E' il 24 luglio 2007.
Nella mia vita, di lì a poco, arriverà S., ma io ancora non lo so.
Molte cose stanno per cambiare, e molte stanno per succedere.
Io però non ci penso: oggi è il 24 luglio 2007.
Sono a Roma, da sola, di nascosto.
Sono venuta a Roma in segreto e lo sanno solo poche amiche.
Me ne sto su Ponte Fabricio, guardo il fiume.
Domani tenterò l'esame d'ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia.
Non andrà bene.
Il 5 settembre scoprirò che non è andata, che hanno preso otto ragazzi e otto ragazze, e tra le otto ragazze io non ci sono. Controllerò le graduatorie sul sito internet, e continuerò a premere il tasto sinistro del mouse sulla freccia che va giù anche quando la pagina sarà finita, in cerca del mio nome. Continuerò per un minuto, forse di più. E più che piangere, credo.
Scoprirò di non avercela fatta, cercherò chi c'era quel giorno insieme a me, provando a ricordare i nomi, chiedendomi se qualcuno avesse deciso di tentare anche all'Accademia, o altrove, e avesse quindi un'altra possibilità.
Domani, dicevo, tenterò l'esame d'ammissione al CSC, avrò davanti a me in commissione Giancarlo Giannini, mi tremeranno le gambe, farò il monologo della portinaia e reciterò una poesia di Pascoli. Poi uscirò, tornerò in centro e vagherò senza meta, pranzerò alle 4 del pomeriggio, calpesterò sampietrini roventi con le mie scarpe leggere, ascolterò molte volte Into the groove della Madonna anni '80 nell'mp3.
Di quella che fu sicuramente una delle più drammatiche, esaltanti, meravigliose giornate della mia vita, parlerò magari un'altra volta. Lo farò, perché quella giornata merita di essere raccontata.
Ma non adesso. Oggi è il 24 luglio 2007, il giorno prima, e io me ne sto su Ponte Fabricio.
Ho scelto questo posto perché amo arrivare fino a qui passando da Trastevere, e mi piace l'Isola Tiberina.
Mi piace vedere la cupola della Sinagoga dall'altra parte del fiume; guardo la cupola e piango un po', sempre, ma con discrezione, senza farmi vedere.
Due lacrime che mi salgono su dalle viscere, e poi basta, discrezione.
Oggi mi sono fermata, sono su Ponte Fabricio e non sto proseguendo.
Dovrei fare un passo, poi un altro, un altro ancora, attraversare la strada, andare nel Ghetto.
E' facile, fallo.
Invece sono lì, guardo il fiume.
Sto osservando il Ponte Rotto, sono assorta.
Non ci ho mai fatto questo gran caso, prima d'ora.
Un troncone di ponte romano rimasto lì dopo un'alluvione. L'ho anche studiato, naturalmente. En passant, a dire la verità. Il Ponte Rotto, costruito ponte nel terzo secolo avanti Cristo, sbattuto giù e divenuto un ponte rotto nel sedicesimo dopo Cristo.
Passavo su Ponte Fabricio, mi sono fermata, lo guardo fisso.
"Quindi è questo un ponte rotto", dico tra me e me.
Rompere un ponte. Che cosa significa?
Rompere i ponti. Come si fa?
E' che cos'è un ponte rotto? E' un ponte che non porta più da nessuna parte.
Avevo bisogno di saperlo. Di vederlo chiaramente, solidamente, davanti a me.
E' il 24 luglio 2007, e sono ormai tre mesi che non vedo più Z., che non parlo più con lei, che non so più niente della sua vita, di quello che fa, pensa, dice.
Abbiamo rotto i ponti, tre mesi fa.
Z. è stata una delle amiche fondamentali della mia vita.
Era una delle poche a sapere che oggi sarei stata qui, e ora non saprà mai se domani ce la farò.
E' strano pensare che non ci vedremo più, che non farà più parte della mia vita. E' strano pensare che a tutto quello che abbiamo vissuto insieme non seguirà mai nient'altro.
E' strano pensare che non terremo fede alle promesse, né a quella per il compimento dei nostri trent'anni, fatta quando ne avevamo diciassette, né a quella per la nostra vecchiaia, fatta a quindici (ci eravamo dette che da vecchine saremmo tornate a pranzare al Don C., in Costa Azzurra, dove mi ero fatta portare da mio papà, nel ferragosto di quinta ginnasio, per farle una sorpresa).
E' strano pensare che non conoscerà mai mio figlio, che non vedrà mai la mia casa.
E nemmeno io vedrò niente. Non saprò più niente.
La mia prima compagna di banco, conosciuta di vista sin dalle elementari e poi incontrata al liceo.
Quella con cui studiavo quasi tutti i pomeriggi, che sapeva tutto di me.
Come ho potuto?
Come ha potuto?
Come possiamo dividerci così, noi due?
Io sono davvero la parte peggiore di me stessa?
E lei è davvero così lontana da tutto quello che conoscevo?
Ecco che cos'è un ponte rotto, è questo.
Non porta più da nessuna parte. E noi non andiamo più da nessuna parte.
Io sono qui, incagliata, schiantata, e tu insieme a me.
Ognuna nel suo fiume, o forse nello stesso, ma lontane, separate, con un vuoto in mezzo così grande che se ci penso mi si apre una voragine dentro e cado giù.
Cado giù dentro me stessa, incapace di capire se è normale, una cosa così.
E' normale che un'amicizia finisca? Può finire? E' lecito?
Sono ferma su Ponte Fabricio, persa nel mio 24 luglio 2007, e penso di no, penso che non sia possibile, che io non sono normale, se a noi è successa una cosa così.
Un amore può finire, si sa. Ma un'amicizia no.
Può scemare, andare a morire lentamente.
Ci si può perdere di vista.
Ma decidere di perdersi di vista è una cosa diversa.
Tagliamo i ponti, chiudiamola qui, io non sto più bene insieme a te, perdiamoci di vista.
Ti ho voluto bene, ma perdiamoci di vista.
Con te, che non sei un'amica qualunque, con te, che non sei una persona come tutte le altre, non può scemare niente, e niente può andare a morire.
Siamo talmente concatenate, che solo decidendo di recidere i fili che ci tengono unite capiremo che è vero.
Sul Ponte Fabricio, guardando il Ponte Rotto, penso a quello che è stato il nostro ponte.
Il tempo intanto scorre e lo lambisce, e magari un giorno dimenticherò quanto e come sto male adesso.
Potrò dimenticare questo senso di vuoto terribile, la sensazione di essere schiantata, completamente schiantata?
Penso alle correnti, al fatto che insieme a Z. ho perso e deciso di perdere anche E., nostra compagna e sua coinquilina non appena si è iniziata l'università.
Era inevitabile. Ma noi tre, noi tre... Noi tre eravamo molte cose. Eravamo il banco condiviso, l’autobus per tornare a casa, i battibecchi, le risate, le scommesse, i dodici giorni vissuti a Berlino dopo la maturità. Noi tre eravamo Simba, Timon e Pumba (e chi facevo io? Il cinghiale, naturalmente. Avevamo anche un'altra versione che s'ispirava ad Aladdin, e qui io ero il Genio della lampada infiammabile e chiacchierone, Z. la scimmietta magra di Aladino, ed E. il Tappeto Volante. La versione Re Leone era comunque stata quella di maggior successo).
Nella mia visione, suddividendo vita e sentimenti in uno schema poetico, potrei dire che l'amicizia, l'amore e la famiglia sono rispettivamente la base, l'altezza, la profondità.
La profondità ti dice chi sei, fa riecheggiare le tue radici e la storia della tua persona dentro di te, sta sotto, al buio, al caldo, è inestirpabile, in qualunque caso.
L'amore ti innalza, ti porta su, perché quando siamo innamorati siamo il mondo, e lo sorvoliamo.
Ma l'amicizia è la base. Ed è grazie alla base che puoi stare in piedi. Senza base non si va avanti, senza base non è vita. Senza base a me non interessa sorvolare un bel niente.
Avevo allora e ho adesso amiche insostituibili, preziosissime, vitali.
Ma, come dice una delle più importanti: "Se ne manca anche una sola, in quel momento è come se mancassero tutte. Sei sola anche se non lo sei, perché hai un pezzo in meno".
In quel 24 luglio 2007 sono sul ponte e penso che non so come farò ad andare avanti, che un modo lo troverò, ma che ho paura di domani, perché quando l'esame sarà finito non avrò più niente da aspettare e potrò solo essere triste; magari sarò per sempre triste.
Sono passati quasi due anni da quel giorno, e due anni esatti da quando, tre mesi prima, vidi per l'ultima volta Z.
Non è stato così. Non è stato come pensavo quel giorno su Ponte Fabricio.
Io, che per molti mesi mi sono vergognata all'idea che una delle amicizie più importanti della mia vita fosse finita, all'idea della lite e della decisione di perdersi di vista, io che mi vergognavo perché pensavo che non fosse normale, e che le amicizie dovessero andare avanti per sempre, mi sono rialzata in piedi non molto presto, ma comunque prima di quanto pensassi.
Ho capito che, qualunque cosa succeda, non è il caso di vergognarsi, che si va avanti, che la vita ti sorprende quando meno te lo aspetti, e che, se anche c'è un posto vuoto, con una buona base si ha sempre il modo di ripartire.
Ho capito che la base si può addirittura allargare.
Nessuno, però, prende il posto di nessuno.
Chi arriva può essere meraviglioso, e diventare un amico più grande di chi se n'è andato.
Ma chi se n'è andato, in qualche modo, rimane lì.
Roma ha altri ponti, tutti belli, tutti solidi, tutti affidabili.
Ma il Ponte Rotto rimane lì. Non se ne va via con la corrente, resta fermo, non si dimentica.
Z. ed E., a voi che non leggerete mai queste righe (e che peraltro nemmeno sapete che, un mese dopo quel 24 luglio 2007, ho creato questo blog color fucsia) io adesso scrivo ugualmente, per dire a voce alta che non ho dimenticato.
So che tu E., se sapessi che scrivo, saresti fiera di me. Certe tue lodi sommesse e inaspettate hanno dato i loro frutti, vedremo ciò che ne sarà.
E Z., io ti sogno, a volte.
E nel sogno so che non siamo più amiche, eppure è come se firmassimo una breve tregua, tu mi parli e mi racconti, e lo stesso faccio io con te.
Roma ha i suoi ponti, ma in un modo o nell'altro, ci sei sempre anche tu.
Io e D passavamo insieme tutto il nostro tempo.
D era nella classe accanto alla mia, e per mesi non facemmo altro che scriverci lunghe lettere su fogli di quaderno strappati. Lettere scritte durante le lezioni e consegnate al cambio d'ora con mosse furtive. Lettere scritte a casa, la sera, e scambiate il mattino successivo.
Con D ricordo il primo concerto in una città lontana, e l'unica marinatura di scuola che io abbia mai fatto.
Io e D avevamo le nostre frasi, con cui riempivamo pagine e pagine.
Io e D si rideva per niente, e si andava in bici, e si stava fino a notte fonda a parlare.
D conosceva i miei amori e tormenti, e io conoscevo i suoi.
Quando pioveva D, se era solo in casa, apriva le finestre e suonava il clarinetto, perché "Jazz significa far ballare le proprie emozioni a tempo con la pioggia".
D mi regalò una latta nera di tè Twinings avvolta in una cartina geografica, e tre cassette di De Gregori registrate in una notte e in un pomeriggio. Mi fece scoprire Kundera e Queneau.
Io gli regalai una gomma a forma di scimmia, e l'unico libro di Roald Dahl che non aveva letto da bambino.
Un giorno scrisse un pezzo alla chitarra, ispirato da un discorso fatto al parco, prima che io partissi per il mare. Una sera poi me lo fece sentire, anche se non mi disse mai che cosa significava, e io ero spacciata, perché non mi ricordavo più di che cosa avessimo parlato.
Poi D si fidanzò con G, che era bella e delicata, e più piccola di noi di due anni.
G amava l'arte, l'India e la filosofia.
Io pensavo che G mi avrebbe portato via per sempre D.
Pensavo che avrebbe fatto sparire la chitarra e i fogli di quaderno e i nostri braccialetti e il tè del pomeriggio.
Pensavo a De Gregori, e a quello ch'era stato.
D, l'amico che viveva accanto alla Sinagoga.
D, con cui si bighellonava per vecchie contrade, prima di sistemarsi poi sempre sulla stessa panchina.
Il D della spremuta d'arancia, seduti al primo tavolino a destra della saletta piccola del Bar Bruno, davanti al municipio.
G l'ho detestata per sbaglio, senza capire che non mi avrebbe portato via niente, e che avrei dovuto permetterle di entrare nella nostra vita, e lasciare che si prendesse D, stando certa che quel neo sulla sua guancia destra, ch'era mio e che avevo battezzato Pier, ecco, quello me l'avrebbe lasciato.
Dovevo credere in lei, e credere in D, e credere in me e nella nostra amicizia.
Sono stata io a portare D via da me stessa e da tutto quello che si poteva definire con la parola noi.
G e D si sono lasciati ad agosto.
Mercoledì scorso, nel turbinare di una cena fatta in una cascina sperduta e fascinosa, dove da anni si ritrova il gruppo di teatro del nostro liceo, io e G ci siamo parlate come non era mai successo.
Io e G, che in questi anni avevamo fatto finta di niente e parlato del più e del meno, io e G che non avevamo rancore, ma solo sguardi di sottecchi, abbiamo iniziato a parlare davvero.
E così che ho fatto?
Ho coltivato la sceneggiatura del mio primo film, perché, come forse hai capito, sono una sciocca e coltivo molti sogni.
Quella storia io l'ho immaginata tutta ascoltando i Cure mentre sfrecciavo in bicicletta per certe strade di campagna, in molti giorni di qualche estate fa. E quella storia l'ho modellata pensando a due sorelle.
Per la prima attrice non ho ancora idee. La seconda è Gabriela Belisario, che secondo me somiglia a te.
Dall'estate del 2006 ha vissuto dentro la mia testa una sceneggiatura inventata per un film che chissà se si farà mai, e cucita addosso ad un'attrice che ha i tuoi occhi e la tua faccia.
Ci ho messo lei per chiederti perdono.
Non te l'avrei mai detto, e mai avrei pensato di averne l'occasione. La settimana scorsa, invece, l'ho fatto.
Ti ho chiesto scusa, perché da cinque anni sentivo profondamente di doverlo fare.
E poi -davvero non so come mi sia saltato fuori- ti ho detto del film.
"Io ho pensato al mio film, e alla mia attrice, e quell'attrice l'ho vista in un film di Carlo Virzì con Laura Morante, e per me è stata la chiave di volta. Sei tu. Sei tu nel mio film, ed era il mio sciocco modo per chiederti scusa. In una sceneggiatura, in un sogno che forse avrà tutte le porte sbattute in faccia, ma è pur sempre il sogno della mia vita, io ci ho infilato te, per dirti, da lontano e senza che tu lo sapessi, che volevo il tuo perdono".
Quando si è alzata mi è parso, per un brevissimo istante, che fosse scossa, quasi commossa.
Ha preso un golfino, se l'è messo sulle spalle e poi si è voltata, mi ha sorriso.
Ne sono stata felice, in maniera profonda.
Dopo cinque anni, una cretina, che di anni ne aveva diciassette, si è scrollata di dosso la polvere delle antiche contrade.
Non sa se ha smesso di sentire la mancanza dell'amico D, che ogni tanto le scrive mentre ascolta De Gregori e le dice "Mi sei balzata in mente Alice, come stai? Il mio neo che è tuo ti saluta".
Non sa se le fa ancora male il fatto che quando incrocia per caso l'amico D si ritrova a pensare sgomenta che non hanno più nulla da dirsi. Forse è giusto così.
Quel che è successo con G mi ha regalato, dopo molti anni, un sollievo insperato, una felicità cristallina.
Mi piacerebbe però credere che a lui manchi un piccolo pezzo di sè, e che quel pezzo sia rimasto con me. Sarebbe bello pensare che, in qualche angolo nascosto della sua persona, ci sia ancora posto per quella gomma a forma di scimmia, e per tutte le lettere, e per l'ora del tramonto passata a guardare la biblioteca.
Pensare che lui mi pensi, questo mi farebbe contenta. Certo non spesso, ma una volta ogni tanto, così, magari quando De Gregori dice "Se ci fosse la luna si potrebbe cantare", che era una delle nostre frasi, ed è quel pezzo che si è voltato a cantarmi un giorno, quando già non ci parlavamo più.
E' stato un attimo, c'era molta gente intorno, la canzone ha curvato su quella frase, tu ti sei voltato, mi hai guardato e hai detto in silenzio, solo in labiale:
Se ci fosse la luna si potrebbe cantare.
Alessandro era il mio compagno di banco al liceo.
Lentamente abbiamo costruito un'amicizia solida, un bene profondo.
Con la fine del liceo e l'inizio dell'università non è stato semplice vedersi, ritagliarsi degli spazi, ma ogni volta che ci si riusciva era una cosa bella, preziosa.
Ora è più di un anno che non vedo e non sento Alessandro.
Tutto questo non ha a che fare con noi, ma semplicemente non è capitato, per colpa di alcune mie sciocche paure.
La paura è quella di dover raccontare ad una persona per me così importante alcuni accadimenti poco piacevoli. I ponti che ho tagliato con una mia vecchissima e carissima amica, nostra compagna di classe, non sono cosa di cui vado fiera. Me ne vergogno, sento di aver fallito, sento che non è normale che un'amicizia possa finire: eppure è successo. Proprio per il valore che attribuisco all'amicizia, questa fine per me è stato un lutto.
Anche se non tornerei mai indietro, anche se vivo meglio adesso, per molto tempo questa scelta mi ha fatto sentire una persona completamente sbagliata.
Questo non è un diario o una propaggine di me, e ci sono cose che non è facile raccontare, ma sono la necessaria premessa a quel che ho da dire.
Quando io e Amiciziafinita abbiamo deciso, non senza dolore, di tagliare i fili che ci univano fin dalla quarta ginnasio, non ne ho parlato quasi con nessuno, finché qualcuno non l'ha capito, o scoperto, e allora sono dovuta uscire dal mio guscio, dalla bolla di sapone. Sentendomi sbagliatissima ho spiegato le motivazioni. Sentendo di aver fallito, ho spiegato questo fallimento.
C'è stato un periodo in cui temevo di incontrare una qualunque persona e di sentirmi domandare: "Allora, come sta Amicizia?" e di dover rispondere "Non è più Amicizia, da un po' è Amiciziafinita".
Con chi mi era accanto è stato più facile, perché mi era, appunto, accanto. Le spiegazioni sono state brevi, l'abituarsi una veloce evoluzione. Con altre persone, invece, non c'è stato modo di parlarne.
Io penso che sia normale che un amore finisca, ma che non sia normale che finisca un'amicizia. Non so che cosa succeda al mondo, ma so quel che è successo nella mia bolla di sapone, e so come mi sono sentita. Per questo avevo il terrore di dare spiegazioni: perché non mi pareva una cosa logica, mi sembrava una cosa aberrante.
Poi, un giorno, per caso, mi è piovuta addosso una frase, tratta da un libro che non ho nemmeno letto. Viene da Caos Calmo, di Sandro Veronesi, e dice più o meno che il mondo pensa a noi molto meno di quanto crediamo. E' la verità, e mi ha sollevata.
Forse una scelta che nella bolla di sapone sembra scioccante, per il mondo non è poi così terribile.
O forse il mondo se ne frega, e questa è una cosa confortante.
Io non temo il giudizio degli altri tanto quanto temo il mio. Mi giudico molto, forse anche per i motivi sbagliati.
E così Alessandro, il mio compagno di banco, non l'ho più cercato. Ho svicolato con qualche scusa alle sue richieste di vederci, anche se volevo vederlo. Pensare di dover raccontare tutto, dal principio, ad una persona che non vedevo da un po', ma a cui tengo molto, mi terrorizzava, chissà poi perché.
Capita però che una ragazza, che abita vicino a me a Torino, sia la fidanzata del coinquilino di Alessandro.
Per un anno è stata il tramite dei nostri saluti, io presa a svicolare, lui forse a chiedersi perché, o forse a non farci più caso.
Finché, l'altra sera, ferme sul pianerottolo per un saluto veloce, mi ha detto: "Stasera vado da Paolo, ti saluto Sandro?". Ho risposto con il solito "Sì, grazie mille", sentendo un vuoto che non saprei spiegare. Poco prima che uscisse ho bussato alla sua porta e le ho chiesto se potesse farmi da postino. Al suo "Sì, certo", le ho dato un bigliettino che diceva così:
"Ciao Sandro, mi manchi tanterrimo. Appena avrò sistemato un paio di cose, vorrei tanto vederti".
Quella sera aspettavo un sms, una cosa qualunque, ma non è arrivato niente.
Il giorno dopo, qualcuno ha bussato alla mia porta. Era lei, e mi ha detto così: "Gli ho dato il tuo biglietto. L'ha messo di ottimo umore, è stato contento per tutta la sera".
Prima di andarsene, mi ha porto un piccolo foglio ripiegato in quattro parti.
"Cara Franci, manchi troppo anche a me. Sperando di rivederti presto, fatti sentire appena puoi. Sandro".
Di ottimo umore anch'io, e senza smettere di sorridere per una buona mezz'ora, ho capito che un compagno di banco continua a stare dalla tua parte anche quando un banco non lo si divide più.
E ho capito anche che le bolle di sapone possono proteggerti per un po', ma poi vanno fatte scoppiare, e in qualche modo bisogna riprendersi il proprio coraggio.
Tanto il mondo, di noi, se ne fa un baffo. E questo è davvero un bene.
POST SCRIPTUM.
Buon compleanno ancora, collega Principe di Galles.
Il quarto di secolo raggiunto ieri è traguardo importante, e il Suo futuro sarà scintillante.
Come già ebbi modo di dirLe, se non ci crede ci credo io per Lei.
Degli accadimenti di questi ultimi giorni non so che dire, se non che è stato tutto molto bello.
La mia amica Ciaki compiva 23 anni mentre i Subsonica festeggiavano il decennale dall'uscita del primo omonimo album, molto emozionati, in una Piazza Vittorio gremita e piovosa.
E, in quella stessa piazza, dopo una cena dall'altra parte del fiume e un salto nella vineria piena di lucine che sta in un'altra piazza più piccola sotto la casa dei miei sogni, ho incontrato e abbracciato Daniele, mio amico fraterno e parte della mia famiglia marittima, ed Erica, la sua straordinaria fidanzata, per festeggiare i loro cinque anni insieme.
Cinque anni fa, nei corridoi del Politecnico, il compagno Lopez presentava Erica e Daniele.
Come spesso accade, fu lei a scegliere lui, da lontano, senza esser vista.
Ma quando il Fato, mosso dal sopracitato compagno Lopez, li fece incontrare nell'intervallo tra l'ora di fisica e l'ora di una qualche altra materia spaccameningi, dei due fu Daniele a non capire più nulla. Se gli avessero chiesto, nel weekend successivo a quel giorno, che faccia avesse Erica, lui non avrebbe saputo rispondere. Troppo timido per alzare lo sguardo, si ricordava solo il suo profumo, e questo bastò: narra la leggenda che in quei giorni, prima di rivederla a lezione, lo sentisse dovunque. Per strada, a casa, al campo di calcio, in tram, la domanda che il suo fedele amico F. Romano si sentiva rivolegere era sempre la stessa:
"Ma lo senti anche tu questo profumo?"
E l'altro: "Ma che cacchio dici".
Così per giorni. Finché si rividero, e lui la guardò in viso, e allora davvero non capì più nulla, ma finalmente per una buona ragione.
Seguirono un primo appuntamento alla Fiera del Libro, giorni passati a saltare le lezioni e fuggire al parco del Valentino, e attese alla stazione Dora, luogo di misteri e pericoli.
Al Valentino una dichiarazione in piena regola, perché Daniele è un uomo d'altri tempi e d'alto rango morale. Alla stazione Dora un bacio dato in fretta, prima che il treno fuggisse verso la valle di Ognissanti, perché Erica è una principessa guerriera, modi spicci, bellezza fiera e cervello fino.
Al compagno Lopez, che non conosco, dico grazie per esser stato il Fato di questa nostra storia piccola e bella. Nostra perché se non ci fossero loro, loro in coppia, anch'io sarei diversa. Non avrei davanti agli occhi un esempio perfetto di amore riuscito. Non saprei che si può ridere in quel modo. Non potrei continuare a ripetermi che non esiste coppia migliore, o miglior duo comico. Cane e gatto, ma anche comunella perpetua, e risate soffici, complicità vera, tenerezze non esibite e discrete. Non avrei Erica, diventata in questi anni una delle mie amiche più care.
Grazie compagno Lopez.
Grazie Principessa guerriera, modi spicci, bellezza fiera e cervello fino: grazie per essere arrivata nelle nostre vite. La famiglia marittima ti aspettava da tanto tempo, e conoscerti è stato molto meglio che immaginarti semplicemente.
Anni prima, nel settembre del 1999, conoscevo Ciaki, che in verità si chiama AnnaSara, anche se io per qualche giorno avrei erroneamente memorizzato un MariaSara. Chiarito l'equivoco diventammo amiche, tra Smemorande, intervalli, versioni di greco e assemblee d'istituto.
Quando compì 18 anni le regalammo una chitarra.
Due anni dopo sarebbe iniziata l'università, e la nostra vita insieme, la nostra piccola famiglia: Meri, Ciaki, Ljuba e Francesca.
Quell'AnnaSara, chiamata Ciaia fin da piccola, e poi trasformata dalla sottoscritta (che adora storpiare i nomi altrui) in Ciaki, Ciakilandia, Ciakilopoulos, Ciapalausen, Ciambala, eccetera eccetera, sarebbe diventata molto più di un'amica, per me.
Dico grazie alla donna che sa corrugare un sopracciglio e arricciare il naso con aria interrogativa, ma anche muovere entrambe le sopracciglia a tempo di musica. Grazie alla zia di sette nipotini più un altro in arrivo. Grazie alla signorina bon ton che sogna un abito da sposa color glicine e un uomo che le porti le viole del pensiero. Grazie all'agguerrita tifosa che sbraita in Curva Maratona e dice "Cuore Toro, Juve Merda" e sogna che l'uomo delle viole sia disposto a immolarsi per il Toro, a tifare urlando e perdendo la voce ogni weekend, a seguire la squadra in trasferta con la scusa di una minifuga romantica. Grazie all'unica persona che io conosca che sa il nome scientifico del mughetto. Grazie a te, e al rito delle marmellatine mattutine, grazie per le vacanze di chiacchiere senza fine e riposo senza tempo. Grazie per le nostre liste di cose da fare, per gli esperimenti culinari, le trofie al pesto e i tortini al cioccolato.
Grazie per i tuoi sogni e per la musica. Ce la farai. Tieni duro. Rompi le palle a chi ti può aiutare. Non mollare.
Sono stati giorni belli.
La coda sotto la pioggia, in macchina, con Martina. Non una comune coda in corso Massimo D'Azeglio, ma un'ulteriore scusa per parlare un altro po', per confidarmi ancora e come sempre sentirmi capita. Sul Monte dei Cappuccini alle due di notte, e prima nella vineria magica sotto la casetta illuminata che un giorno sarà mia. La stessa casetta che VeraMatta sbircia con occhi vispi, mentre dico "Ecco vedi, sarebbero quelle due finestre lassù, con i gerani e le persiane azzurre", per poi rispondere "Guarda, hai lasciato le luci accese". Grazie per quelle luci accese, e per i nostri sottintesi.
Grazie a mio nonno, che non sta molto bene ma continua a chiamare mia nonna Brigitte Bardot.
Tu lo sai, nonno, che adesso non è proprio il momento, vero? Noi non saremo mai pronti, ma adesso sarebbe veramente troppo presto. Io non ci voglio nemmeno pensare, non fare scherzi.
E poi, ieri sera, lo spettacolo teatrale del liceo, del mio vecchio liceo. Rivedere il professore di greco del ginnasio, il nostro mito allora e il nostro mito oggi, e poterlo salutare con un abbraccio e la fierezza di qualche anno in più, continuando a chiamarlo Prof.
E' qui che tutto ha avuto inizio.
Non smetterai mai di mancarmi, Liceo. E se in questo presente capita che a volte io non mi trovi più, e mi senta un po' persa, e mi chiami senza avere una risposta, forse è perché c'è un pezzetto di me che ancora cammina per quei corridoi, e non ha alcuna intenzione di farsi trovare.
E oggi Ljuba e la sua allegria, e lo studio del russo che procede e quest'estate la porterà a Mosca, lontana da noi, da Piazza Vittorio, dalla Capitale del Marchesato e da tutti i nostri posti. Ma, per fortuna, solo per un po'. E Ciaki, e i tuoi regali verdi, che sanno proprio di te.
Torino oggi hai piovuto un altro po', ma io ho smesso di piovere.
Torino, sei così bella, in ogni momento.
Torino, ad ogni angolo una sorpresa.
E' stato bello incontrarti per caso, Osservatore Silenzioso.
Tu dall'alto di un autobus, io in un viale alberato sospeso tra la pioggia appena passata e il sole spuntato da chissà dove.
E' sempre bello incontrarti, ma oggi di più.
E farti ciao con la mano, e provare a parlarsi da un capo all'altro del finestrino.
L'inaspettato è gioia.

"Amiche di salvataggio" è un libro di Alessandra Appiano, che non ho ancora letto, anche se mi riprometto sempre di farlo. Il titolo, però, mi sembra bellissimo. Forse perché ho amiche vere e preziose, e anche loro, come quelle del libro, mi "salvano" molto spesso.
Si dice che un'amica vera si veda nel momento del bisogno, ma io dissento: un'amica vera si vede sempre, perché sa confortarci, ma anche ridere insieme a noi. Un'amica è una finestra spalancata, e non uno specchio della nostra noia.
Nei miei ventidue anni di vita ho incontrato donne fenomenali, degne di stima, rispetto, fiducia e simpatia. Ho amiche vere a cui non posso rinunciare. Ho avuto grandi amiche che hanno fatto con me solo un pezzo di strada, ma mi rimangono ancora dentro. Alle amiche passate, presenti e future, ma soprattutto alle amiche che mi sono sempre accanto, che non sono una questione di tempo, ma una questione di vita, e che, per la vita, porterò sempre con me, io dico grazie.
C'è Meri che, quatta quatta, sa essere provvidenziale, come la manna dal cielo. Insieme a me dal ginnasio, conserva ancora quell'ironia splendida che mi ha conquistata. La stessa ironia che ha trovato nel suo ometto ideale: mai furono viste al mondo due persone con lo stesso, spettacolare senso dell'umorismo.
C'è Ljuba, con cui so di poter dare sfogo all'umorismo più noir e malefico, perché lo capisce, e mi capisce, profondamente. E' un'amica che sa essere sempre presente, ed è una persona che stimo davvero. La nostra Ljuba, con cui ci si fanno gli addominali scolpiti a forza di ridere. E la nostra Ljuba che un giorno fuggirà a vedere il deserto insieme all'uomo dagli occhi di velluto, e sarà felice come merita.
C'è Monica, che riesce a farmi sentire al sicuro come nessun altro al mondo. Monica che si commuove e che sa ridere davvero. Monica che, anche da lontano, e anche con un semplice sms, sa capire sempre tutto, e aggiustare ogni piccola ferita. La ricordo a quattro anni, mentre mangiava ciliegie ed era già bellissima. Poi è cresciuta ed è diventata eccezionale.
C'è Sürela, che per me è appunto come una sorella. Figlia della migliore amica di mia mamma, cresciuta insieme a me in anni di vacanze al mare, cene a base di pizza e videocassette di Mary Poppins. Compare di malefatte, di battibecchi e di risate matte. Non dimenticherò mai quel "Non farmi ridere Franci, che mi scappa la pipì". Aveva otto anni, io nove. E naturalmente è finita con una pipì addosso nel bel mezzo del reparto giocattoli di Miroglio. Sürela perché da piccole amavamo aggirarci per Alassio mangiando gelato e fingendo di essere sorelle. Due sorelle norvegesi che si chiamavano l'un l'altra, appunto, "sürela". In norvegese, naturalmente.
Eccole qui, le mie amiche. Le mie amiche più care. Capitolo a parte meriterebbero le mie compagne di liceo, le compagne d'università, le colleghe di lavoro. Perché sono stata fortunata, in questa mia vita. E, sempre e comunque, continuerò a ripetermi, e a ripetere, che le donne possono essere una forza. Perché sanno amare, e ridere, e vivere intensamente, e sono acute e intelligenti.
Mi auguro anche di vederle realizzate in ogni campo. E che abbiano, un giorno, bambini che somiglino loro almeno un po', che abbiano il loro sorriso, o i loro occhi, o una sfumatura del loro carattere.
Possano incontrare non solo principi azzurri, ma principi scintillanti in technicolor, pronti a capire di aver trovato quel tesoro leggendario che, come raccontano gli antichi, sta ai piedi dell'arcobaleno.