitari in periferia. Sono sempre stata prevenuta: immaginavo una città fredda, grigia, triste, una sorta di Glasgow spostata qualche migliaio di chilometri più in giù (ho avuto la sfortuna di capitare a Glasgow con mio papà, durante un road trip in Scozia, e so di che parlo). Ad Anna e Gigi, i miei compagni di liceo iscritti rispettivamente alla Statale e alla Bocconi, ripetevo: "Non so come farete, ad andare a vivere in quella città di merda". Dalla maturità in poi, quindi passati i 18 anni, sono capitata più volte alla Stazione Centrale, amando molto quell'enorme tettoia (o come diavolo si chiama) in ferro, talmente bella che la Gare de Lyon je fa 'na pippa. Ma continuavo a immaginare, là fuori, la "città orrenda" per antonomasia. Anche nel mio sbarco in compagnia di Giocagiò, mi aggiravo lanciando occhiate superiori a strade, persone e cose, pensando che la città della moda e del velinismo non potesse avere un'anima. Il tempo era brutto, e Milano mi sembrava bruttissima.

Poi, col tempo, qualcosa è cambiato.
Non so spiegare come, non so spiegare perché, ma la percezione che ho di Milano, ora, è diversa. Sarà stato Gaber. Sarà stato l'immaginare i Navigli. Sarà merito di Lella Costa e della "Daga nel loden". Sarà che il teatro vero lo fai e lo vedi solo a Milano. Sarà che la mia Margaret in "Maledetto il giorno che t'ho incontrato", abita davanti alle Colonne di San Lorenzo. O forse sarà che ci sono i lampioni più belli del mondo, a Milano.

L'altro giorno mi sono avviata di buon passo in una delle mille Feltrinelli di Torino (crescono a grappoli, come i negozi Sephora), e ho scambiato un libro (dono di Natale) che già avevo, con una guidina di Milano, una di quelle fantastiche Cartoville del Touring Club. Io amo collezionare guidine. Sono un'adepta delle Lonely Planet, ma amo anche le Cartoville (ne ho persino una di Torino). Quando punto un posto o una città, per prima cosa compro la Lonely Planet (e la Cartoville a ruota), mi butto a pesce nella lettura, e ne riemergo solo dopo alcuni giorni. Io e Milano, o meglio, io e la Cartoville di Milano, siamo inseparabili, ultimamente. Febbraio è vicinissimo. Anzi, è già domani.

A febbraio finalmente io e Martina andremo a Milano. Sogno già i lampioni, i tram, le vie intricate e così diverse da quelle  di Torino, che ha la pianta a scacchiera. Sogno una nebbiolina lucente e la voce di Gaber che canta "Quando  sarò capace di amare". Sogno la città dell'avanspettacolo, dei Navigli, del teatro fumoso e autentico, della creatività più vera, dell'intelletto e della cultura non urlata. Sogno Milano, la Milano che adesso vedo sotto una luce nuova e diversa, e spero che possa perdonarmi.

Ora ho capito che sei bella, sai?





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giovedì, 10 gennaio 2008

Allora

Propositi per l'anno nuovo.
O cose che vorrei, in quest'anno nuovo.

- Un taccuino per annotare certi pensieri volanti.
- Comprare un'agenda e usarla, soprattutto. Anche se per la Smemoranda sono troppo vecchia e la Moleskine mi fa un po' tristezza, sinceramente. Ma poi dove li attacchi i biglietti del cinema?
- Vedere la mostra su Oriana Fallaci, che ho perso nel periodo milanese.
- Leggere "Un uomo" di Oriana Fallaci.
- Imparare di nuovo a memoria la mia poesia preferita ai tempi del liceo.
- Riscoprire Fellini.
- Darmi una mossa con l'università e smettere di fare la sfaticata evanescente. (Tu sai che per fare questo, tesoro, devi smettere di sognare Roma e l'Accademia).
- Non smettere di sognare Roma e il bene che le voglio, e l'Accademia.
- Concretizzare.
- Dimenticare serenamente.
- Continuare a fare pulizia davanti al mio portone (vedi Gramellini e quel proverbio svedese che cita ad ogni piè sospinto).
- Tornare a Milano con Marti.
- Passare più tempo nella casa al mare.
- Andare finalmente a Lucca con la Famigliotta (Sergio, Monica, Daniele and his mythic almost wife).
- Scrivere sempre.
- Risparmiare.
- Guidare molto e cantare durante.
- Riuscissi ad avere di nuovo le mani belle dei miei diciott'anni, e non queste, che sembrano appartenere ad una sguattera rivombrosiana (ché, da quando te ne andasti, di tormentar unghie, invero, non ho smesso più).
- Per suonare non è ancora tempo, ma un giorno lo farò.
- Tornare a Roma presto, perché è da luglio che non cammino per le tue vie, Sogno dei miei sogni.
- Smettere di provare una fitta e di voler piangere quando sento nominare la parola "Cinema".
- Concretizzare la mia storia partitica.
- Smettere, smettere, smettere di fare l'evanescente.
- I libri non ti abbandonano mai e io da un po' leggo sempre troppo poco.
- Vedere la mostra su Vivienne Westwood.
- Fare per tre giorni le turiste a Torino, con Ciapa, Ljuba e Maranà.
- Portare Ciapa a Genova e focacciadireccarci al Belvedere di Montaldo.
- Mettere lo smalto rosso quando sono felice.
- Godermi le amicizie splendide.
- Scattare più foto.
- Entrare nella Sinagoga di Torino. Io ti amo, Sinagoga di Torino.
- Sarebbe bello andare a Parigi.
- Proibirmi le paranoie ed evitare di star male per delle cazzate.
- Leggere finalmente la biografia della mia adorata, adorata Vladimir Luxuria.
- Abbandonare la mia grafia da scimmia decenne.
- Vedere fino alla fine un film francese senza desiderare una morte violenta e subitanea.
- Inquadrare la mia vita sui binari che merita.
- Smettere di battibeccare con la cara madre su futuro et similia (e magari su qualunque altra cosa).
- Trascorrere più tempo con il caro papà.
- Chiamare mia zia.
- Continuare così. E poi vedrete, altroché!
- Eliminare lati bui, o farne a meno.
- Sognare un po' meno.
- Non smettere di sognare.
- Mantenere i propositi per l'anno nuovo.

P.S. E chissà se aveva ragione, il Capitano.
Editato da: Pellys. And the clock said 01:46 | link | commenti (10)
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