Mago Merlino consiglia:
Leggi Massimo Carlotto.
Ascolta i Cure e gli Stones
Tira coriandoli.
Bevi caffè.

martedì, 25 agosto 2009

Come una prima volta niente mai

Tra le molte cose che ci si trova ad affrontare in una vita, ce n'è una particolarmente pregnante, drammatica ed esaltante: le prime volte.
Bisognerebbe avere l'accortezza di dirlo a chi si appresta a venire al mondo: "Caro, nasci. Nasci pure. A tratti sarà fantastico, a tratti una merda, ma sappi che ci sarà una cosa con cui, più che con tua madre o col tuo commercialista, dovrai fare i conti: le prime volte".

Di prima volta solitamente se ne intende una soltanto, ma se fosse davvero così sarebbe una passeggiata.
Le prime volte sono acquattate dietro ogni angolo, nascoste dentro ad ogni portone che ci capiterà di aprire, spiazzanti, perfide, a volte meravigliose.

Nascere, per esempio, è già di suo una prima volta, anche se sicuramente l'unicità dell'evento non lo lascerebbe presupporre. Però tu nasci ed è la prima volta in assoluto che sei qui, sulla terra, in mezzo a tutti, accanto ai tuoi genitori, a tua madre che piange e a tuo padre che quasi per certo sarà svenuto per rubarle la scena. E' la prima volta che ci sei. Sei tu, proprio tu, tutto intero e, pensa un po', non sai nemmeno di esser tu, in quel momento. Per avere una personalità ci sarà tempo. Molti non ne trovano una nemmeno da adulti. E tu sei lì, piccolo, strillone, si spera carino. Passeranno gli anni e, più andrai avanti, più forse vorrai tornare a quell'istante iniziale, al tuo parto, al tuo arrivare, al tuo strillare, e ricominciare tutto daccapo. Vorrai resettare tutti gli errori che credi di aver fatto, vorrai azzerare le attese inutili, cancellare le strade sbagliate, ma non si può. Qui tutto inizia e qui tutto un po' finisce, perché non avrai un'altra occasione. Giocatela bene, nanetto.

Ci sarà, poi, la prima volta in cui parlerai. Quasi sicuramente dirai "Mamma", non credere che sarai originale. Sembra una cosa da niente ma non lo è, perché da qui in avanti dirai molte parole, un'infinità di parole, ogni giorno, a chiunque. Parlando potrai imparare, e poi viaggiare, e cavarti d'impiccio, conquistare fanciulle, ammansire il capoufficio, rinnovare le promozioni della Vodafone, litigare molto, fare pace, lasciarti fraintendere. Le parole possono essere una cosa fantastica, ma poi  si tramutano quasi sempre in boomerang. Anche qui dovresti valutare bene il da farsi. Forse fingerti muto. Auguri.

La prima volta in cui siederai ad un banco di scuola, ah! Malinconia. Nulla è più bello che veder piovere mentre tu sei a scuola. Ti senti protetto, scolastico, autunnale. E' una bella sensazione. Il tema in classe ogni lunedì, il Maestro Umberto (era il mio, del tuo non so dirti), il succo di frutta, l'astuccio, Italiano Storia e Geografia. Le medie non saranno granché, forse la terza. E poi il liceo, oh, il liceo. Quanto amerai il liceo, se sarai fortunato. Questo, più di tutti, è il momento da cui ogni tanto sentirai di voler ripartire, se solo potessi. E' qui che te la giochi come non mai. Gli amici, le scelte di campo, l'innamoramento. L'idea di avere il futuro che si srotola davanti a te come un tappeto volante infinito, che ti porterà dove vorrai e ti schiuderà un domani a tua immagine e somiglianza. Tutto questo ti mancherà, un giorno.

La prima volta in cui capirai che cos'è l'amicizia.
Sarà bellissimo, fidati. Sarà una cosa come non mai. So che non puoi avere presente la nuova pubblicità della Barilla con la voce di Mina, ma, anche se è solo una pubblicità, e anche se chi scrive precisa di non essere una fan di Mina, quello che dice è la verità: "Gli amici sono i fratelli che ti scegli. Mappe che sanno raccontare dove vai. Alcuni vanno, altri restano. Con loro in comune hai tutto, o quanto basta. Intorno a te formano un'altra famiglia". Chi scrive precisa di commuoversi spesso, un po' per tutto, anche per la pubblicità dell'Otto per Mille. Ma quella degli amici fratelli e mappe è una cosa così vera che ti lascerà spiazzato, appena la scoprirai.

La prima volta in cui t'innamorerai di qualcuno.
La cosa meno chiara in assoluto, perché tu potrai sentirti innamorato pazzo a quattordici anni e poi a diciassette scoprire che a quattordici eri un cretino che pensava di essersi innamorato ma in realtà non ne sapeva niente, perché l'amore, ah l'amore!, è quello che provi adesso, sì, indubbiamente. E poi no, perché dopo un po' ricapiterà, e allora eri innamorato veramente della prima o della seconda persona? O di quella dopo? O di quella che hai visto sull'autobus ed è stato solo un momento ma avrebbe potuto essere un colpo di fulmine? Chissà. Non lo saprai mai. Dicono, però, che quando ti innamori davvero, ma di quel davvero che più davvero non si può (e pare succeda una volta sola), senti una specie di groppo in gola che potrebbe anche essere un tir ingoiato tutto intero, una cosa da non ci mangio non ci dormo tocco le stelle sto per fare goal alla finale dei mondiali di calcio. E ancora un chiaro senso di appartenenza, una voce inequivocabile che esulta,: "E' lui, e lui! / E' lei, è lei!", una freccia luminosa che indica l'individuo in questione, le campane che suonano a festa.
Un tantino complicato, vero? Dev'essere anche imbarazzante. Tutto quel casino, intendo. Per non parlare della freccia luminosa.

E... U-uh! La prima volta. Nel senso di prima volta.
Oddio, è chiaro, la prima volta che si fa paradiso, come dicevano sulla Smemoranda.  -Perché dicevano così, tra parentesi?- Comunque, te lo dico subito, io provo un certo imbarazzo a scrivere fare elle apostrofo amore. Non ce la faccio. Nemmeno a dirlo. Ognuno ha le sue fisse. Dirlo lo posso dire, ma proprio così in una conversazione normale, ecco, no. Aiuto. E c'è gente che invece dice questo genere di cose con molta nonchalance, come se niente fosse. Anche la parola con la O, per esempio. Non è che tu parli del più e del meno, magari anche di certe cose ma un po' in codice, e poi te ne esci con la parola con la O, magari a cena con le amiche. Io credo che si debba portare un intimo rispetto alle parole intime,  e che il fatto che non sia tutto pronunciabile come una bazzecola qualunque sia un bene. Ci sono cose più tue di altre ed è giusto ricordarselo. Se usi anche quelle parole come se fossi al bar a fare bisboccia, la poesia finisce e non comincia mai.
Comunque, dicevo, la prima volta che si fa elle apostrofo amore viene considerata più o meno a ragione uno spartiacque. Prima eri lì, dopo sei là. Ora tu essere giovine donna e non più ragazzetta, e tua illibatezza noi adesso la dichiarare a tutta città con lenzuolo steso fuori da finestra. Quasi sempre bisognava sgozzare un capretto. Per fortuna al giorno d'oggi ci si è evoluti, forse qualcuno addirittura un po' troppo. Rimane il fatto che quella prima volta lì sia per certi versi la prima volta più mitica. E si sa che per noi giovini pulzelle sono più dolori che ardori, ma chi se ne importa. Ci si deve passare attraverso e poi la vita ha un po' più inizio di quanto non ne avesse prima. Per non dire che sarà anche e sempre una fonte di aneddoti. La mia amica X, per esempio, fece per la prima volta elle apostrofo amore in un sacco a pelo (e fin qui...), in una chiesa sconsacrata. Avevamo sedici anni, il weekend successivo me lo raccontò nel bagno di un cinema (le donne vanno in bagno insieme essenzialmente per spettegolare), e io risi fino alle lacrime. Quando poi aggiunse: "Però sai cosa? Non è che sia stata così contenta. Il giorno dopo mi mancava la mia verginità" credetti di strozzarmici, dalle risate.
Valuta bene la cosa. E non importa quanta strada farai con quella persona, ma assicurati almeno di amarla, e che di saltare per arrivare dall'altra parte con lui / lei ne valga la pena.

Il tuo primo lavoro. Il primo lavoro vero, a tempo indeterminato, magari anche il lavoro per cui hai studiato. Io non ci sono ancora arrivata e non so se ci arriverò, essenzialmente perché mi auguro di fare un mestiere che non chiamerei lavoro. Vorrei scrivere, ma chissà quel che mi capiterà. Penso in ogni caso che tu debba seguire, inseguire, perseguire la via che ti porti verso la più completa realizzazione, e che tu debba cercare di fare un lavoro che ti renda contento. Sentirsi adulti, sentirsi responsabili. Avere uno scopo. Cercalo sempre, uno scopo. E' quella la cosa che ti fa andare avanti con la consapevolezza che non stai buttando via il tuo tempo.

La prima volta (si spera assolutamente l'unica) in cui ti sposerai. E' una scelta importante, sai? E' la prima volta in cui fai una scelta assoluta. Oggi non va più nemmeno di moda. Se sei un maschio non ho molto da dire, non so come ci si sposi da maschi. Non so nemmeno come ci si sposi da femmine, però almeno posso provare a ipotizzare. Il fatto è che noi donne ci pensiamo fin da piccole. Con chi non lo sappiamo, ma come, di solito, lo sappiamo benissimo. Non dev'essere male, sposarsi. E' un momento topico, topicissimo. Avanzi verso l'altare, guardi chi ti aspetta e ti auguri di amarlo molto e davvero e per tutta la vita, e soprattutto che lui faccia lo stesso con te, perché in genere siamo sempre un filo più sicuri dei nostri sentimenti piuttosto che di quelli degli altri. E comunque avanzi, nel tuo vestito bianco -anche se si spera sia solo un bianco metaforico, di grazia- e lo osservi. Pensi a cose, a situazioni, a un futuro prossimo e a un futuro più futuro. Forse ti domandi se avrà mai il coraggio  e la maturità necessaria per chiederti "Facciamo un bambino?", o se sarà invece uno di quei villani che ti mettono incinta senza chiedertelo. Perché solo allora ti sentiresti veramente scelta. Molto più che chiedere la mano è chiedere una pancia. E il mettere incinta è una cosa retrograda, una cosa che sa poco di condivisione e molto di maschilismo. La magia sei tu donna, tu che fai esplodere la vita in quella che per tanto tempo è stata solo una pancia e poi diventa un'altra cosa, perché le donne potranno non credere ai miracoli, ma li sanno fare.
Se tu, quel tu a cui sto parlando, sei maschio, fai il favore: chiediglielo. Non dico subito.  Fai in modo di sentirti pronto (magari prima che muoia Biscardi, ché lui, si sa, le cuoia non le tirerà mai), e chiedilo, a quella ragazza in abito bianco che sta avanzando verso di te. Se poi non vi state sposando e avete solo scelto di dividere vita e bollette, chiediglielo comunque. Si sentirà unica, si sentirà una donna du du du, si sentirà mitica. In quanto donna, in quanto creatura speciale, capace di amore e di magia ancestrale, se lo merita.

Ci saranno poi tutta un'altra serie di prime volte, forse meno importanti, ma più quotidiane e sicuramente speciali, a modo loro. Il primo film al cinema (e si spera vivamente che tu il cinema possa amarlo, perché sarà una ragione in più per dire che la vita è bella), il primo concerto, la prima stella cadente (io, per esempio, non ne ho mai vista una), il primo viaggio con le amiche / gli amici, il primo bacio che quasi sicuramente arriverà in estate, chissà perché. La prima preoccupazione seria, probabilmente l'esame di maturità. Il primo addio a qualcuno che se ne va e a cui hai voluto bene. La prima cosa che ti farà sentire fiero di te stesso fino in fondo. La prima notte in una nuova città. Il primo caffè nella tua casa nuova. La prima volta in cui prenderai coraggio e ti butterai (sperando di farcela, prima o poi, e parlo per me). La tua prima torta, la prima fuga, la prima sigaretta. Ci saranno molte prime volte, per tutto, e spero che tu abbia il tempo di abituarti all'idea. Alcune saranno meno belle di altre, magari addirittura drammatiche. Ma per ogni prima volta brutta, ce ne saranno sempre almeno tre che ricorderai felice. Credo che ne valga la pena. Fammi sapere.



P.S. E che chi vuole racconti le sue prime volte, di qualunque tipo di prime volte si tratti.
 
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lunedì, 20 aprile 2009

Perdiamoci di vista

E' il 24 luglio 2007.
Nella mia vita, di lì a poco, arriverà S., ma io ancora non lo so.
Molte cose stanno per cambiare, e molte stanno per succedere.
Io però non ci penso: oggi è il 24 luglio 2007.

Sono a Roma, da sola, di nascosto.
Sono venuta a Roma in segreto e lo sanno solo poche amiche.
Me ne sto su Ponte Fabricio, guardo il fiume.
Domani tenterò l'esame d'ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Non andrà bene.
Il 5 settembre scoprirò che non è andata, che hanno preso otto ragazzi e otto ragazze, e tra le otto ragazze io non ci sono. Controllerò le graduatorie sul sito internet, e continuerò a premere il tasto sinistro del mouse sulla freccia che va giù anche quando la pagina sarà finita, in cerca del mio nome. Continuerò per un minuto, forse di più. E più che piangere, credo.
Scoprirò di non avercela fatta, cercherò chi c'era quel giorno insieme a me,  provando a ricordare i nomi, chiedendomi se qualcuno avesse deciso di tentare anche all'Accademia, o altrove, e avesse quindi un'altra possibilità.

Domani, dicevo, tenterò l'esame d'ammissione al CSC, avrò davanti a me in commissione Giancarlo Giannini, mi tremeranno le gambe, farò il monologo della portinaia e reciterò una poesia di Pascoli. Poi uscirò, tornerò in centro e vagherò senza meta, pranzerò alle 4 del pomeriggio, calpesterò sampietrini roventi con le mie scarpe leggere, ascolterò molte volte Into the groove della Madonna anni '80 nell'mp3.

Di quella che fu sicuramente una delle più drammatiche, esaltanti, meravigliose giornate della mia vita, parlerò magari un'altra volta. Lo farò, perché quella giornata merita di essere raccontata.

Ma non adesso. Oggi è il 24 luglio 2007, il giorno prima, e io me ne sto su Ponte Fabricio.
Ho scelto questo posto perché amo arrivare fino a qui passando da Trastevere, e mi piace l'Isola Tiberina.
Mi piace vedere la cupola della Sinagoga dall'altra parte del fiume; guardo la cupola e piango un po', sempre, ma con discrezione, senza farmi vedere.
Due lacrime che mi salgono su dalle viscere, e poi basta, discrezione.
Oggi mi sono fermata, sono su Ponte Fabricio e non sto proseguendo.
Dovrei fare un passo, poi un altro, un altro ancora, attraversare la strada, andare nel Ghetto.
E' facile, fallo.
Invece sono lì, guardo il fiume.

Sto osservando il Ponte Rotto, sono assorta.
Non ci ho mai fatto questo gran caso, prima d'ora.
Un troncone di ponte romano rimasto lì dopo un'alluvione. L'ho anche studiato, naturalmente. En passant, a dire la verità. Il Ponte Rotto, costruito ponte nel terzo secolo avanti Cristo, sbattuto giù e divenuto un ponte rotto nel sedicesimo dopo Cristo.

Passavo su Ponte Fabricio, mi sono fermata, lo guardo fisso.
"Quindi è questo un ponte rotto", dico tra me e me.
Rompere un ponte. Che cosa significa?
Rompere i ponti. Come si fa?
E' che cos'è un ponte rotto? E' un ponte che non porta più da nessuna parte.
Avevo bisogno di saperlo. Di vederlo chiaramente, solidamente, davanti a me.

E' il 24 luglio 2007, e sono ormai tre mesi che non vedo più Z., che non parlo più con lei, che non so più niente della sua vita, di quello che fa, pensa, dice.
Abbiamo rotto i ponti, tre mesi fa.

Z. è stata una delle amiche fondamentali della mia vita.
Era una delle poche a sapere che oggi sarei stata qui, e ora non saprà mai se domani ce la farò.
E' strano pensare che non ci vedremo più, che non farà più parte della mia vita. E' strano pensare che a tutto quello che abbiamo vissuto insieme non seguirà mai nient'altro.
E' strano pensare che non terremo fede alle promesse, né a quella per il compimento dei nostri trent'anni, fatta quando ne avevamo diciassette, né a quella per la nostra vecchiaia, fatta a quindici (ci eravamo dette che da vecchine saremmo tornate a pranzare al Don C., in Costa Azzurra, dove mi ero fatta portare da mio papà, nel ferragosto di quinta ginnasio, per farle una sorpresa).
E' strano pensare che non conoscerà mai mio figlio, che non vedrà mai la mia casa.
E nemmeno io vedrò niente. Non saprò più niente.

La mia prima compagna di banco, conosciuta di vista sin dalle elementari e poi incontrata al liceo.
Quella con cui studiavo quasi tutti i pomeriggi, che sapeva tutto di me.
Come ho potuto?
Come ha potuto?
Come possiamo dividerci così, noi due?
Io sono davvero la parte peggiore di me stessa?
E lei è davvero così lontana da tutto quello che conoscevo?

Ecco che cos'è un ponte rotto, è questo.
Non porta più da nessuna parte. E noi non andiamo più da nessuna parte.
Io sono qui, incagliata, schiantata, e tu insieme a me.
Ognuna nel suo fiume, o forse nello stesso, ma lontane, separate, con un vuoto in mezzo così grande che se ci penso mi si apre una voragine dentro e cado giù.

Cado giù dentro me stessa, incapace di capire se è normale, una cosa così.
E' normale che un'amicizia finisca? Può finire? E' lecito?
Sono ferma su Ponte Fabricio, persa nel mio 24 luglio 2007, e penso di no, penso che non sia possibile, che io non sono normale, se a noi è successa una cosa così.
Un amore può finire, si sa. Ma un'amicizia no.
Può scemare, andare a morire lentamente.
Ci si può perdere di vista.
Ma decidere di perdersi di vista è una cosa diversa.

Tagliamo i ponti, chiudiamola qui, io non sto più bene insieme a te, perdiamoci di vista.
Ti ho voluto bene, ma perdiamoci di vista.
Con te, che non sei un'amica qualunque, con te, che non sei una persona come tutte le altre, non può scemare niente, e niente può andare a morire.
Siamo talmente concatenate, che solo decidendo di recidere i fili che ci tengono unite capiremo che è vero.

Sul Ponte Fabricio, guardando il Ponte Rotto, penso a quello che è stato il nostro ponte.
Il tempo intanto scorre e lo lambisce, e magari un giorno dimenticherò quanto e come sto male adesso.
Potrò dimenticare questo senso di vuoto terribile, la sensazione di essere schiantata, completamente schiantata?

Penso alle correnti, al fatto che insieme a Z. ho perso e deciso di perdere anche E., nostra compagna e sua coinquilina non appena si è iniziata l'università.
Era inevitabile. Ma noi tre, noi tre... Noi tre eravamo molte cose. Eravamo il banco condiviso, l’autobus per tornare a casa, i battibecchi, le risate, le scommesse, i dodici giorni vissuti a Berlino dopo la maturità. Noi tre eravamo Simba, Timon e Pumba (e chi facevo io? Il cinghiale, naturalmente. Avevamo anche un'altra versione che s'ispirava ad Aladdin, e qui io ero il Genio della lampada infiammabile e chiacchierone, Z. la scimmietta magra di Aladino, ed E. il Tappeto Volante. La versione Re Leone era comunque stata quella di maggior successo).

Nella mia visione, suddividendo vita e sentimenti in uno schema poetico, potrei dire che l'amicizia, l'amore e la famiglia sono rispettivamente la base, l'altezza, la profondità.
La profondità ti dice chi sei, fa riecheggiare le tue radici e la storia della tua persona dentro di te, sta sotto, al buio, al caldo, è inestirpabile, in qualunque caso.
L'amore ti innalza, ti porta su, perché quando siamo innamorati siamo il mondo, e lo sorvoliamo.
Ma l'amicizia è la base. Ed è grazie alla base che puoi stare in piedi. Senza base non si va avanti, senza base non è vita. Senza base a me non interessa sorvolare un bel niente.

Avevo allora e ho adesso amiche insostituibili, preziosissime, vitali.
Ma, come dice una delle più importanti: "Se ne manca anche una sola, in quel momento è come se mancassero tutte. Sei sola anche se non lo sei, perché hai un pezzo in meno".

In quel 24 luglio 2007 sono sul ponte e penso che non so come farò ad andare avanti, che un modo lo troverò, ma che ho paura di domani, perché quando l'esame sarà finito non avrò più niente da aspettare e potrò solo essere triste; magari sarò per sempre triste.

Sono passati quasi due anni da quel giorno, e due anni esatti da quando, tre mesi prima, vidi per l'ultima volta Z.
Non è stato così. Non è stato come pensavo quel giorno su Ponte Fabricio.
Io, che per molti mesi mi sono vergognata all'idea che una delle amicizie più importanti della mia vita fosse finita, all'idea della lite e della decisione di perdersi di vista, io che mi vergognavo perché pensavo che non fosse normale, e che le amicizie dovessero andare avanti per sempre, mi sono rialzata in piedi non molto presto, ma comunque prima di quanto pensassi.

Ho capito che, qualunque cosa succeda, non è il caso di vergognarsi, che si va avanti, che la vita ti sorprende quando meno te lo aspetti, e che, se anche c'è un posto vuoto,  con una buona base si ha sempre il modo di ripartire.
Ho capito che la base si può addirittura allargare.
Nessuno, però, prende il posto di nessuno.
Chi arriva può essere meraviglioso, e diventare un amico più grande di chi se n'è andato.

Ma chi se n'è andato, in qualche modo, rimane lì.
Roma ha altri ponti, tutti belli, tutti solidi, tutti affidabili.
Ma il Ponte Rotto rimane lì. Non se ne va via con la corrente, resta fermo, non si dimentica.

Z. ed E., a voi che non  leggerete mai queste righe (e che peraltro nemmeno sapete che, un mese dopo quel 24 luglio 2007, ho creato questo blog color fucsia) io adesso scrivo ugualmente,  per dire a voce alta che non ho dimenticato.
So che tu E., se sapessi che scrivo, saresti fiera di me. Certe tue lodi sommesse e inaspettate hanno dato i loro frutti, vedremo ciò che ne sarà.
E Z., io ti sogno, a volte.
E nel sogno so che non siamo più amiche, eppure è come se firmassimo una breve tregua, tu mi parli e mi racconti, e lo stesso faccio io con te.
Roma ha i suoi ponti, ma in un modo o nell'altro, ci sei sempre anche tu.

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venerdì, 09 gennaio 2009

Londoner

In prima media, mia zia, appassionata di pittori fiamminghi, mi regalò un taccuino con un quadro di Vermeer in copertina.
Io, non avendo ancora sviluppato una passione fiamminga, non sapevo che farmene di codesto taccuino, così lo utilizzai per cimentarmi nel mio nascente hobby: scrivere poesiole.
Riempivo pagine e paginette con cazzate di varia natura, cielo nuvole e fiammiferi alla Kurt Cobain.
Tra tutti gli argomenti, però, primeggiava Londra.
Londra, perché io l'amavo di un amore grande e ardente, pur non avendola mai vista.
Ero convinta che fosse la mia città d'elezione, e che lì avrei dovuto vivere, una volta sciolte le catene e gli obblighi imposti dalla mia giovane età.
 
Dato che i miei discorsi erano un susseguirsi di Londra qui e Londra là, mio padre pensò bene, l'estate successiva, di portarmici in vacanza.
Nel luglio 1998, pertanto, a dodici anni e mezzo, atterrai per la prima volta su suolo britannico, andando in visibilio.
Il giorno seguente dimenticai la macchina fotografica in una cabina telefonica, e, quando, pochi minuti dopo, tornai indietro con mio padre alle calcagna, non c'era più.
Rimediai facendomi comprare una macchinetta usa e getta, che utilizzai esclusivamente per scattare una sciagurata serie di foto al Madame Tussaud's.
Amai molto i Kensington Gardens, a poche centinaia di metri dal nostro albergo,  dove ogni sera si andava a fare un giretto, disquisendo su papere e scoiattoli (padre) e gettando occhiate sgomente e compassionevoli alla residenza di Lady D (la sottoscritta).
Assistemmo, nella hall dell'albergo, alla partita dei Mondiali tra Francia e Italia: vinse la Francia, e non fui contenta.
Le mie lacrime però erano state spese tutte qualche tempo addietro, quando aveva perso l'Inghilterra: ricordo Sol Campbell furente, David Beckham a testa bassa, Micheal Owen sciolto in pianto, e io dietro a ruota.
Come ho già detto, Londra era la mia città, e di conseguenza l'Inghilterra la mia Nazione, nazionale compresa.
 
A Londra, dopo quella prima visita, tornai altre volte, sempre volendole bene.
Negli anni, però, l'amore folle che provavo nei suoi confronti, quell'inspiegabile senso di appartenenza dei miei dodici anni, la sensazione che fosse la mia città e tutto il resto, andarono scemando.
Il taccuino con il Vermeer in copertina è da qualche parte, nella mia scrivania.
Non m'interessano più né Lady D, né la nazionale inglese.
 
Da qualche tempo, tuttavia, Londra è tornata a fare capolino in una serie di discorsi e pensieri.
 
C'è Martina, figlia di amici di famiglia, che ha la mia età e vive a Londra da due anni, fa la ballerina.
Vive in una casa con altre otto persone, perché lì in una settimana si paga d'affitto quello che a Torino si paga in un mese.
Appena arrivata a Londra la detestava, si trovava malissimo, voleva tornare a casa.
Ora lei e quella pioggia perenne, lei e quella nebbia sottile hanno iniziato a capirsi e, forse, persino ad amarsi.
 
C'è Luigi, mio compagno di liceo, che dopo una triennale in Bocconi se n'è andato a Oxford, che non è Londra, però insomma, fa sempre il suo effetto, diamine.
 
C'è l'Osservatore Silenzioso (critico prediletto dalla blogger qui scrivente), che dopo la maturità andò a  stare a Londra per tre mesi, autoimponendosi una prova d'iniziazione all'età adulta.
Dopo qualche giorno d'incertezza in cui "non si guadagnava ancora niente, ma si spendeva e basta", trovò lavoro in un ristorante italiano, chiamato come un compositore e un aperitivo, che "di italiano aveva solo il nome, perché il cibo, beh, lasciamo perdere", dove era forse l'unico cameriere etero, ambito da colleghe, colleghi, e trentenni assatanate.
Viveva in una specie di camera rotante, dove sapeva di avere un letto, ma non sapeva di volta in volta chi avrebbe trovato come compagno di stanza.
Per un certo periodo pensò di rimandare il ritorno, ma poi  lasciò stare, perché l'inizio dell'università incombeva, e lui aveva delle responsabilità.
Di quei mesi a Londra porta con sè alcune considerazioni sulle reti sociali nelle città cosmopolite ("a Londra la solitudine del singolo individuo agisce da motore sociale"), l'amicizia con un ragazzo che girò con lui l'Inghilterra, e soprattutto il commiato della boss russa del ristorante, che ogni sera, quando lui smetteva il grembiule e finiva il turno di lavoro, lo salutava dicendo "Bài amore, si iù tumorro".
 
Londra mi manca, ultimamente.
Mi manca la città in sè, e mi mancano quei sogni che avevo, e che la riguardavano.
Vedevo me stessa in un appartamento, vedevo me stessa tornare a casa la sera da un lavoro in cui avrei scritto e ticchettato sui tasti di un computer (un bel lavoro, non un lavoro abbrutente), vedevo me stessa leggere, e guardare film, e bere latte col cioccolato.
Vedevo me stessa sola, o almeno sola per un periodo.
 
Mi riesce difficile pensare a qualcosa che non sia la casa romana, piccola gialla e piena di libri, che vorrei adesso.
Mi riesce difficile pensare a una me lontana da qui, dalla Città dei Sette Assedi, dove i miei sogni esistono ma sono avvolti dal torpore e dall'attesa di non so mai bene che cosa.
Mi riesce difficile credere che potrei starmene sola veramente, lontana dalla famiglia e soprattutto dalle amiche -per me forse l'unica risorsa irrinunciabile-, potendole sentire solo per lettera, via mail, al telefono.
 
Starei là.
Poi tornerei.
 
So che la verità dentro di me somiglia a quella casa a Londra, al godere della solitudine e della compagnia di me stessa, al lavare via i miei egoismi ascoltando per una volta solo la mia voce.
Credo che per riconoscerci, per non dare fastidio a noi stessi, per credere di poter essere davvero le persone che vogliamo, le persone che desideriamo far conoscere a chi ci ama e a tutti gli altri, un periodo di solitudine possa essere una cosa preziosa.
Andarsene, stare soli, pensare e capire di essere fortunati perché si ha qualcosa da cui si vuole tornare, e  poi tornare.
 
Ora che inizia un anno nuovo, lascio qui scritte alcune promesse (e non propositi, giacché i propositi si fanno a se stessi, mentre le promesse si fanno a qualcuno).
 
- Prometto a Ciaki che sarò più serena, e che presto mi vedrà di nuovo ridere, più spesso di quanto ho fatto ultimamente.
 
- Prometto all'O.S. che presto arriverà la seconda puntata delle Cronache dall'Olimpo, perché io non ho smesso di seguire i suoi consigli. So che i treni non sono facili da prendere insieme, e che non sempre se ne ha voglia. Ma so che in un qualche modo molto strano, molto sfuggente e molto suo, anche lui, in fondo, in fondo, se si guarda bene in fondo, un po' è affezionato a me. So di non essermi sbagliata, e so che ho ragione. O che un giorno, perlomeno, avrò ragione.
 
- Prometto a Giocagiò che le sarò più vicina, e che, anche se lei sa che latitante non significa  assente, latiterò di meno, perché le voglio bene.
 
- Prometto alla mia Surela che non ci perderemo mai più di vista, perché lei è l'unica persona  al mondo con cui sento di avere un legame di sangue anche se sorelle non lo siamo veramente.
 
- Prometto a M. di avere più cura per Mamo e meno per le torte, come lei giustamente mi ricorda di fare. Le prometto anche che saprò essere migliore di così, perché io non ho ancora finito di volerle bene, né ho intenzione di finire, mai. E poi lei lo sa, che dire che la penso sarebbe un controsenso, perché lei è sempre qui, con me, e mi parla e mi dice la sua anche quando non c'è.
 
- Prometto a Mamo che un giorno o l'altro sceglierò nuovi modi per arrivare.
 
- Prometto a me stessa di darmi una mossa.
 
- Prometto a me stessa di tornare a Londra, prima o poi.
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giovedì, 13 novembre 2008

Accidia e cadute d'amore

Sono indolente, accidiosa, piena di manie.
Non scrivo da giorni, perché ho sì cose da scrivere, ma son solo bazzecole.

Potrei dividere le notizie e gli accadimenti in punti chiari, in un pratico elenco, così da arrivare a scrivere un umile post senza dovermi più sentire in colpa perché trascuro anche il blog. 

Potrei dire che sono tornata dalla mia gaudente pettineuse per farmi tagliare il solito caschetto standard, ma lei l'ha tagliato very short, con mio grande disappunto.
Ora sembro un incrocio tra una tazzina da caffè rovesciata e Giovanna D'Arco ai tempi bui.
Potrei girare il remake di Amélie Poulain, se solo avessi la frangia: ne sarei onorata, ma continuerei a pensare di avere un taglio di capelli di merda.

Potrei dire che nel weekend appena passato ho guidato  molto, e a lungo, la Micra Bionda di mia madre, trovando già inserito nel lettore un cd degli Abba, senza avere la forza nè la voglia di toglierlo.
Alla fine del weekend ho inquietantemente scoperto di aver assorbito per osmosi tutte le canzoni, e ora mi piacciono gli Abba.

Potrei dire che una mia compagna di liceo partorirà un bambino chiamato Pietro tra meno di una settimana, e  che la cosa mi emoziona e mi sciocca.
Vorrei vederla con la pancia, ma non ne ho ancora avuto l'occasione e credo a questo punto che la vedrò quando la pancia non ci sarà più, e ci sarà già lui.
Ripenso ai giorni di scuola, al sabato pomeriggio, a quel Capodanno di prima liceo (classico, quindi terza superiore per i commoners) in cui siamo usciti tutti in strada e abbiamo corso a pinguino, con i pantaloni calati, gridando "Auguri!"
Ripenso al soprannome che le ho dato in seconda, perché lei somiglia davvero alla Caterina di De Gregori.
Tra poco sarà madre, e la vita farà una svolta.
Lei prenderà il volante, farà una curva a gomito da cui non si può tornare indietro, e dall'altra parte ci sarà Pietro.
Un po' la invidio, perché la mia vita è un rettilineo pacifico, a tratti divertente, ma pur sempre adolescenziale.
Compirò 23 anni il 23 novembre, e ancora non posso definirmi adulta.
So che probabilmente anch'io un giorno svolterò la mia curva a gomito, e dietro mi aspetterà un bambino chiamato Carlo, di cui posso già vedere gli occhi lunghi e scuri.
Non adesso, questo non lo vorrei.
Ma pensare a lei, alla pancia, a Pietro e alla curva, mi emoziona e mi sciocca.

Potrei dire che sto bevendo troppo tè, e che, finito l'infuso al miele e limone, mi accontento di quello alla pesca.

Potrei dire che non so se mi sia successo com'è successo a Claudia, che ascoltando una canzone molto trash dei Gipsy Kings da Tower Records a Londra ha alzato lo sguardo, l'ha visto e ha pensato: Merda, è lui e non c'è via di scampo.
So che per certi versi è tutto molto sciocco, ma so anche che per il precedente non avevo mai pensato nulla di simile, perché credevo più alle speranze che alla realtà, e in fondo l'avevo capito subito.
Adesso invece crederci è semplice, perché non devo fare sforzi.
Niente ha molto senso, in verità, ma ho riconosciuto la sua faccia, e in effetti ho pensato Merda.
E se Merda significa amore, forse vuol dire che ci siamo.
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lunedì, 20 ottobre 2008

Il mio regno per un Tommaso

Il primo giorno d'università, sbarcata a vivere a Torino dalla provincialissima Città dei Sette Assedi, conobbi Tommaso C., alla lezione di Storia Romana.

Di lui sapevo tre cose: era adorabile, aveva gli occhiali, e come me studiava Storia.
Il mio fido compagno di liceo Nicolò, che seguiva con me Storia Romana, l'aveva battezzato Faccia a Mattone, e ancora adesso non ne capisco il perché.
Comunque, a me piaceva molto.

A dire la verità scoprii che si chiamava Tommaso C. solo a fine gennaio, quando alzò la mano all'appello d'esame (prima d'allora mi limitavo a chiamarlo anch'io "Faccia a Mattone").
Ricordo che m'infilai subito nell'aula accanto, accesi il telefonino e chiamai le mie amiche, dicendo giuliva "Ho scoperto come si chiama!!! Si chiama Tommaso C.!"
Avevo diciannove anni e due mesi, ma ero ancora abbastanza cretina.

Tommaso C. seguì poi con me anche Storia Greca, senza che comunque si riuscisse mai ad avere un qualche contatto, anche perché lui se ne stava sempre con un tizio e una tizia, e io ero ostaggio di un altro compagno di corso, D. detto Metallo, con cui ero diventata amica e con cui seguivo le lezioni.

Anche D. detto Metallo, come il mio amico Nicolò, non aveva molta simpatia per Tommaso C., e mi diceva "Ah, io non so come ti possa piacere".
A me però non interessava il suo parere, nè quello di nessun altro.
Tommaso C. mi piaceva da pazzi, punto.

All'inizio del mese di marzo, in modo semi-illegale, io e la mia amica Ciaki scoprimmo una serie di cose: Tommaso C. era di Torino, e abitava di fianco alla Gran Madre (per i non torinesi: la Gran Madre è LA chiesa di Torino, una chiesa mitica, affacciata sul Po e ai piedi della collina), che è un po' come dire che se fosse stato di Roma avrebbe abitato di fianco a Castel Sant'Angelo.
Aveva fatto il liceo classico, era un campione di canottaggio, e aveva gareggiato nella nazionale juniores.
Soprattutto, però, scoprimmo che era nato il 23 marzo.

La cotta per Tommaso C. mi faceva sentire sempre allegra, e quel marzo fu magico: scoprii che il Po, alle nove del mattino, prima della mia lezione di Letteratura Americana, luccicava in modo speciale, e che Torino col cielo terso è una delle visioni più belle che si possano avere nella vita.
A Palazzo Nuovo (nome gergale del palazzo delle facoltà umanistiche) c'era l'occupazione studentesca, e anche se da matricola spaurita quale ero non partecipavo, ricordo il clima divertito e molle, e soprattutto il terribile odore di cipolla che dall'atrio saliva fino al primo piano, dove io, proprio all'ora di pranzo, seguivo Civiltà Greca.

Alle nove della sera del 22 marzo, vigilia del compleanno di Tommaso C., me ne stavo in camera  meditabonda, mentre la mia amica Meri studiava una dispensa di biologia.
"Meri, domani è il compleanno di Tommaso"
"Uh, già, cavolo"
"Che cosa potrei fare?"
"Che cosa vorresti fare?
"Vorrei compiere un gesto un po' folle, un po' inutile, un po' romantico. Un po' da Amélie".

Lasciai Meri allo studio delle cellule, e andai dalla mia amica Martina, che guardava la tv.
"Marti, domani è il compleanno di Tommaso"
"Ah, è vero!"
"Vorrei compiere un gesto un po' folle, un po' inutile, un po' romantico. Un po' da Amélie".
"Che meraviglia! Per esempio?"
"Per esempio domani è mercoledì. Io seguo Critica Dantesca in aula 1, dalle otto alle dieci del mattino"
"Eh"
"E lui segue Letteratura Spagnola nella stessa aula, dalle dieci a mezzogiorno!"
"Ah!"
"Palazzo Nuovo è occupato. Quindi in teoria si potrebbe entrare anche adesso, anche se sono le nove e mezza!"
"Fantastico! Io ti accompagno!!!"

Così partimmo, io e Martina, senza sapere che quel momento avrebbe sancito in maniera indissolubile l'inizio della nostra amicizia.
Prendemmo il bus 61, scendemmo in via Po, e dopo poco varcammo la soglia di Palazzo Nuovo, occupato e infatti ancora aperto.

Silenzio.
"Dove saranno tutti?"
Erano nell'aula 2, a vedere un film coreano.
"Meno male che non sono in aula 1!"

Entrammo nell'aula 1, illuminata e deserta.

L'aula 1 aveva trecento posti, e lavagne gigantesche.
Quello che stavo per fare l'avrebbero visto seicento persone entro mezzogiorno, e tuttavia non era un atto coraggioso, poiché forse sarebbe stato più logico presentarsi.
Siccome però non avevo intenzione di presentarmi spontaneamente a Tommaso C. nè il mattino successivo nè mai, quella notte presi un gesso e andai alla lavagna.

(Ci sono due fotografie a testimonianza del racconto che seguirà, ma rimarranno ostaggio del mio archivio).

Arrivai sotto la lavagna gigante e mi misi in postazione.
Presi il gesso e iniziai a scrivere, in alto a destra, la data del giorno dopo: 23 marzo 2005.
Poi, al centro della lavagna, in caratteri enormi, calcati e ripassati, scrissi "AUGURI TOMMASO!".

Feci un balzo e corsi in cima alle scale, per guardare la lavagna dall'alto: la scritta si vedeva perfettamente.
Temendo che il professore potesse cancellare i miei auguri, o sciverci accanto, prendemmo tutti i gessi e il cancellino, e li buttammo in un cestino della spazzatura vicino all'aula.
In ogni caso, il mattino dopo sarei stata a lezione in quella stessa aula due ore prima di Tommaso, dalle otto alle dieci, e avrei potuto monitorare la situazione.

"Che meraviglia, è una cosa fantastica!" disse Martina.
"Mamma mia, chissà che faccia farà!!! Io dopo Critica Dantesca me ne vado, non voglio rimanere alla sua lezione! Se rimango mi becca, sa bene che non seguo Letteratura Spagnola... Però Nicolò segue la sua stessa lezione, potrei chiedergli di guardare e riferirmi! Sì sì, farò così!" dissi io.

E feci così.
Spiegai la cosa a Nicolò, che sentenziò: "Oddio, davvero? Che cagata!",  ma acconsentì a monitorare il tutto al posto mio.
Scrissi sms a un buon numero di amici dicendo "Ragazzi, non sapete che cosa ho fatto! Appena ci vediamo vi racconto!"
Andai a dormire emozionatissima.

Il giorno dopo, Tommaso C. non era a lezione.
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mercoledì, 11 giugno 2008

Cinque anni di ritardo

Da una settimana sento che un sorriso vecchio di cinque anni mi si allarga dentro, come una pozzanghera in festa che non so fermare.
Da una settimana ho chiesto perdono.
Da una settimana ho parlato con G.
 
G è stata per molto tempo la fidanzata del mio amico D.
Un amico tanto importante da farmi spendere una notte in bianco in un corridoio d'albergo ad Atene, a parlare fino all'alba.
Talmente importante da farmi cambiare prospettiva e un certo modo di ragionare.
Talmente importante da farmi bere tè tutti i pomeriggi di primavera, e farmi cucinare (io, cucinare?), e farmi assistere a strimpellamenti  di chitarra.
Talmente importante da farmi costruire braccialetti di carta, e piangere molto.

Io e D passavamo insieme tutto il nostro tempo.
D era nella classe accanto alla mia, e per mesi non facemmo altro che scriverci lunghe lettere su fogli di quaderno strappati. Lettere scritte durante le lezioni e consegnate al cambio d'ora con mosse furtive. Lettere scritte a casa, la sera, e scambiate il mattino successivo.

Con D ricordo il primo concerto in una città lontana, e l'unica marinatura di scuola che io abbia mai fatto.
Io e D avevamo le nostre frasi, con cui riempivamo pagine e pagine.
Io e D si rideva per niente, e si andava in bici, e si stava fino a notte fonda a parlare.
D conosceva i miei amori e tormenti, e io conoscevo i suoi.
Quando pioveva D, se era solo in casa, apriva le finestre e suonava il clarinetto, perché "Jazz significa far ballare le proprie emozioni a tempo con la pioggia".
D mi regalò una latta nera di tè Twinings avvolta in una cartina geografica, e tre cassette di De Gregori registrate in una notte e in un pomeriggio. Mi fece scoprire Kundera e Queneau.
Io gli regalai una gomma a forma di scimmia, e l'unico libro di Roald Dahl che non aveva letto da bambino.
Un giorno scrisse un pezzo alla chitarra, ispirato da un discorso fatto al parco, prima che io partissi per il mare. Una sera poi me lo fece sentire, anche se non mi disse mai che cosa significava, e io ero spacciata, perché non mi ricordavo più di che cosa avessimo parlato.

Poi D si fidanzò con G, che era bella e delicata, e più piccola di noi di due anni.
G amava l'arte, l'India e la filosofia.
Io pensavo che G mi avrebbe portato via per sempre D.
Pensavo che avrebbe fatto sparire la chitarra e i fogli di quaderno e i nostri braccialetti e il tè del pomeriggio.
Pensavo a De Gregori, e a quello ch'era stato.
D, l'amico che viveva accanto alla Sinagoga.
D, con cui si bighellonava per vecchie contrade, prima di sistemarsi poi sempre sulla stessa panchina.
Il D della spremuta d'arancia, seduti al primo tavolino a destra della saletta piccola del Bar Bruno, davanti al municipio.

G l'ho detestata per sbaglio, senza capire che non mi avrebbe portato via niente, e che avrei dovuto permetterle di entrare nella nostra vita, e lasciare che si prendesse D, stando certa che quel neo sulla sua guancia destra, ch'era mio e che avevo battezzato Pier, ecco, quello me l'avrebbe lasciato.
Dovevo credere in lei, e credere in D, e credere in me e nella nostra amicizia.

Sono stata io a portare D via da me stessa e da tutto quello che si poteva definire con la parola noi.

G e D si sono lasciati ad agosto.

Mercoledì scorso, nel turbinare di una cena fatta in una cascina sperduta e fascinosa, dove da anni si ritrova il gruppo di teatro del nostro liceo, io e G ci siamo parlate come non era mai successo.
Io e G, che in questi anni avevamo fatto finta di niente e parlato del più e del meno, io e G che non avevamo rancore, ma solo sguardi di sottecchi, abbiamo iniziato a parlare davvero.

Mi ha detto che le avevo fatto mangiare molta merda.
Proprio così, molta merda. Ed è la verità.
Se fai quinta ginnasio e la migliore amica del tuo grande amore ti detesta, e tu lo capisci, e lui te lo conferma, che cos'è la vita, se non una gran merda?
Io, davanti alla parola merda, così chiara e così allarmante, non ce l'ho fatta, e ho vuotato il sacco.

G devi sapere che D mi manca ogni giorno della mia vita. Certi giorni di meno, certi altri di più, ma comunque sempre un po'.
Se non ci fosse stato D io sarei diversa, non so se peggiore o migliore, ma diversa.
So che non cambierei con nient'altro i nostri momenti sottobraccio in certi pomeriggi di fine primavera, mentre mi accompagnava all'autobus e ci voltavamo per vedere il suo scorcio preferito, tra una casa rosa e la biblioteca.

G devi sapere che quando ho capito di averti fatto mangiare molta merda -e l'ho capito anni fa, ben prima di stasera, credimi- mi si è spalancata dentro una voragine che non mi ha lasciata più.
Avrei voluto tornare indietro, ma come potevo?
Non potevo.

E così che ho fatto?
Ho coltivato la sceneggiatura del mio primo film, perché, come forse hai capito, sono una sciocca e coltivo molti sogni.
Quella storia io l'ho immaginata tutta ascoltando i Cure mentre sfrecciavo in bicicletta per certe strade di campagna, in molti giorni di qualche estate fa. E quella storia l'ho modellata pensando a due sorelle.
Per la prima attrice non ho ancora idee. La seconda è Gabriela Belisario, che secondo me somiglia a te.

Dall'estate del 2006 ha vissuto dentro la mia testa una sceneggiatura inventata per un film che chissà se si farà mai, e cucita addosso ad un'attrice che ha i tuoi occhi e la tua faccia.
Ci ho messo lei per chiederti perdono.

Non te l'avrei mai detto, e mai avrei pensato di averne l'occasione. La settimana scorsa, invece, l'ho fatto.
Ti ho chiesto scusa, perché da cinque anni sentivo profondamente di doverlo fare.
E poi -davvero non so come mi sia saltato fuori- ti ho detto del film.

"Io ho pensato al mio film, e alla mia attrice, e quell'attrice l'ho vista in un film di Carlo Virzì con Laura Morante, e per me è stata la chiave di volta. Sei tu. Sei tu nel mio film, ed era il mio sciocco modo per chiederti scusa. In una sceneggiatura, in un sogno che forse avrà tutte le porte sbattute in faccia, ma è pur sempre il sogno della mia vita, io ci ho infilato te, per dirti, da lontano e senza che tu lo sapessi, che volevo il tuo perdono".

Quando si è alzata mi è parso, per un brevissimo istante, che fosse scossa, quasi commossa.
Ha preso un golfino, se l'è messo sulle spalle e poi si è voltata, mi ha sorriso.
Ne sono stata felice, in maniera profonda.

Dopo cinque anni, una cretina, che di anni ne aveva diciassette, si è scrollata di dosso la polvere delle antiche contrade.
Non sa se ha smesso di sentire la mancanza dell'amico D, che ogni tanto le scrive mentre ascolta De Gregori e le dice "Mi sei balzata in mente Alice, come stai? Il mio neo che è tuo ti saluta".
Non sa se le fa ancora male il fatto che quando incrocia per caso l'amico D si ritrova a pensare sgomenta che non hanno più nulla da dirsi. Forse è giusto così.

Quel che è successo con G mi ha regalato, dopo molti anni, un sollievo insperato, una felicità cristallina.

Mi piacerebbe però credere che a lui manchi un piccolo pezzo di sè, e che quel pezzo sia rimasto con me. Sarebbe bello pensare che, in qualche angolo nascosto della sua persona, ci sia ancora posto per quella gomma a forma di scimmia, e per tutte le lettere, e per l'ora del tramonto passata a guardare la biblioteca.

Pensare che lui mi pensi, questo mi farebbe contenta. Certo non spesso, ma una volta ogni tanto, così, magari quando De Gregori dice "Se ci fosse la luna si potrebbe cantare", che era una delle nostre frasi, ed è quel pezzo che si è voltato a cantarmi un giorno, quando già non ci parlavamo più.

E' stato un attimo, c'era molta gente intorno, la canzone ha curvato su quella frase, tu ti sei voltato, mi hai guardato e hai detto in silenzio, solo in labiale:
Se ci fosse la luna si potrebbe cantare.

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domenica, 01 giugno 2008

Sempre e per sempre compagni di banco

Alessandro era il mio compagno di banco al liceo.
Lentamente abbiamo costruito un'amicizia solida, un bene profondo.

Con la fine del liceo e l'inizio dell'università non è stato semplice vedersi, ritagliarsi degli spazi, ma ogni volta che ci si riusciva era una cosa bella, preziosa.
Ora è più di un anno che non vedo e non sento Alessandro.
Tutto questo non ha a che fare con noi, ma semplicemente non è capitato, per colpa di alcune mie sciocche paure.
La paura è quella di dover raccontare ad una persona per me così importante alcuni accadimenti poco piacevoli. I ponti che ho tagliato con una mia vecchissima e carissima amica, nostra compagna di classe, non sono cosa di cui vado fiera. Me ne vergogno, sento di aver fallito, sento che non è normale che un'amicizia possa finire: eppure è successo. Proprio per il valore che attribuisco all'amicizia, questa fine per me è stato un lutto.
Anche se non tornerei mai indietro, anche se vivo meglio adesso, per molto tempo questa scelta mi ha fatto sentire una persona completamente sbagliata.
Questo non è un diario o una propaggine di me, e ci sono cose che non è facile raccontare, ma sono la necessaria premessa a quel che ho da dire.
Quando io e Amiciziafinita abbiamo deciso, non senza dolore, di tagliare i fili che ci univano fin dalla quarta ginnasio, non ne ho parlato quasi con nessuno, finché qualcuno non l'ha capito, o scoperto, e allora sono dovuta uscire dal mio guscio, dalla bolla di sapone. Sentendomi sbagliatissima ho spiegato le motivazioni. Sentendo di aver fallito, ho spiegato questo fallimento.
C'è stato un periodo in cui temevo di incontrare una qualunque persona e di sentirmi domandare: "Allora, come sta Amicizia?" e di dover rispondere "Non è più Amicizia, da un po' è Amiciziafinita".
Con chi mi era accanto è stato più facile, perché mi era, appunto, accanto. Le spiegazioni sono state brevi, l'abituarsi una veloce evoluzione. Con altre persone, invece, non c'è stato modo di parlarne.
Io penso che sia normale che un amore finisca, ma che non sia normale che finisca un'amicizia. Non so che cosa succeda al mondo, ma so quel che è successo nella mia bolla di sapone, e so come mi sono sentita. Per questo avevo il terrore di dare spiegazioni: perché non mi pareva una cosa logica, mi sembrava una cosa aberrante.

Poi, un giorno, per caso, mi è piovuta addosso una frase, tratta da un libro che non ho nemmeno letto. Viene da Caos Calmo, di Sandro Veronesi, e dice più o meno che il mondo pensa a noi molto meno di quanto crediamo. E' la verità, e mi ha sollevata.
Forse una scelta che nella bolla di sapone sembra scioccante, per il mondo non è poi così terribile.
O forse il mondo se ne frega, e questa è una cosa confortante.
Io non temo il giudizio degli altri tanto quanto temo il mio. Mi giudico molto, forse anche per i motivi sbagliati.

E così Alessandro, il mio compagno di banco, non l'ho più cercato. Ho svicolato con qualche scusa alle sue richieste di vederci, anche se volevo vederlo. Pensare di dover raccontare tutto, dal principio, ad una persona che non vedevo da un po', ma a cui tengo molto, mi terrorizzava, chissà poi perché.

Capita però che una ragazza, che abita vicino a me a Torino, sia la fidanzata del coinquilino di Alessandro.
Per un anno è stata il tramite dei nostri saluti, io presa a svicolare, lui forse a chiedersi perché, o forse a non farci più caso.
Finché, l'altra sera, ferme sul pianerottolo per un saluto veloce, mi ha detto: "Stasera vado da Paolo, ti saluto Sandro?". Ho risposto con il solito "Sì, grazie mille", sentendo un vuoto che non saprei spiegare. Poco prima che uscisse ho bussato alla sua porta e le ho chiesto se potesse farmi da postino. Al suo "Sì, certo", le ho dato un bigliettino che diceva così:
"Ciao Sandro, mi manchi tanterrimo. Appena avrò sistemato un paio di cose, vorrei tanto vederti".
Quella sera aspettavo un sms, una cosa qualunque, ma non è arrivato niente.

Il giorno dopo, qualcuno ha bussato alla mia porta. Era lei, e mi ha detto così: "Gli ho dato il tuo biglietto. L'ha messo di ottimo umore, è stato contento per tutta la sera".
Prima di andarsene, mi ha porto un piccolo foglio ripiegato in quattro parti.
"Cara Franci, manchi troppo anche a me. Sperando di rivederti presto, fatti sentire appena puoi. Sandro".

Di ottimo umore anch'io, e senza smettere di sorridere per una buona mezz'ora, ho capito che un compagno di banco continua a stare dalla tua parte anche  quando un banco non lo si divide più.
E ho capito anche che le bolle di sapone possono proteggerti per un po', ma poi vanno fatte scoppiare, e in qualche modo bisogna riprendersi il proprio coraggio.
Tanto il mondo, di noi, se ne fa un baffo. E questo è davvero un bene.

POST SCRIPTUM.
Buon compleanno ancora, collega Principe di Galles.
Il quarto di secolo raggiunto ieri è traguardo importante, e il Suo futuro sarà scintillante.
Come già ebbi modo di dirLe, se non ci crede ci credo io per Lei.

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mercoledì, 28 maggio 2008

L'ombrello è un placido paracadute

Degli accadimenti di questi ultimi giorni non so che dire, se non che è stato tutto molto bello.
La mia amica Ciaki compiva 23 anni mentre i Subsonica festeggiavano il decennale dall'uscita del primo omonimo album, molto emozionati, in una Piazza Vittorio gremita e piovosa.
E, in quella stessa piazza, dopo una cena dall'altra parte del fiume e un salto nella vineria piena di lucine che sta in un'altra piazza più piccola sotto la casa dei miei sogni, ho incontrato e abbracciato Daniele, mio amico fraterno e parte della mia famiglia marittima, ed Erica, la sua straordinaria fidanzata, per festeggiare i loro cinque anni insieme.

Cinque anni fa, nei corridoi del Politecnico, il compagno Lopez presentava Erica e Daniele.
Come spesso accade, fu lei a scegliere lui, da lontano, senza esser vista.
Ma quando il Fato, mosso dal sopracitato compagno Lopez, li fece incontrare nell'intervallo tra l'ora di fisica e l'ora di una qualche altra materia spaccameningi, dei due fu Daniele a non capire più nulla. Se gli avessero chiesto, nel weekend successivo a quel giorno, che faccia avesse Erica, lui non avrebbe saputo rispondere. Troppo timido per alzare lo sguardo, si ricordava solo il suo profumo, e questo bastò: narra la leggenda che in quei giorni, prima di rivederla a lezione, lo sentisse dovunque. Per strada, a casa, al campo di calcio, in tram, la domanda che il suo fedele amico F. Romano si sentiva rivolegere era sempre la stessa:
"Ma lo senti anche tu questo profumo?"
E l'altro: "Ma che cacchio dici".
Così per giorni. Finché si rividero, e lui la guardò in viso, e allora davvero non capì più nulla, ma finalmente per una buona ragione.
Seguirono un primo appuntamento alla Fiera del Libro, giorni passati a saltare le lezioni e fuggire al parco del Valentino, e attese alla stazione Dora, luogo di misteri e pericoli.
Al Valentino una dichiarazione in piena regola, perché Daniele è un uomo d'altri tempi e d'alto rango morale. Alla stazione Dora un bacio dato in fretta, prima che il treno fuggisse verso la valle di Ognissanti, perché Erica è una principessa guerriera, modi spicci, bellezza fiera e cervello fino.
Al compagno Lopez, che non conosco, dico grazie per esser stato il Fato di questa nostra storia piccola e bella. Nostra perché se non ci fossero loro, loro in coppia, anch'io sarei diversa. Non avrei davanti agli occhi un esempio perfetto di amore riuscito. Non saprei che si può ridere in quel modo. Non potrei continuare a ripetermi che non esiste coppia migliore, o miglior duo comico. Cane e gatto, ma anche comunella perpetua, e risate soffici, complicità vera, tenerezze non esibite e discrete. Non avrei Erica, diventata in questi anni una delle mie amiche più care.
Grazie compagno Lopez.
Grazie Principessa guerriera, modi spicci, bellezza fiera e cervello fino: grazie per essere arrivata nelle nostre vite. La famiglia marittima ti aspettava da tanto tempo, e conoscerti è stato molto meglio che immaginarti semplicemente.

Anni prima, nel settembre del 1999, conoscevo Ciaki, che in verità si chiama AnnaSara, anche se io per qualche giorno avrei erroneamente memorizzato un MariaSara. Chiarito l'equivoco diventammo amiche, tra Smemorande, intervalli, versioni di greco e assemblee d'istituto.
Quando compì 18 anni le regalammo una chitarra.
Due anni dopo sarebbe iniziata l'università, e la nostra vita insieme, la nostra piccola famiglia: Meri, Ciaki, Ljuba e Francesca.
Quell'AnnaSara, chiamata Ciaia fin da piccola, e poi trasformata dalla sottoscritta (che adora storpiare i nomi altrui) in Ciaki, Ciakilandia, Ciakilopoulos, Ciapalausen, Ciambala, eccetera eccetera, sarebbe diventata molto più di un'amica, per me.
Dico grazie alla donna che sa corrugare un sopracciglio e arricciare il naso con aria interrogativa, ma anche muovere entrambe le sopracciglia a tempo di musica. Grazie alla zia di sette nipotini più un altro in arrivo. Grazie alla signorina bon ton che sogna un abito da sposa color glicine e un uomo che le porti le viole del pensiero. Grazie all'agguerrita tifosa che sbraita in Curva Maratona e dice "Cuore Toro, Juve Merda" e sogna che l'uomo delle viole sia disposto a immolarsi per il Toro, a tifare urlando e perdendo la voce ogni weekend, a seguire la squadra in trasferta con la scusa di una minifuga romantica. Grazie all'unica persona che io conosca che sa il nome scientifico del mughetto. Grazie a te, e al rito delle marmellatine mattutine, grazie per le vacanze di chiacchiere senza fine e riposo senza tempo. Grazie per le nostre liste di cose da fare, per gli esperimenti culinari, le trofie al pesto e i tortini al cioccolato.
Grazie per i tuoi sogni e per la musica. Ce la farai. Tieni duro. Rompi le palle a chi ti può aiutare. Non mollare.

Sono stati giorni belli.
La coda sotto la pioggia, in macchina, con Martina. Non una comune coda in corso Massimo D'Azeglio, ma un'ulteriore scusa per parlare un altro po', per confidarmi ancora e come sempre sentirmi capita. Sul Monte dei Cappuccini alle due di notte, e prima nella vineria magica sotto la casetta illuminata che un giorno sarà mia. La stessa casetta che VeraMatta sbircia con occhi vispi, mentre dico "Ecco vedi, sarebbero quelle due finestre lassù, con i gerani e le persiane azzurre", per poi rispondere "Guarda, hai lasciato le luci accese". Grazie per quelle luci accese, e per i nostri sottintesi.
Grazie a mio nonno, che non sta molto bene ma continua a chiamare mia nonna Brigitte Bardot.
Tu lo sai, nonno, che adesso non è proprio il momento, vero? Noi non saremo mai pronti, ma adesso sarebbe veramente troppo presto. Io non ci voglio nemmeno pensare, non fare scherzi.

E poi, ieri sera, lo spettacolo teatrale del liceo, del mio vecchio liceo. Rivedere il professore di greco del ginnasio, il nostro mito allora e il nostro mito oggi, e poterlo salutare con un abbraccio e la fierezza di qualche anno in più, continuando a chiamarlo Prof.
E' qui che tutto ha avuto inizio.
Non smetterai mai di mancarmi, Liceo. E se in questo presente capita che a volte io non mi trovi più, e mi senta un po' persa, e mi chiami senza avere una risposta, forse è perché c'è un pezzetto di me che ancora cammina per quei corridoi, e non ha alcuna intenzione di farsi trovare.

E oggi Ljuba e la sua allegria, e lo studio del russo che procede e quest'estate la porterà a Mosca, lontana da noi, da Piazza Vittorio, dalla Capitale del Marchesato e da tutti i nostri posti. Ma, per fortuna, solo per un po'. E Ciaki, e i tuoi regali verdi, che sanno proprio di te.

Torino oggi hai piovuto un altro po', ma io ho smesso di piovere.

Torino, sei così bella, in ogni momento.

Torino, ad ogni angolo una sorpresa.
E' stato bello incontrarti per caso, Osservatore Silenzioso.
Tu dall'alto di un autobus, io in un viale alberato sospeso tra la pioggia appena passata e il sole spuntato da chissà dove.
E' sempre bello incontrarti, ma oggi di più.
E farti ciao con la mano, e provare a parlarsi da un capo all'altro del finestrino.
L'inaspettato è gioia.


sabato, 05 aprile 2008

Accipicchia, un meme!

Qualcuno sa dirmi che cosa sia un meme? Immagino una specie di catena tra blogger, giusto?
Orbene: ricevo, onorata, questo meme da Viadellaviola -bacio le mani- e mi appresto a copia-incollare qui di seguito le istruzioni sull'affaire:

a) Mettere il link della persona che ti ha nominato
b) Mettere il regolamento del gioco sul proprio blog
c) Indicare 6 abitudini o particolarità, non importanti
d) Nominare 6 persone e mettere il link al loro blog
e) Avvisare queste 6 persone
E ora proviamoci, a portare a termine questo meme!
Prometto solennemente di dire la verità, e financo di svelare particolari imbarazzanti.

1) Attendo con ansia e guardo beata qualunque sceneggiato con Virna Lisi: da "Il bello delle donne" a "Caterina e le sue figlie", passando per "A casa di Anna". Durante la visione è assolutamente d'obbligo una tazza di latte e cioccolato, con un po' di miele.

2) Rubo, in qualunque bar ne sia fornito, mazzetti di bustine di miele. Ne faccio scorta in previsione degli sceneggiati con Virna Lisi, e delle conseguenti tazze di latte e cioccolato.

3) Al liceo avevo una serie di frasi cult col mio compagno di classe e amico Alessandro. Una di queste prevedeva lo scambio di battute che segue:
Io: "Io dormo a pancia in giù solitamente. Tu Ale?"
Lui: "Sì sì sì, Venezia è bella, ma non so se ci vivrei".
E giù a ridere. Beata gioventù.

4) Ho una vera e propria venerazione per la focaccia di Recco, ma anche per la farinata.

5) Rileggo una volta all'anno tre libri per me fondamentali: il mio preferito alle elementari (Vacanze all'isola dei gabbiani di Astrid Lindgren), il mio preferito alle medie (Il mistero del metrò di Catherine Storr), e il mio preferito al liceo e -credo- finché vivrò (Lessico famigliare di Natalia Ginzburg).

6) Quando un film mi interessa veramente (tutti i film mi interessano, ma alcuni più di altri) io sento di doverli andare a vedere da sola. Così scanso gentilmente le amiche e me ne vo' per i fatti miei, in uno dei piccoli cinema di cui è disseminato il centro di Torino. Questo succede quando ci sono storie o registi che sento particolarmente miei, e che voglio vivere privatamente. Di solito piango per tutta la durata del film, anche se non fa piangere. Di solito sento una specie di scossa che mi alza dal sedile e mi fa tremare un po', perché il cinema per me è la cosa più importante al mondo. Stasera era la volta di Paolo Virzì, perché con i suoi film sono cresciuta, e ricordo ancora certi pomeriggi a Genova, nella casa dei nonni, passati col mio zio preferito a vedere Ovosodo mangiando pinoli.


E ora passo la palla a: Veramatta, Mammaepoi, Nina, Falloppio, Giapatoi, Cinas
Buon divertimento, miei prodi!
Editato da: Pellys. And the clock said 00:26 | link | commenti (13)
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lunedì, 31 marzo 2008

Amanda fino ai titoli di coda

Nella primavera del 2003 avevo 17 anni e mezzo e il cuore spezzato (come già scrissi tempo addietro).
Passavo le ore di lezione, in quella fine di maggio, a scoppiare a piangere leggendo stralci di canzoni di Guccini.
I miei compagni di banco, che erano due ragazzi, tentavano di sedare la cosa come potevano: Nicolò mi passava sottobanco i fazzoletti e Alessandro mi faceva pat pat sulla spalla dicendo “Dai, sù”.
In tre, cercavamo di far passare la cosa inosservata. Poi però, un po’ perché non eravamo così bravi, e un po’ perché le compagne della fila davanti si giravano e prendevano parte alla pantomima consolatoria, se ne accorgeva la professoressa (e succedeva sempre durante le ore di filosofia, chissà perché) che, allarmata, mi chiedeva “Ma Francesca, che cosa succede? E’ la terza volta questa settimana…”
Alché, biascicando un timido “Scusi, è che sono preoccupata per la verifica di domani”, chiedevo di poter andare in bagno.
Non facevo più i compiti, nemmeno d’inglese, materia in cui avevo 10 in pagella sin dalla quarta ginnasio, e che quell’anno precipitò ad un 8.
 
Nell’estate del 2003 avevo 17 anni e mezzo e un tot, e il cuore sempre spezzato.
Passai quei mesi a scrivere e ricevere lettere con aloni di lacrime, a guardare una luna che si faceva sempre più arancione, ad ascoltare canzoni di un tizio che si chiamava Pacifico, ad andare in bicicletta con un drappello di amiche e a chiudermi in casa il più possibile, finché mio padre, a tradimento, mi portò in Grecia.
 
Nell’autunno del 2003 avevo 17 anni quasi 18, e il cuore che rompeva ancora un po’ i coglioni.
Mi commuovevo per ogni cosa: guardavo le repliche di Dawson’s Creek bevendo caffè e singhiozzando come un vitello. Guardavo anche Titanic in videocassetta.
 
La sera di Capodanno del 2003 avevo 18 anni un mese e qualche giorno, e al cuore, francamente, cercavo di pensarci il meno possibile, anche se quando ci pensavo non era il massimo.
Festeggiavo in una baita in montagna con i miei compagni di liceo e altra gente.
Ubriachi di un’ubriacatura allegrissima fino alla mezzanotte, dal primo minuto dell’anno nuovo fummo tutti presi in contropiede dalla temibile ciucca triste.
Un amico del fidanzato di una mia amica piangeva e fumava, fumava e piangeva, e intanto mi spiegava il perché dei suoi patimenti.
I miei compagni raccontano che gli presi di mano la sigaretta (una sigaretta? Io?) e feci un tiro con molta nonchalance, per poi sentenziare: “E’ solo una puttana”.
Non si è mai capito di chi stessi parlando.
 
In quell’infausto 2003 discussi più volte con un ragazzo, che chiamerò X (non è quello della sigaretta). X soffriva molto per una ragazza di nome V, e spesso diceva “Io mi ammazzo, adesso mi ammazzo, la faccio proprio finita. Mi faccio prendere sotto da un tram. Accendo il gas e poi sto lì a respirare”.
 
Ora. Per quanto io fossi malconcia (e lo ero, perché guardavo Titanic in videocassetta e singhiozzavo davanti a Dawson’s Creek), me ne uscivo da queste conversazioni sempre piuttosto basìta, e anche un po’ scioccata.
Facendo tesoro delle parole che il mio compagno delle medie Stefano D. usava quando sentiva la sirena di un’ambulanza, mi dicevo: “C’è sempre qualcuno che sta peggio di noi”.
 
Ma soprattutto mi chiedevo: COME SI FA?
A voler schiattare, intendo. Sotto un tram, accendo il gas, io mi ammazzo. Ma ti ammazzi de che?
Questo non significa che io, come la Chiesa, condanni il suicidio e lo consideri peccato, perché penso che la gente abbia il diritto di farsi i fattacci suoi, e se uno si vuole ammazzare, che s’ammazzi e non rompa le palle (come invece fa Alain Delon, che dichiara di volersi far fuori ad ogni cambio di stagione, ma intanto è ancora lì).
 
Ma la cosa ha un senso? Ti vuoi ammazzare.
Ma non vuoi sapere come va a finire? Come va a finire la tua vita, che ne sarà dei tuoi giorni? Non sei curioso di sapere quale sarà la prossima svolta su questo sentiero, e di vedere se anche per te c’è un tesoro in fondo al bosco?
 
Io preferisco avere fiducia. Pensare che la strada non è semplice, ma che si può sempre cambiare andatura o cambiare rotta. Preferisco credere che può non andare bene una volta, ma che la prossima andrà meglio. Preferisco stare a vedere se i miei sogni si realizzeranno, e quali, e quanti, e se saranno belli come li avevo sognati. Perché un giorno Gramellini ha detto che i sogni ti vengono a cercare anche quando tu hai smesso di sognarli, e io di lui mi fido ciecamente.
E poi Gianmaria Testa dice chiaro e tondo che non bisogna smettere di sperare, quando canta che “il vecchio venditore di sorrisi è partito da qualche giorno, non ha lasciato recapiti, non ha gridato Ritorno. Ed anche la neve, sciogliendosi, ha scoperto la strada più nera. Ma i miei occhi ti guardano e dicono: Domani tornerà primavera”.
E soprattutto c’è Amanda, personaggio di quel film bellissimo di Davide Ferrario che s’intitola Dopo mezzanotte, a cui la voce narrante dedica una frase che dice così: “Amanda teme che il suo orizzonte non si schioderà mai da lì. Ma dimentica che le storie non le scrivono i personaggi”.
 
Ecco, secondo me bisogna continuare a percorrere il sentiero nel bosco, se serve ogni tanto sedersi su un masso e consultare la cartina, sapendo però che c’è sempre un amico pronto ad arrivare con la sua bussola, quando la nostra non segna più il nord, e magari a portarci anche un Duplo. E poi bisogna proseguire, e farsi furbi, e pensare che la prossima svolta, cavoli, potrebbe anche essere quella giusta.
Perché le storie non le scrivono i personaggi.
E di leggere il finale ne vale sempre la pena.
 
 
Qualche giorno fa, da lontano, ho rivisto quel ragazzo che voleva finire sotto un tram.
In effetti, come Alain Delon, anche lui è ancora qui.
Lo guardavo camminare dall’altra parte della strada, senza riconoscermi, e intanto pensavo che io non potrei mai dire e credere, come diceva lui, che mi ammazzerò.
Io starò qui fino ai titoli di coda, perché voglio davvero sapere come va a finire.
Anche solo per curiosità, maledizione.
Editato da: Pellys. And the clock said 17:34 | link | commenti (10)
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venerdì, 21 marzo 2008

L'altra famiglia

Tra poche ore un treno mi porterà al mare.
Mare, per me, vuol dire Alassio, posto di felicità.
 
La mia famiglia ha una casa ad Alassio da più di quarant’anni.
Ci siamo andati in vacanza tutti: mia madre e mia zia fin da piccole, io e mio cugino Sputacchio con i nostri genitori e con gli amici di famiglia, poi io con i miei amici, e un giorno, sicuramente, anche Sputacchio con i suoi.
 
Amo far conoscere questo posto così importante alle persone che mi sono care, ma ad Alassio sto benissimo anche da sola.
Partire da sola, in ogni momento, e sapere che quello è il mio posto, e che potrò curare le mie étranges blessures, o anche solo, semplicemente, staccare la spina dal mondo. So che potrò dimenticare ogni cosa, pensando solo a guardare il mare, che mi appartiene da sempre, anche se le mie radici vere, quelle paterne, stanno un po’ più a levante, sotto la Lanterna.
 
Parto da sola, ma poi, di solito, sola non sono mai, perché laggiù ritrovo la Famigliotta.
La Famigliotta è l’altra famiglia, quella ideale, fatta di infanzia vissuta insieme, di ricordi, e di un’intesa saldissima.
La Famigliotta sono i miei amici del mare, anche se questa classificazione non rende giustizia a quello che sono realmente per me.
 
Ad Alassio, le spiagge, gli stabilimenti balneari, sono frequentati dalle stesse famiglie per generazioni. I nostri nonni, i nostri genitori, e poi noi. Noi che ogni estate, per una vita, ci siamo studiati reciprocamente, facendo castelli di sabbia, simulando annegamenti, sfrecciando in rollerblade sul lungo mare, trovandoci semplicemente nello stesso posto.
Poi siamo cresciuti, abbiamo capito che tra noi c’era un rapporto che andava al di là dei castelli di sabbia, ci siamo riconosciuti e scelti, una volta per tutte.
 
Ora che siamo grandi, ogni scusa è buona per vederci, stare insieme, ritrovarci in quella che è la casa vera della famiglia ideale: Alassio. D’estate, a fine settembre, per il ponte di Ognissanti e per Pasqua: quando non importa, basta esserci, lasciare che alle mail e al telefono si sostituiscano gli abbracci e le facce facciose, i discorsi eterni, ma anche il piacere di stare fianco a fianco in silenzio, godendoci ogni attimo della nostra quotidianità condivisa.
 
Alassio, dove ognuno di noi ha una casa: chi nel budello, come Monica e Bepu, chi appena dietro l’Aurelia, come Daniele e Alessandro, chi tra l’Aurelia e il precollina, come me e Luca, e chi direttamente sotto i piedi della collina, come Sergio.
Alassio che ci accoglie e ci vuole bene, ed è stata testimone, in tutti questi anni, della nostra trasformazione in famiglia.
 
Famiglia per me è un luogo dell’anima, dove sentirsi al sicuro, a casa, sempre.
Io ho la mia famiglia, senza la quale non potrei stare. Ma ho anche questa, che è quella che ho scelto, e che risiede idealmente in quel luogo fondamentale che è Alassio.
 
Abbiamo i nostri riti, i posti, le cose che si devono assolutamente fare, le parole che ritornano, un gergo antico e costruito in anni d’amicizia.
Chi, un giorno, si prenderà la sottoscritta, dovrà sapere che mai, per niente al mondo, mi separerò da questo posto e da queste persone, che per me valgono quanto la mia famiglia, anche se questa è più piccola e passa meno tempo insieme. Ma l’ho scelta io.
 
Ci sono io, c’è la mia famiglia, e c’è anche l’altra famiglia, che chiamo Famigliotta ed è fantastica, sgangherata, senza genitori e senza figli. Qui siamo amici, e fratelli, e a volte genitori, perché per esempio Sergio non sbuccia le mele e allora qualcuno deve farlo anche per lui. Questa famiglia fa le serate etiliche in spiaggia, a notte fonda.
In questa famiglia a volte nessuno fa la spesa (leggi: la sottoscritta) e allora, se si decide di dormire insieme in una casa sola, c’è Sergio che si sveglia la mattina e dice: “Per cortesia passiamo un attimo alla Standa, che almeno mi compro un Kinder Bueno”. Ma poi c’è anche Erica, la straordinaria fidanzata di Daniele, con le sue melanzane alla parmigiana, e Monica che si offre di lavare i piatti, e Bepu che vuol fare a metà di una pizza e sulla sua metà farci mettere il gorgonzola e allora io gli dico: “Ma manco pe’ ‘nu cazz”.
Ci sono le gitarelle a Cervo, le partite a tennis di Sergio, Daniele e Luca, che si svegliano all’alba per andare a giocare al campo inglese su in collina. Ci siamo io e Monica che ci raccontiamo storie di tanti anni fa, di quando lei mangiava ciliegie e io avevo i codini e un secchiello fuxia, e le dicevo: “A me non mi piacciono mica le ciliegie!”, e mia madre: “Non si dice a me mi”.
Ci siamo io, Monica ed Erica che parliamo beate, a spiaggia, per strada, a casa, in cucina, in macchina. E ci sono gli altri che ancora si portano dietro le carte Magic anche se hanno ventiquattro anni suonati. E Sergio che diventa “Sergino”, anche se è alto due metri tondi tondi.
C’è la farinata in quel posto lontano con i tavolacci in legno e un poster di Al Bano. Ci sono le mitiche, annuali serate “Signore degli Anelli”, anche se io ogni tanto dimentico gli occhiali e, quando si vede Gandalf vestito di bianco, chiedo: “Chi è che si sposa?”. C’è la focaccia del Fornetto, quello coi tre gradini, che sta davanti al negozio minuscolo dell’edicolante pazzo, e ci sono le serate al Victorian, e in quell’altro postaccio alla fine di Alassio che fa i super mega frappè.
 
C’è la meraviglia di stare di nuovo insieme, anche se per pochi giorni, e di sapere che quello che siamo non si può riassumere nella parola amicizia, che certo è importante, ma non è quella giusta.
Perché noi siamo una famiglia.
E Alassio è la gioia del ritorno.
 
 
P.S. Buona Pasqua.
 
P.P.S. Ad Alassio c’è una splendida biblioteca vista mare, che offre un essenziale servizio internet.
Vedrò di farci qualche capatina per sapere che combina la Regina quassù, da sola al Castello.
Editato da: Pellys. And the clock said 12:22 | link | commenti (8)
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giovedì, 20 marzo 2008

Amiche di salvataggio

"Amiche di salvataggio" è un libro di Alessandra Appiano, che non ho ancora letto, anche se mi riprometto sempre di farlo. Il titolo, però, mi sembra bellissimo. Forse perché ho amiche vere e preziose, e anche loro, come quelle del libro, mi "salvano" molto spesso.

Si dice che un'amica vera si veda nel momento del bisogno, ma io dissento: un'amica vera si vede sempre, perché sa confortarci, ma anche ridere insieme a noi. Un'amica è una finestra spalancata, e non uno specchio della nostra noia.

Molti credono che l'amicizia tra donne sia una chimera, intrisa d'invidia e chissà che altro. Io, invece, per le amiche che ho incontrato lungo la via, posso dire che non è vero, non è vero per niente. Non so che cosa succeda al resto del mondo, ma so quel che succede a me e alla parte di mondo che mi sta vicina, e dico che le amiche sono un regalo e una risorsa immensa. L'invidia femminile è una cosa che non mi appartiene, che non ho mai provato, e anche solo sentirne parlare mi lascia basìta. Esisterà, forse. Ma io sono stata fortunata, perché ho incontrato persone belle, nella mia vita. E penso che le donne possano essere una forza, una forza vera.
E' bello sentirsi parte di qualcosa, sentirsi al sicuro con persone che ci vogliono bene e di cui ci fidiamo. E' bello raccontarsi, e parlare per ore, sezionare eventi, affari di cuore, camminare a braccetto, ridere e bere tè nel frattempo. E' bello anche pensare, quando non si sta insieme, "Meno male che ci sono", e sapere di avere un porto sicuro, che sia per un consiglio, per una risata, o per la scelta di una giacchetta.

Nei miei ventidue anni di vita ho incontrato donne fenomenali, degne di stima, rispetto, fiducia e simpatia. Ho amiche vere a cui non posso rinunciare. Ho avuto grandi amiche che hanno fatto con me solo un pezzo di strada, ma mi rimangono ancora dentro. Alle amiche passate, presenti e future, ma soprattutto alle amiche che mi sono sempre accanto, che non sono una questione di tempo, ma una questione di vita, e che, per la vita, porterò sempre con me, io dico grazie.

Dò molto peso alle parole "amica" e "amico", e non le uso con facilità. Le persone che chiamo amiche, sono anche, allo stesso tempo, le mie più care amiche, perché per me le due cose vanno di pari passo. Le altre persone, a cui voglio bene, che stimo e che posso anche voler conoscere meglio, per poter arrivare un giorno a chiamarle amiche, rimangono "compagna di liceo", "collega", o anche, in alcuni casi, "cara compagna di liceo" e "cara collega".
Le parole per me hanno importanza, senza dubbio. Questo perché voglio dare il giusto valore alle cose, ai rapporti, alle persone.
Una volta che ti chiamo amico non torno indietro, ma per arrivare a tanto ci metto un po' di tempo. Il tempo che serve. So che l'amicizia non si compra, e non può essere costretta, nè forzata, perché l'amicizia SUCCEDE. E, il fatto che sia successa proprio con le amiche che ho lo ritengo un privilegio, perché sono davvero persone di cui andar fieri.

C'è Meri che, quatta quatta, sa essere provvidenziale, come la manna dal cielo. Insieme a me dal ginnasio, conserva ancora quell'ironia splendida che mi ha conquistata. La stessa ironia che ha trovato nel suo ometto ideale: mai furono viste al mondo due persone con lo stesso, spettacolare senso dell'umorismo.

C'è Ciaki, un altro regalo del ginnasio, che come Meri, ancora oggi, è parte fondamentale della mia vita. Amica del ridere e delle emozioni profonde, dei pensieri più recònditi, delle minuzie assolute. Sa quel che penso, quello che provo, e sente le stesse cose insieme a me.

C'è Ljuba, con cui so di poter dare sfogo all'umorismo più noir e malefico, perché lo capisce, e mi capisce, profondamente. E' un'amica che sa essere sempre presente, ed è una persona che stimo davvero. La nostra Ljuba, con cui ci si fanno gli addominali scolpiti a forza di ridere. E la nostra Ljuba che un giorno fuggirà a vedere il deserto insieme all'uomo dagli occhi di velluto, e sarà felice come merita.

C'è Martina, l'amica con cui si parla fino alle tre di notte senza fermarsi, l'amica che ascolta come nessuno, e sa consigliare. L'amica che fuma sul mio balcone, mentre io scrivo al computer, e intanto si continua a parlare. Lei che capisce come sto anche quando faccio finta di niente. Lei che mi rende forte, perché sento che crede in me, come io credo in lei.

C'è Monica, che riesce a farmi sentire al sicuro come nessun altro al mondo. Monica che si commuove e che sa ridere davvero. Monica che, anche da lontano, e anche con un semplice sms, sa capire sempre tutto, e aggiustare ogni piccola ferita. La ricordo a quattro anni, mentre mangiava ciliegie ed era già bellissima. Poi è cresciuta ed è diventata eccezionale.

C'è Giocagiò che condivide le mie stesse passioni, e mi sa sostenere e voler bene con discrezione. Io e questa signorina ci capiamo anche con un batter di ciglio. E i nostri sensi dell'umorismo, il mio e il suo, si sono incontrati e hanno deciso di andare sempre di pari passo, giurandosi eterna fratellanza. Siamo il duo magico, io e Giocagiò.

C'è Sürela, che per me è appunto come una sorella. Figlia della migliore amica di mia mamma, cresciuta insieme a me in anni di vacanze al mare, cene a base di pizza e videocassette di Mary Poppins. Compare di malefatte, di battibecchi e di risate matte. Non dimenticherò mai quel "Non farmi ridere Franci, che mi scappa la pipì". Aveva otto anni, io nove. E naturalmente è finita con una pipì addosso nel bel mezzo del reparto giocattoli di Miroglio. Sürela perché da piccole amavamo aggirarci per Alassio mangiando gelato e fingendo di essere sorelle. Due sorelle norvegesi che si chiamavano l'un l'altra, appunto, "sürela". In norvegese, naturalmente.

E c'è Erica, una sorpresa bella e inaspettata. Fidanzata del mio amico fraterno Daniele, è apparsa nella mia vita portando risate fantastiche e chiacchierate che non finiscono mai, e confidenze vere, perché di lei mi sono fidata subito, a pelle. Erica, bionda, soave e delicata, che poi se ne esce con frasi come "Qui bisogna tirar fuori un po' di coraggio eh! Tirar fuori un po' di tetta!"
"Ma in che senso tetta?"
"Tetta nel senso di coraggio, naturalmente. Nel senso di farsi un po' furbi!"

Eccole qui, le mie amiche. Le mie amiche più care. Capitolo a parte meriterebbero le mie compagne di liceo, le compagne d'università, le colleghe di lavoro. Perché sono stata fortunata, in questa mia vita. E, sempre e comunque, continuerò a ripetermi, e a ripetere, che le donne possono essere una forza. Perché sanno amare, e ridere, e vivere intensamente, e sono acute e intelligenti.

Alle "mie" donne auguro il meglio. Auguro la vita che tutte loro meritano, una vita di sogni realizzati, di ideali mantenuti, di felicità che arriva come una april sweet shower, e di serenità costante.
E mi auguro, per loro, grandi soddisfazioni, il coraggio di scegliere, il poter diventare l'adulto che sognano di essere, il concretizzarsi di quello che adesso speriamo solo a parole e nei nostri desideri.

Mi auguro anche di vederle realizzate in ogni campo. E che abbiano, un giorno, bambini che somiglino loro almeno un po', che abbiano il loro sorriso, o i loro occhi, o una sfumatura del loro carattere. 

Possano incontrare non solo principi azzurri, ma principi scintillanti in technicolor, pronti a capire di aver trovato quel tesoro leggendario che, come raccontano gli antichi, sta ai piedi dell'arcobaleno.

Editato da: Pellys. And the clock said 18:31 | link | commenti (7)
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